Tasse: imprese italiane tra le più colpite a livello mondiale

Il rapporto “paying taxes 2020” emesso da Banca mondiale e pwc ha messo in luce come l’Italia sia uno dei paesi in cui le imprese vengono maggiormente colpite a livello mondiale; più precisamente, in una classifica comprensiva di 190 paesi, il nostro si trova al 128º posto.

Il rapporto studia la facilità nel pagare le imposte e fotografa l’incidenza della tassazione dell’attività produttiva nei singoli paesi; compilandolo sono stati utilizzati tre indicatori: carico fiscale complessivo, quantità di tempo necessaria per sovvenire agli adempimenti fiscali e il livello di digitalizzazione dei pagamenti.

Prendendo in considerazione il primo di questi indicatori notiamo che in Italia la pressione fiscale totale, comprensiva di imposte e contributi, si attesta al 59,1%; Al di là dell’aumento di sei punti percentuali rispetto allo scorso anno, se paragoniamo il dato italiano alla media europea, che si aggira intorno al 38,9%, la distanza risulta essere piuttosto ampia, se non abissale.

Proseguendo con la lettura del rapporto emerge come l’iter burocratico volto al pagamento delle imposte sia parecchio lungo ed articolato e non sembra essere conforme alle esigenze attuali.

Mediamente in Italia si impiegano 234 ore per adempiere agli obblighi fiscali, in Europa 161.

L’ingente quantità di tempo, e lo stress che esso comporta, sono solo alcuni degli elementi che contribuiscono a rendere la burocrazia una vera e propria spina nel fianco per chi vuole fare impresa.

A rendere la situazione ancor più complicata sono i costi che questa situazione comporta; in tal caso, sono le piccole imprese ad essere maggiormente penalizzate non essendo in grado di sopperire ai costi.

Secondo una ricerca della CGIA di Mestre i costi della burocrazia per le PMI (piccole e medie imprese) ammonterebbero a 31 miliardi di euro l’anno e solamente la Grecia si troverebbe in una posizione peggiore. Inoltre la stessa società si è occupata di stilare una classifica del livello di corruzione all’interno dell’amministrazione pubblica degli stati membri dell’unione europea relegando l’Italia al 23º posto.

Di sicuro l’incapacità dell’amministrazione pubblica di favorire il benessere di imprese sul territorio può essere alla base del fenomeno di delocalizzazione che questo settore sta vivendo; infatti sempre più imprenditori sono costretti a spostarsi all’estero causando una diminuzione del gettito fiscale e di conseguenza un aumento della pressione di per sé già alta.

Tuttavia, riguardo il livello di digitalizzazione, la nostra nazione sembra aver ottenuto un coefficiente degno di rispetto, di poco sotto la media europea, anche grazie all’introduzione dell’obbligo di fatturazione elettronica. Eppure questa strategia non è in grado di compensare una situazione non idilliaca per la figura dell’imprenditore, figura che troppo spesso viene vista come un nemico dall’opinione comune e che la pubblica amministrazione non sembra voler fare molto per promuovere o tutelare, ma che anzi fa tutt’altro che andare incontro alle esigenze di un settore che è il cuore pulsante dell’economia italiana.

Articolo di Michele Campiotti.

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