Libia, un disastro annunciato

Libia, un disastro annunciato

Ci stanno provando davvero tutti. L’Europa, Erdogan, Pompeo, Al-Sisi, Putin, ma nessuno riesce a scrivere la parola “fine” a una diatriba che sulle sponde del Mare Nostrum dura fin dallo scoppio della Primavera Araba.

Approccio sbagliato?

Nella lingua comune italiana esiste un termine, non proprio italiano, per indicare un qualcosa di caotico e poco chiaro, ambaradam. Poco noto forse tra i più giovani, la parola è una crasi, composta dai termini Amba e Aradam, nome di un massiccio dell’Etiopia che nel 1936 fu teatro di uno dei più cruenti scontri tra le truppe italiane e quelle abissine, conclusosi con un massacro per queste ultime. La battaglia fu talmente confusa che il nome del luogo divenne sinonimo di caos, al punto da sopravvivere fino ai giorni nostri. 

Ma cosa c’entra questa parentesi storico-semantica col titolo dell’articolo? La risposta è presto data.

Nello Stato libico il disordine e il caos, un vero e proprio ambaradam, permangono da ben nove anni, da quando cioè il periodo di tumulto noto come Primavera Araba, portò nel 2011 alla morte di Mu’ammar Gheddafi. Da allora diverse compagini hanno cercato nei modi più disparati di stabilizzare il territorio libico, instaurando vari regimi che, col supporto o meno delle organizzazioni internazionali, non sono però riusciti a creare un governo forte e unito, accettato da tutte le parti in causa. Parti che, sembra superfluo dirlo ma è fondamentale, sono davvero tante!

La Libia infatti è ancora oggi un paese contraddistinto dalla convivenza di diverse realtà etniche e religiose, organizzate su di uno schema di gerarchie tribali.

La destabilizzazione intrinseca portata dalla Primavera Araba non ha fatto altro che riaccendere una miccia che era stata spenta, ma non distrutta, dal Regno prima e da Gheddafi poi. 

Ma tutto ciò, che per chi non ha familiarità con la realtà dello Stato del Maghreb potrebbe apparire fin troppo astratto, come si inserisce nel contesto che stiamo vivendo, negli ultimi mesi in termini massicci, già da parecchi anni? 

Iniziamo col dire che attualmente in Libia, nonostante quello che ogni tanto si sente dire, non c’è un vero governo riconosciuto. Certo, la formazione politica guidata a Tripoli da Al-Serraj ha ottenuto una forma di riconoscimento ufficiale che ad Haftar in effetti manca, ma credere che basti questo per legittimare una presa di potere in un tale contesto geografico è davvero poco realistico.

Haftar, infatti, non solo gode del supporto dell’esercito, ma controlla ormai anche una vastissima area geografica del suo paese, ed è riuscito in relativo poco tempo a far suo l’intero est del paese fino ad arrivare ad assediare Tripoli. Forte del supporto fornitogli da Al-Sisi, che governa in Egitto, Haftar rappresenta per quest’ultimo non solo un alleato della stessa statura sociale, entrambi provenienti dall’esercito ed entrambi generali, ma anche ideologico-religioso. Salito al potere dopo aver cacciato i Fratelli Musulmani, Al-Sisi rivede infatti la sua lotta in quella di Haftar, che pure sfida Al-Serraj, sul cui governo aleggia da sempre la bandiera della Fratellanza. 

Su queste basi persino la vicinanza geografica tra i due leader è un fattore di forte vantaggio strategico.

Non dimentichiamoci infatti che Al-Serraj non può contare su alleati a lui letteralmente vicini, e anche se truppe turche sono effettivamente entrate in azione in Libia Erdogan al momento può fare solo minacce. 

Quindi, come può finire la vicenda libica?

Il problema, paradossalmente, è l’attenzione internazionale che al paese è stata rivolta. La Libia non è esattamente quel paesino sul quale si può chiudere un occhio. Non lo è come popolazione, come territorio, come localizzazione geografica e come risorse. È quindi ovvio che l’attenzione internazionale si sia preoccupata di pensare a una soluzione.

Ma se fosse proprio questo il problema che impedisce di trovare una soluzione? Se le conferenze, gli incontri, le minacce e i trattati non riescono a impedire la guerra civile, cosa si può effettivamente fare?

Rispondere che bisognerebbe lasciare che se ne occupino i libici sarebbe non solo riduttivo ma anche immorale dato che, come detto prima, non parliamo di bruscoli.

Purtroppo, come spesso accade, una risposta non c’è.

Per quanto, infatti, ci si sforzi di farsi portavoce di soluzioni incredibili, di dipingersi grandi mediatori e maestri del compromesso, a livello internazionale i giochi di potere sembrano essere talmente imperniati di interessi, geo-strategici ma non solo, parliamo anche di manifestazioni di potenza e di affermazioni di sovranità, che è realmente difficile immaginare una soluzione in grado di accontentare tutti. Il vicino Egitto ne è purtroppo una conferma, solo la vittoria di Al-Sisi ha permesso il ritorno a una pseudo-stabilità. 

Riccardo Sozzi
Da buon scienziato politico mi faccio sempre tante domande, troppe forse. Scrivo di tutto e di più, perché ogni storia merita di essere raccontata. γνῶθι σαυτόν

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