Modelli di politiche migratorie

Modelli di politiche migratorie a confronto

In tanti conoscono l’Australia per l’Ayers Rock, per Sidney; alcuni pensano persino che non esista. Quanti però la conoscono per le sue politiche migratorie? L’Australia, ormai da anni, è stata oggetto di forti critiche per le sue controverse politiche riguardanti l’immigrazione irregolare. In quanto italiani, il modello australiano dovrebbe farci alzare per lo meno un sopracciglio, più per le somiglianze che per le discrepanze.

Essendo l’Australia uno dei paesi più sviluppati del mondo ci si aspetterebbe che le sue politiche migratorie siano al passo con i tempi e con le loro esigenze. In fin dei conti è pur sempre uno degli stati eletti che hanno avuto la fortuna post-coloniale di far parte dell’elitario club del Commonwealth britannico; inoltre assieme a pesi massimi della buona politica quali Canada e Nuova Zelanda.

Purtroppo, la nostra fiducia è mal riposta; nata come colonia carceraria nell’Ottocento, la sua popolazione rimase prevalentemente bianca per un lungo periodo, dato il suo isolamento geografico. A renderla ancora più omogenea contribuì lo sterminio dei popoli aborigeni sin dalla fondazione della colonia. Conseguenze a dir poco disturbanti sono tutt’ora visibili; una popolazione indigena estremamente ridotta, spesso discriminata, e un melting pot favorito solo dalle politiche estremamente permissive nei confronti dei migranti con alte competenze tecniche e lavorative. Un sentimento di latente xenofobia ha perdurato a lungo, forse proprio per la sostanziale uniformità della popolazione dell’isola.
Le cose erano destinate a peggiorare.  

Grandi flussi di migranti cominciarono a partire dalle coste indocinesi verso la fine del secolo scorso, su barconi e barchini identici a quelli che solcano quotidianamente il Mediterraneo. Sappiamo purtroppo che la natura umana stupisce molto poco e, come prevedibile, le difese messe in atto dal governo di Canberra furono fin troppo simili a quelle erette della cara vecchia fortezza Europa negli ultimi anni.

Dal 2001 in poi, i migranti intercettati dalla guardia costiera australiana si ritrovavano in un limbo infernale. Le barche su cui si trovavano venivano costrette a fare marcia indietro e il loro serbatoio svuotato così da impedire un secondo tentativo. Quando questo non era possibile i migranti venivano arrestati e trasferiti nelle strutture di detenzione offshore del governo, che ricordano i nostri centri di detenzione libici, sebbene la loro crudeltà fosse sbandierata più che nascosta.

I centri di detenzione si concentravano, fino al 2016, tra l’isola di Manus (Papua Nuova Guinea) e quella di Nauru. Questi due scogli sono arrivati ad accogliere quasi 3000 richiedenti asilo in condizioni ritenute, sia da Amnesty International che dall’UNHCR, disumane. I richiedenti asilo non potevano comunicare con l’esterno, la situazione sanitaria era disastrosa, spesso subivano torture psicologiche e fisiche rese ancor più crudeli dalle temperature altissime e dall’umidità estrema delle due isole. Quindici persone hanno perso la vita in seguito a suicidi o abusi fisici. Alcuni bambini sembrano aver subito molestie sessuali e fisiche specialmente nell’isola-stato di Nauru, come suggerito dai Nauru Papers pubblicati dal Guardian nel 2016.

Abbott, primo ministro all’epoca degli abusi ha risposto alle accuse affermando che “a volte capita le cose non siano perfette”. Gli operatori delle strutture sono stati costretti al silenzio dal Border Force Act. Al momento solo alcune centinaia di migranti risiedono ancora nei centri. L’isola di Manus è stata sgomberata e i migranti trasferiti a Port Moresby, una delle città più violente al mondo.

Perché questi eventi ci riguardano?

Perché il veder replicare queste azioni in Libia da Italia e UE, autoproclamati difensori dei diritti umani, ci deve far prendere coscienza di quanto, in questa guerra dei poveri, ci troviamo dalla parte degli oppressori. Oppressori che si difendono da “un’invasione”.

Articolo di Matteo Cortellari

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