Sciopero per il clima: un rogo e un interrogativo

Questo è il primo articolo di “Contributi”, la nuova sezione di Vulcano dove vengono pubblicati gli articoli, le riflessioni e gli spunti che ci giungono da studenti e studentesse che non fanno parte della redazione. Con un fine: allargare il dibattito.


A Milano, durante il terzo sciopero per il clima tenutosi il 27 settembre, i manifestanti giunti in piazza Duomo hanno inscenato il rogo del nostro pianeta dando fuoco ad un globo di carta pesta. La performance aveva suscitato lo sdegno degli attivisti più ortodossi e non poche polemiche. Quanto al rituale non si può negare abbia avuto un grande impatto visivo. Erano le settimane degli incendi in Amazzonia e Siberia, la mobilitazione nella città meneghina aveva avuto una portata sorprendente. L’immagine della piazza  gremita attorno alla terra in fiamme risultava parecchio suggestiva, il riferimento all’attualità semplice e diretto: il nostro pianeta è in fiamme, proprio come questo fantoccio.

Dopodiché parecchie polemiche, era più significativo l’impatto sulle coscienze che quell’immagine avrebbe potuto imprimere o l’onta della manifestata incoerenza nello sceglie di guidare il corteo con un risciò, per rinunciare all’impatto di un motore a scoppio, salvo poi concludere lo stesso dando fuoco ad un composto di carta e colla? 

Un po’ implicitamente gli attivisti di Friday for Future Milano sembrano aver preso posizione dinnanzi al quesito quando, durante il quarto sciopero per il clima venerdì 29 Novembre, hanno replicato il gesto.

La cerimonia si è svolta apparentemente con la medesima liturgia. Ad officiare il sacrificio lo stesso individuo al centro di una piazza (questa volta a dire il vero più scarna), ad essere cambiato però è il protagonista. Questa volta a ricevere tutto il calore e l’affetto di cui solo le fiamme sono capaci è stata una rappresentazione dell’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci, uno dei simboli più caratteristici dell’umanesimo. Un cambiamento non da poco che ristruttura tutta la natura del gesto.

La rappresentazione del 27 settembre aveva una natura essenzialmente mimetica: bruciamo questo pianeta in miniatura proprio come sta avvenendo con quella vera. L’atto dimostrativo avvenuto durante l’ultimo sciopero non ha nulla di mimetico, si configura come un gesto essenzialmente iconoclasta: il simbolo è una struttura di rimando, rende visibile ciò che non ha un corpo, come idee ed opinioni, bruciare un simbolo equivale a condannare e reprimere un’idea. Di cosa è simbolo l’Uomo di Vitruvio e quale senso poteva avere dargli fuoco in pubblica piazza? 

Tramite questo gesto pare che i ragazzi di Friday for Future Milano volessero invitare ad un radicale ribaltamento di della prospettiva antropocentrica.

L’essere umano starebbe conducendo al collasso ecologico il pianeta in cui vive anteponendo logiche di profitto alla salvaguardia dell’ecosistema di cui fa parte. Meno chiaro agli occhi di uno spettatore può apparire il collegamento fra l’Uomo vitruviano di Leonardo e il cieco ed irresponsabile sfruttamento delle risorse ad opera delle più spregiudicate multinazionali. L’uomo al centro di ogni cosa sarebbe emblema di quella mentalità “antropocentrica” che giustifica tutti i soprusi verso la natura. Le religioni del libro avevano fatto del rapporto privilegiato fra Dio e gli uomini la ragione della superiorità di questi nei confronti di ogni altro ente su questa terra.

Quando oramai la convinzione nella centralità dell’uomo nel cosmo si era incrinata è stata la tecnica a raccoglierne l’eredità, ciò che prima c’era concesso da Dio ora è permesso dalla tecnologia; la centralità dell’uomo equivarrebbe alla sua presunzione di essere padrone di ogni cosa, ogni sopruso che esso opera verso il pianeta e verso i suoi simili troverebbe fondamento nella importanza che filosofi, artisti e letterati umanisti  nel passato hanno restituito all’essere umano. 

In questa azione è possibile ravvisare non solo le medesime modalità ma anche gli stessi principi che in passato hanno animato il più bieco dogmatismo religioso. Viene da chiedersi cosa ne sia degli enormi sforzi con cui il movimento per il clima di Milano si era battuto per collegare le rivendicazioni ambientali a quelle sociali. “Non è fuoco è capitalismo”   voleva significare che non è possibile alcun cambiamento di rotta in campo ambientale se si esclude di dover anzitutto modificare le modalità e i protagonisti nei processi produttivi. Sembrava fosse abbastanza chiaro quantomeno agli stessi attivisti per il clima come l’insieme delle strutture e infrastrutture di maggior impatto sul nostro ecosistema siano attive in funzione della merce, così estratta, elaborata ed infine allocata.

Bruciare uno dei più riconoscibili simboli dell’umanesimo sembra voler dire tutt’altro.

Non nell’avidità di pochi, non nel capitale o nella feticizzazione della merce vanno ravvisate le ragioni del collasso del nostro ecosistema ma nel vezzo dell’umanità di vedersi protagonista delle vicende che la riguardano. Fermo restando che anche quest’ultima è una posizione più che mai compatibile con istanze ecologiste radicali, non si riesce proprio a capire che ne è allora del legame che si era voluto tessere a doppio filo fra le istanze sociali e quelle ecologiche

Qualora il movimento fosse in grado di chiarire il legame fra umanesimo, antropocentrismo e sviluppo predatorio (se si cerca “antropocentrismo” su Google, il motore di ricerca ci presenta come primo risultato l’immagine dell’opera incriminata, sarà forse stato l’algoritmo a suggerire questo collegamento?) resterebbe da spiegare cosa significhi capovolgere una visione antropocentrica. Asserire che “l’uomo” è il colpevole non solo vuol dire fare di tutta l’erba un fascio, ma altresì precludere a monte ogni possibilità di cambiamento.

Transitare verso un modello di sviluppo sostenibile è una necessità ineccepibile della nostra specie, lo sappiamo perché uomini e donne formati grazie a quel intricato sistema di raccolta, organizzazione e verifica di conoscenze prettamente umano che è la scienza lo ripetono da anni. Dobbiamo rimodulare il nostro rapporto con l’ambiente affinché questo non diventi inospitale e possa continuare a garantire a noi e alle generazioni successive, tutto ciò di ciò che c’è di utile e bello. Questo può avvenire solo in un’ottica nella quale siamo noi a guidare questo processo secondo le nostre necessità (il che non precluderebbe anzi incoraggia il rispetto per le altre specie).

Non c’è la terra e poi noi, ci siamo noi nel mondo in un inevitabile relazione. Riconsiderare i termini di questo rapporto al di là del nostro protagonismo può voler dire solo due cose: rinunciare a ciò che ci contraddistingue fra altre specie, come la capacità di organizzazione in  strutture sociali complesse, quella di astrazione e di linguaggio fino ad arrivare alle elevate competenze tecniche, per poi dissolverci nell’ambiente (estinguerci di fatto), oppure abbandonarci a qualche oscura forma di misticismo estatico.

La prima opzione è fortunatamente impraticabile da un giorno all’altro, rispetto alla seconda viene da chiedersi se la forma di rituale presa in esame non ne sia un prodromo. Fuori da ottiche religiose non esistono dimensioni di significato che esulano dall’essere umano e dalla sua storia, bisogna capire allora se si manifesta affinché questa storia possa continuare o perché ve ne possa essere una di cui l’uomo non è protagonista.

Articolo di Andrea Bacchin

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