Tristan and Isolde, alla Triennale di Milano Saburo Teshigawara e la libertà.

Tristan and Isolde alla Triennale di Milano, Saburo Teshigawara e la libertà

A esordire sul palco del teatro della Triennale di Milano sono le note dell’overture del “Tristan und Isolde” di Wagner, opera che dà il nome anche alla rappresentazione teatrale e da cui sarà tratta tutta la musica di questo spettacolo coreografato.

Le note avanzano, ma il palco rimane buio. Poi, sul suono crescente degli archi, ecco che una luce gialla e fredda illumina progressivamente una porzione di palco, dove è presentato Tristano, interpretato dal giapponese Saburo Teshigawara, coreografo, regista e performer.

Rimane fisso, immobile, sdraiato sul fianco rivolto verso il pubblico. Non c’è movimento, non c’è azione. C’è solo un’immagine, un tableau vivant.

La luce si dissolve in corrispondenza del termine della sezione di fiati, per ritornare in funzione della successiva sezione musicale illuminando, questa volta, un’altra porzione di palco e presentando Isotta, interpretata dalla più fedele partner artistica di Teshigawara, Rihoko Sato, nonché seconda protagonista e ultima componente del cast di questo spettacolo.

In questa sezione, l’unica azione compiuta è il movimento direzionale della testa della ballerina, che dalle quinte si sposta verso il pubblico.

Ritorna il buio, e questo alternarsi di luce e buio continua ancora, come preludio a quello che poi sarà il movimento, il ballo.

Questo inizio statico fa capire fin da subito quale sarà il tipo di relazione che intercorrerà tra i due personaggi nel dramma. Un distacco. I due personaggi, infatti, non si toccheranno mai per tutto lo spettacolo.

Questa impossibilità e pessimismo amoroso vengono resi da disequilibri spaziali, che paradossalmente potremmo considerare l’unico barlume di relazione che riusciamo a scorgere. 

Nel palcoscenico i movimenti dei ballerini non sono mai simmetrici o geometrici, ma piuttosto disequilibrati. A un movimento verso il proscenio di uno corrispondeva uno spostamento verso le quinte dell’altro. I protagonisti sembravano voler andare in direzioni diverse, ma in qualche modo obbligati a rimanere nello spazio scenico, condannati ad amarsi.

Una concezione dolorosa dell’amore resa perfettamente attraverso questa realizzazione straniante.

Lo spettacolo si evolve in corrispondenza dei macro momenti della trama, in cui i ballerini, o in coppia o con assoli, danno prova della loro abilità tecnica ed espressiva.

I personaggi sembrano voler ricercare la propria libertà dalla condanna di Amore, e questa osservazione è emblematica se consideriamo la poetica di Teshigawara: “La libertà della danza è la libertà del danzatore”

Il ballo, il movimento nello spazio, è per il coreografo giapponese la ricerca della propria libertà come individuo e questa sua riflessione nel “Tristan and Isolde” trova la sua occasione per emergere con una potenza inaudita. 

Solo verso la fine dello spettacolo, si nota il primo contatto tra i due personaggi, anche se non si tratta di un vero contatto carnale.

La morte di Tristano viene rappresentata simbolicamente attraverso la deposizione al centro del palco della tunica da lui indossata durante tutta la rappresentazione. Ed ecco che Isotta la prende tra le braccia, quasi fosse la salma dell’amato, portandosela al viso e dando vita a una sezione coreografata. In tutti i modi cerca di liberarsi di questo indumento, che ormai sembra far parte del suo corpo. Il momento in cui riesce a farlo cadere completamente dal viso coincide con la sua decisione di morire.

La consapevolezza di una libertà che può essere raggiunta solo tramite la negazione della propria esistenza. 

Articolo di Simone Muciaccia.

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