L'ombra della mente. Il disturbo borderline di personalità

L’ombra della mente. Il disturbo borderline di personalità

Il tentativo di questa rubrica è quello di essere utile per chiunque riconoscesse in sé o in qualcuno di vicino una forma di malessere. La sensibilizzazione è importante nel momento della comprensione e dell’azione, in quanto spinge alle opportune cure mirate.


Il disturbo borderline di personalità viene ridotto alla cosiddetta “sindrome dell’abbandono”, ma il quadro del disturbo è pieno di sfaccettature che devono essere analizzate con estrema cautela. 

La frase “siamo tutti un po’ borderline” può essere vera solamente nel momento in cui non si conoscono i veri sintomi di questa affezione psichiatrica. 

Il disturbo borderline presenta diversi sintomi: sforzi disperati per evitare un abbandono reale o immaginario; un quadro di relazioni interpersonali instabili e intense, caratterizzate dall’alternanza tra gli estremi di iperidealizzazione e svalutazione; alterazione dell’identità, immagine di sé e percezione di sé marcatamente e persistentemente instabili; impulsività in almeno due aree che sono potenzialmente dannose per il soggetto (quali spendere oltre misura/gioco d’azzardo, sessualità promiscua, abuso di sostanze/uso di alcolici, guida spericolata, eccessi alimentari ecc.); ricorrenti minacce, gesti, comportamenti suicidari o comportamento automutilante; instabilità affettiva dovuta a una marcata reattività dell’umore (es. episodica intensa disforia o irritabilità e ansia, che di solito durano poche ore e, soltanto più raramente, più di pochi giorni); sentimenti cronici di vuotorabbia immotivata ed intensa o difficoltà a controllare la rabbia (es. frequenti accessi di ira o rabbia costante, ricorrenti scontri fisici etc.); ideazione paranoide o gravi sintomi dissociativi transitori, legati allo stress. 

Analizzando il primo sintomo, il paziente affetto dal disturbo borderline manifesta una profonda sofferenza nei confronti di quello che può essere considerato come abbandono; il sospetto, che tocca le soglie di episodi prepsicotici, di essere abbandonati trova terreno fertile nell’immagine instabile che si ha di sé e nella modalità di gestione delle relazioni interpersonali.

Infatti, si verifica un ciclo di idealizzazione e demonizzazione dell’altro, che porta la relazione a picchi di intensità molto alti. 

L’incontro con l’altro è turbolento, segnato dal continuo affliggersi rispetto a quello che l’altro potrebbe commettere. 

Il tutto non viene facilitato da un umore estremamente reattivo nei confronti dell’ambiente esterno, determinando oscillazioni d’umore, attacchi di rabbia. Le intense emozioni sono intervallate da sensazioni croniche di vuoto, ben differente dalla noia esistenziale del non avere niente da fare la domenica pomeriggio. 

Le strategie che il soggetto mette in atto sono disfunzionali nel momento in cui non tendono ad alleviare la condizione di dolore, ma piuttosto ad aumentarlo: autolesionismo, comportamenti pericolosi per l’individuo, tentativi e minacce di suicidio. 

La dissociazione è una forma di difesa nei confronti di una realtà avvertita come intollerabile. 

Le cause di questo disturbo sono da rintracciare in una teoria bio-sociale, come viene esposto dalla psicologa americana Marsha Linehan, ex paziente borderline e pioniera del più grande contributo per i pazienti. La terapia dialettico comportamentale, da lei teorizzata e praticata, si basa sul presupposto di studi scientifici che dimostrano come il disturbo possa avere una componente biologica, ma al tempo stesso venga “attivata” a seguito di una serie di traumi o a uno stile di attaccamento disfunzionale. 

Alla base di ció risiedono molte convinzioni: come sosteneva Otto Kernberg, l’organizzazione borderline di personalità è un impiego massiccio di autodifese.

La vulnerabilità e la disregolezione emotiva sono fattori rilevanti all’interno della spiegazione del funzionamento di questo disturbo. 

Il termine borderline è improprio poiché esso indica uno stadio a metà tra nevrosi e psicosi, non restituendo pertanto autonomia e valore a quella che è una condizione di estrema sofferenza vissuta in prima persona. Attualmente si opta per la modifica in disregolezione della sfera emotiva. 

Il soggetto borderline si sente continuamente sull’orlo del burrone della disperazione e ciò che può sembrare un nonnulla può avere una grande importanza a livello di interpretazione dell’evento, ma soprattutto a livello di conseguenze: agiti dannosi per il soggetto e un impatto sociale distruttivo. 

Il soggetto viene poco compreso, definito melodrammatico o esagerato, ma è ben difficile comprendere l’avere “un’amigdala in fiamme” con il suo impatto. Non si tratta di semplice “emotività , ma di regolazione emotiva, che ritrova le sue cause in un correlato biologico ben specifico. 

Sarebbe riduttivo fermarsi a questo: il disturbo borderline prevede mille sfaccettature di sofferenza. Si consigliano i testi di Marsha Linehan, qualora si volesse approfondire. 

Eppure, il disturbo borderline venne definito da Perry Hoffman come “il disturbo della speranza”: vi è un alto tasso di guarigione nel momento in cui si inizia la terapia adatta alle istanze sintomatiche di questo disturbo. 

La terapia migliore per il trattamento del disturbo borderline di personalità è quella dialettico-comportamentale. Riprendendo lo schema della terapia cognitivo-comportamentale, la DBT è una terapia che viene incontro alle difficili condizioni del paziente, attraverso strategie adatte alle specifiche problematiche. 

Inoltre, l’apparato su cui si basa la DBT è di stampo filosofico-orientale, con concetti come la mindfulness. Le fondamenta si basano su un presupposto di mondo per il quale il dinamismo vige all’interno della realtà e sia, dunque, necessario sviluppare una flessibilità. 

Le terapie sono fondamentalmente di gruppo, accompagnate a terapie di carattere singolo, che hanno lo scopo di ricostituire un microcosmo da instaurare in seguito nel macrocosmo. Si analizzano in primo luogo le proprio dinamiche e solo in una seconda fase quelle con il sé del passato e con l’altro, in modo tale da avere una pelle protettiva , dato che i pazienti borderline sono definiti come ustionati di terzo grado, per affrontare le questioni cruciali. 

Si può guarire da questo disturbo. Si puó riuscire a pretendere per sè una qualità migliore della propria vita. Attraverso la giusta terapia, infatti, si acquisiranno le capacità per sventare le crisi, analizzando con consapevolezza le proprie dinamiche e attuando efficaci strategie.

Articolo di Chiara Dambrosio.

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