I 10 eventi politici più “vulcanici” del decennio

Ecco che siamo giunti alla conclusione di un decennio: ricco di novità e stravolgimenti, da un punto di vista culturale, sociale e politico, e a livello nazionale e globale.

Non è stato un lavoro facile, ma noi della redazione di Vulcano Statale abbiamo provato a tirare le fila, stilando delle classifiche di ciò che di “vulcanico” ha segnato questi primi dieci anni del nuovo millennio.


A cura di Luca D’Andrea e Michele Pinto.

2011. La caduta di Berlusconi

Il 2011 segna l’epilogo del berlusconismo: a febbraio il Cavaliere viene rinviato a giudizio con l’accusa di concussione aggravata e favoreggiamento della prostituzione minorile nell’ambito del cosiddetto Rubygate. Gli scandali, i processi che coinvolgono il primo ministro e l’instabilità finanziaria accentuano la sfiducia dei mercati e dell’Unione Europea nei confronti del nostro Paese e lo Spread sale a livelli mai visti prima. In molti chiedono le dimissioni del governo, che poi effettivamente non riuscì ad arrivare a Natale perché, per la prima volta nella storia repubblicana, il Parlamento bocciò il Resoconto finanziario facendo perdere una maggioranza già risicata per la fuoriuscita di Gianfranco Fini l’anno precedente. Il 12 novembre Berlusconi si dimette, come promesso, subito dopo l’approvazione della legge di Stabilità. Nel frattempo lo spread aveva raggiunto 576 punti base e per l’Italia era alle porte un governo tecnico pronto a prendersi le responsabilità nell’attuare politiche economiche impopolari.


2012. Monti e il governo dei professori

Il presidente della Repubblica Napolitano orchestra l’arrivo del sobrio professore Mario Monti al governo. È la stagione dei tecnici — l’intero esecutivo è composto da professori — chiamati per salvare l’Italia pesantemente indebitata dal tracollo economico ed evitare che le istituzioni europee, di fronte al default economico, debbano intervenire con la famigerata “troika”. Le riforme “lacrime e sangue” a lungo rimandate vengono approvate: la ministra Fornero riforma le pensioni elevando l’età pensionabile, si introducono semplificazioni burocratiche, liberalizzazioni e drastici tagli alla spesa e si finisce per inserire il pareggio di bilancio in Costituzione. Il governo è sostenuto dal cosiddetto accordo ABC — Alfano segretario del Pdl, Bersani segretario del Pd e Casini leader dell’Udc — ma il vero regista è Napolitano, che incarna la nuova stagione della morigeratezza, della stabilità, del loden e dei sacrifici. Alla fine anche Monti scenderà in politica e concorrerà alle elezioni del 2013, raggiungendo un modesto 10 per cento.


2013. Le elezioni politiche

Il governo Monti dà le dimissioni a fine dicembre 2012 e inizia così la campagna elettorale per le elezioni politiche che si tennero domenica 24 e lunedì 25 febbraio 2013. La legge elettorale vigente è il cosiddetto Porcellum, che prevede un sistema proporzionale corretto, a coalizione, con premio di maggioranza. Italia. Bene comune, la coalizione di centro-sinistra ottiene alla Camera il 29,55% e al Senato il 31,64%; il centro-destra unito raggiunge il 29,18% alla Camera e il 30,72% al Senato; il Movimento5 Stelle si presenta per la prima volta alle elezioni ottenendo immediatamente un ottimo risultato con il 25,66% di voti alla Camera e il 23,80% al Senato; mentre la coalizione Con Monti per l’Italia capeggiata dal premier uscente prende circa il 10% alla Camera e il 9% al Senato. I risultati non permettono a nessuna delle coalizioni di avere la maggioranza per formare un governo, così il segretario del PD Pierluigi Bersani cerca di formare un’alleanza con il Movimento 5 Stelle, ma non ci riesce. In questa situazione di stallo politico viene rieletto come Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che affida l’incarico di formare il governo a Enrico Letta, vicesegretario del Partito Democratico, il quale riesce il 28 aprile a formare un governo di larghe intese appoggiato sia dalla sinistra che dal centro-destra berlusconiano.


2014. Il trionfo di Matteo Renzi

Spodestato Letta a febbraio, il giovanile governo Renzi si lancia in un vasto programma di riforme e promesse, garantendo di rivoluzionare il Paese in pochi anni. Sull’onda di questo entusiasmo il Pd raggiunge nelle urne delle elezioni europee il risultato record del 40,8 per cento. Renzi resiste alla tentazione di andare subito al voto e resta in sella, governando con i centristi di Alfano e i gruppuscoli di responsabili che fanno capo a Denis Verdini. Molte riforme nel frattempo vengono realizzate, ma tante altre si impantanano. La dura opposizione dei Cinque Stelle non impedisce al premier, in piena fase “Oui, Je sui Catherine Deneuve”, di siglare con il redivivo Berlusconi il patto del Nazareno per le riforme costituzionali e la nuova legge elettorale chiamata Italicum. Il patto reggerà fino al febbraio 2015, quando Renzi lo romperà eleggendo il popolare Mattarella al Quirinale. Questi anni sono caratterizzati dalla forte personalità di Renzi, ipercomunicativo e onnipresente, che incarna la spinta al cambiamento dei quarantenni.


2015. La crisi migratoria

La crisi migratoria che ha coinvolto tutta l’area del Mediterraneo ha inizio già dal 2013, ma si inizia a parlare di “crisi europea dei rifugiati” nel 2015 quando, secondo le stime dell’UNHCR, arrivano in Europa un milione di rifugiati, tre o quattro volte di più rispetto all’anno precedente. L’Unione Europea istituisce, il 18 maggio del 2015, l’Operazione Sophia, con l’obiettivo di individuare, catturare e distruggere le navi utilizzate dai trafficanti di migranti. Da questo momento in poi l’immigrazione ha risvolti importanti in Italia: infatti monopolizza quasi totalmente il dibattito pubblico, diventa strumento per la propaganda politica e per la ricerca di consenso e contribuisce a mettere sotto accusa l’Unione Europea, colpevole secondo alcuni di lasciar soli i Paesi di primo approdo dei migranti. Lo stesso Premier Renzi punta il dito contro l’UE dicendo che l’Italia lavora in solitudine nell’assorbire i flussi. È proprio in questo periodo che si mette in moto la macchina della propaganda sui migranti che è riuscita a cambiare gli equilibri politici in Italia e anche nel resto d’Europa.


2016. Il referendum fa cadere Renzi

La riforma costituzionale Renzi-Boschi prevede il superamento del bicameralismo perfetto, la trasformazione del Senato (composto da sindaci e con competenze locali), l’abolizione del famigerato Cnel e la revisione del titolo V della costituzione in materia di competenze delle regioni.Il cosiddetto e citatissimo “combinato disposto” tra la riforma e l’Italicum consegnerebbe un sistema a forte spinta maggioritaria, con un notevole accentramento dei poteri nel governo e nel presidente del Consiglio. I cinque Stelle, la Lega, Forza Italia (che pure aveva contribuito a scrivere la riforma) e la minoranza del Pd capitanata da Bersani e D’Alema si schierano contro la riforma in nome dell’anti-renzismo. Per mesi il dibattito si incarta su sofisticate questioni giuridiche e i costituzionalisti guidati da Gustavo Zagrebelsky vivono un inaspettato momento di gloria. Il premier si spende molto e assicura di mollare in caso di sconfitta: alla fine il voto di pancia degli italiani al 60 per cento boccerà la riforma e Renzi si dimetterà, con un memorabile discorso notturno da Palazzo Chigi. Pochi giorni dopo il mite Gentiloni diventerà premier.


2017. Minniti e gli accordi con la Libia

Il 12 dicembre 2016 Marco Minniti viene nominato ministro dell’Interno dal nuovo premier Paolo Gentiloni. Il suo principale compito è quello di regolare i flussi migratori: il suo profilo serioso e intransigente è ritenuto, da molti esponenti del centro-sinistra una carta vincente per contrapporsi all’opposizione, che intanto sta guadagnando troppi consensi sul tema immigrazione. Per raggiungere questo obiettivo Minniti si impegna a trovare un accordo con la Libia, il Paese di partenza dei migranti. Il memorandum d’intesa tra Italia e Libia è siglato il 2 febbraio 2017 e prevede un aiuto da parte delle autorità italiane a fornire un supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati alla lotta contro l’immigrazione clandestina, cioè la Guardia Costiera libica. Questo accordo viene criticato perché, dopo la guerra civile libica, la Guardia Costiera, di fatto, è formata da milizie locali spesso colluse con i trafficanti di migranti, infatti molti dei suoi componenti sono considerati criminali dall’ONU per aver violato i diritti umani dei migranti.


2018. La stagione giallo-verde

Le lezioni politiche del 2018 consegnano un panorama politico rivoluzionato: il centro-sinistra quasi scompare, la Lega vola al 17 per cento e i Cinque Stelle trionfano con il 34 per cento. Per settimane resta in campo l’ipotesi di un governo Pd-Cinque Stelle, bocciata alla fine da Renzi ospite di Fabio Fazio a Che Tempo che Fa. Salvini e Di Maio si accordano, dunque, sulla base di un contratto di governo ratificato dai rispettivi partiti. Il premier designato è uno sconosciuto avvocato di Foggia, Giuseppe Conte. Quando sale al Quirinale con la lista dei ministri, però, trova l’opposizione di Mattarella alla nomina dell’euroscettico Savona al ministero dell’Economia. Conte rinuncia, Mattarella pronuncia un durissimo e storico discorso e incarica Cottarelli. Ma Lega e Cinque Stelle fanno marcia indietro e alla fine Conte vara il governo, con Savona declassato e l’inconsapevole Tria alle Finanze. Sono i mesi dell’ascesa di Salvini, che batte il Paese da nord a sud e promuove norme restrittive sull’immigrazione. Raggiunge un consenso altissimo, ma il governo finisce per impantanarsi, paralizzato dai litigi, e sarà lui stesso a farlo cadere.


2019. La Lega al 34% e il governo PD-5Stelle

Dopo un anno di prova di governo la Lega del ministro dell’Interno Salvini è più forte che mai, si presenta alle elezioni Europee del 26 maggio come il primo partito in Italia. I sondaggi la stimano al 28%, ma i risultati effettivi la premiano ulteriormente e raggiunge il 34%, un dato incredibile a fronte delle precedenti elezioni Europee del 2014 in cui la Lega aveva preso appena il 6%. L’esperienza di governo invece non favorisce il Movimento 5 Stelle, che rispetto alle politiche del 2018 dimezza i propri consensi, prendendo il 17%. Le settimane successive molti analisti prevedono che Salvini sia pronto a staccare la spina al governo per andare alle urne e fare il pieno di consensi, cosa che accade effettivamente a metà agosto. A sorpresa però non si torna al voto perché il Partito Democratico e il M5S raggiungono un accordo per formare un nuovo governo, guidato ancora da Conte, che si insedia il 5 settembre 2019.


2020. Verso il declino e oltre

Al di là dei singoli governi e delle maggioranze di governo che si susseguono a ritmi vertiginosi, è il sistema politico nel suo complesso a essere diventato ingestibile: il governo ha esautorato il parlamento, le elezioni consegnano parlamenti senza maggioranza, ogni pochi anni si cambia la legge elettorale, i leader dei partiti si affannano nella ricerca del consenso immediato e, irresponsabilmente, non si curano di costruire solide proposte di governo. Nell’ultimo decennio ci sono stati 7 governi di ogni colore, mentre in Germania Angela Merkel (che governa dal 2005) ha mantenuto saldamente il timone. Se fino a pochi anni fa l’instabilità cronica del nostro sistema era intesa come positiva flessibilità, oggi si avvicina molto di più a una inconcludente paralisi: solo i politici forti e di grande personalità, in questo scenario, riescono a garantirsi il proprio momento di gloria. Per i prossimi dieci anni, dunque, se non interverrà una definitiva riforma del sistema (su qualsiasi modello: spagnolo, tedesco, persino francese), il copione è già scritto: tanti esecutivi, crisi di governo, politici che in breve tempo passano dalla popolarità al disprezzo. E si farà strada, con sempre maggiore vigore, il preoccupante desiderio dell’uomo forte al comando in grado di mettere ordine.

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