Viaggio alla scoperta dei popoli nomadi: prima tappa, Myanmar

Spesso ci chiediamo come sia la vita di un rifugiato, il suo viaggio, la famiglia che ha perso, tutte quelle piccole cose che fanno di quel numero una persona. Quello che vorremmo raccontarvi in questo piccolo spazio è la storia dei popoli nomadi, non per scelta ma per necessità.


La nostra prima tappa è il Myanmar, a cui ci si riferisce spesso col vecchio nome di Birmania.

É il momento di cominciare il racconto. La nostra protagonista è la minoranza musulmana Rohingya sino a due anni fa residente nello stato del Rakhine (parte del Myanmar). In quanto minoranza si è trovata molto più spesso dalla parte del torto che da quella della ragione; o perlomeno, questo è quello che 60 anni di repressione ci insegnano sul loro conto.

É strano sentirsi stranieri a casa propria, ma i Rohingya hanno provato questa sensazione quotidianamente per decenni. Sin dalla Seconda Guerra Mondiale hanno avuto problemi con la maggioranza buddhista del paese. Gli uni sostenitori del regime coloniale britannico, gli altri favorevoli a un’invasione giapponese che avrebbe potuto soddisfare la loro sete nazionalista. Da lì in poi la situazione non avrebbe fatto altro che peggiorare.

Nel 1978 un primo tentativo di pulizia etnica, promosso dal regime militare birmano, aveva costretto alla fuga quasi 200.000 Rohingya. Nel 1982 vennero privati della cittadinanza, nonostante il loro gruppo etnico contasse quasi un milione di individui. Malgrado ciò è negli ultimi anni che la violenza ha raggiunto il suo apice.

Nel 2012 folle di buddhisti costrinsero alla fuga migliaia di Rohingya dando alle fiamme case e moschee. Ma è nel 2017 che la situazione raggiunge il punto di non ritorno. Quello che stava per accadere avrebbe avuto proporzioni tali da far dire ad Aung San Suu Kyi, consigliere di stato birmano: “Metà dei villaggi musulmani è intatta, sono come erano prima che gli attacchi (dell’esercito) avessero luogo”, come reclamando un grande successo. É evidente il silenzio omertoso che nasconde la brutalità delle violenze perpetrate dall’esercito. Quindi a rigor di logica supponiamo che Aung San Suu Kyi sarebbe felice di perdere una gamba invece che due.

Ciò che è successo nel 2017 a opera del Tatmadaw non ha precedenti nella storia del Myanmar. L’esercito ha sistematicamente distrutto, dato alle fiamme e raso al suolo interi villaggi; stuprando, uccidendo e costringendo alla fuga circa 730.000 Rohingya. La nostra storia potrebbe chiudersi con una nota di speranza e potremmo raccontarvi dell’accordo raggiunto da Bangladesh, dove i Rohingya hanno trovato rifugio, e Myanmar riguardo al loro rimpatrio.

Rimane però un elefante della stanza, essendo i Rohingya tecnicamente apolidi (non potendo ottenere la cittadinanza birmana dal 1982) in caso fossero rimpatriati verrebbero considerati immigrati bengalesi. Proprio per questo l’accordo tra Bangladesh e Myanmar ha garantito, per ora, il rimpatrio solo di qualche decina di Rohingya.

Nulla tornerà come prima. L’indifferenza è totale, come afferma il New York Times: “Persino le torri di vedetta dei campi di rimpatrio sono vuote. Non c’è nessuno di guardia”. Le violenze in Myanmar non sono altro che l’ultimo genocidio di una lista infinita; a confermarlo è lo Human Rights Council dell’ONU.

Un popolo senza più stato, uno stato che è la peggior incarnazione del post-colonialismo novecentesco. Rohingya, Nomadi, un popolo senza casa che popola il mondo intero, 75 milioni di individui che abitano un limbo regolato da convenzioni internazionali vecchie di 70 anni.

Articolo di Matteo Cortellari

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