Zingaretti imprigionato nel governo

Tutto è cambiato dallo scorso marzo, quando Nicola Zingaretti ha vinto le primarie del Pd e ne ha assunto la guida. Allora si trovò tra le mani un partito smarrito, in crisi d’identità e senza idee su come ritornare al governo. La confusionaria opposizione che esercitava contro il governo Conte I lasciava ben poche speranze di una vicina vittoria elettorale.

Di vittorie elettorali, però, non c’è stato bisogno. Quest’estate la mossa di Salvini e il concomitante ripensamento di Renzi hanno portato Zingaretti dritto al governo e ad accordarsi con Luigi Di Maio. Com’è noto Zingaretti non ha voluto questo matrimonio. Anzi, fu tra i primi a seguire Salvini nella sua richiesta di elezioni anticipate. Una volta formato il nuovo esecutivo il Pd ha dovuto subire anche la conferma di Conte — l’uomo del contratto di governo tra Lega e Cinque Stelle — alla presidenza. Nonostante i numerosi smacchi subiti in quella fase, Zingaretti si è da subito proposto di rendere stabile e strutturale l’alleanza con i grillini. La coalizione formata in Umbria — poi sconfitta dal centro-destra — è stato il primo passo. Da sempre, del resto, l’ala sinistra del Pd guardava con favore ai Cinque Stelle e attendeva il momento giusto per stringere un accordo in funzione anti salviniana.

Ma la strada di questa esperienza non è per niente spianata.

Innanzitutto il Pd soffre il fatto di non aver concluso l’accordo con i Cinque Stelle dopo una nuova tornata elettorale. Attualmente in parlamento il Movimento ha la maggioranza relativa e il Pd ha dovuto affrontare la formazione del governo da una posizione di minoranza. L’insistenza di Zingaretti nella richiesta di un ritorno alle urne era giustificata anche da questa esigenza. Superato lo scoglio il segretario del Pd si è trovato comunque in una posizione subalterna. Anche se la volontà di molti dirigenti del Pd è quella di procedere a un lento assorbimento dei grillini il modo in cui si è giunti all’accordo non è stato dei più promettenti.

Il premier Conte si era perfettamente identificato con la stagione giallo-verde. Ciò nonostante ha presto dismesso i panni del sovranista per presentarsi — come lui stesso ha detto — come un cattolico progressista da sempre di centro-sinistra. Questa affinità ideologica e una certa predisposizione al moderatismo hanno enormemente avvicinato Conte al Pd. Zingaretti al Corriere della Sera ha parlato di lui come «un riferimento per l’intero centro-sinistra». Di Maio invece appare ritroso e svogliato. Non ha digerito l’alleanza e fin da agosto sembra quasi soffrire la rottura con Matteo Salvini. Il Movimento attraversa una fase di notevole sbriciolamento: perde ogni giorno parlamentari e la leadership del ministro degli Esteri è messa in dubbio da molti.

Questo indebolimento del partner di governo consente a Zingaretti di mantenere una certa vitalità. I sondaggi mostrano infatti il Pd intorno al 18 per cento, la stessa cifra di circa un anno fa. Non va dimenticato che nel frattempo il partito ha subito prima la scissione di Carlo Calenda, che ha fondato Azione, e poi quella di Renzi, che ha fondato Italia Viva e indebolito anche i gruppi parlamentari democratici.

Zingaretti in questa fase appare come imprigionato nel governo.

La sua solitudine emerge continuamente. Avrebbe preferito andare al voto e riaffermare il suo controllo sul partito ma non ha potuto. Si trova ogni giorno a vestire i panni della responsabilità e non può esercitare fino in fondo il mandato ricevuto con le primarie di marzo — cioè una rifondazione da sinistra del Pd — e fatica anche, per effetto della formula quadripartita nel governo, a fare da vero contraltare ai grillini e in questo modo a sottrarre loro consenso.

Semplificando lo scenario si potrebbe dire che davanti a lui si aprono tre strade: mantenere in vita questo esecutivo il più a lungo possibile, farlo cadere per andare a votare — magari passando per il tanto evocato governo di tregua — oppure farlo cadere per formarne un altro con la stessa formula quadripartita (Pd, Cinque Stelle, Leu, Iv) ma con un nuovo premier. Tornare alle urne potrebbe essere una rosea tentazione, ma presenta il rischio della probabile vittoria leghista. Cambiare il premier invece potrebbe essere una valida alternativa, ma di certo Di Maio si opporrebbe. Al momento, in ogni caso, Zingaretti assicura di credere in questo governo e di volerlo anzi rilanciare.

Al di là delle alchimie politiche la solitudine del segretario democratico ha anche una radice ideologica. La sua conquista del Pd fu compiuta in nome dell’alternativa al renzismo e di una più radicale svolta a sinistra. Oggi però le sinistre socialiste non sembrano più forti come prima. La sconfitta di Corbyn e l’indebolimento di Elizabeth Warren nelle primarie democratiche americane sono due esempi di questa tendenza. In altri casi, come per Bernie Sanders, la radicalità è fonte di forza. Il Pd fatica a trovare un proprio profilo perché le proposte grilline sono già di sinistra: il reddito di cittadinanza e il salario minimo sono due esempi. Oggi il Pd ha fatto degli investimenti la propria bandiera e sembra spingere per un più deciso intervento dello Stato nell’economia. Questa sarebbe sicuramente una ricetta di sinistra. Ma anche su questi temi il populismo dei Cinque Stelle si è spinto ben oltre, arrivando a pretendere che lo Stato revochi unilateralmente le concessioni autostradali e avochi direttamente a sé la gestione dei servizi pubblici. Qui sta il punto: mentre il Pd propone soluzioni da socialdemocrazia i Cinque Stelle si rifanno direttamente al socialismo reale. Come si può, in questa situazione, superarli a sinistra?

Un’ultima difficoltà del Pd da sottolineare è quella relativa alla difesa dello stato di diritto. La vicenda della riforma della prescrizione — che verrebbe annullata sempre dopo il primo grado di giudizio, senza distinguere tra condannati e assolti — è la realizzazione più concreta del populismo giudiziario che da almeno tre decenni viene sbandierato in Italia. Fino a ieri i democratici avevano opposto una strenua resistenza a iniziative giustizialiste di questo tipo. Però adesso sembrano non avere la forza di opporsi, in nome della tenuta del governo, a svolte radicali come questa. Quando anche questo nodo verrà al pettine, Zingaretti e i suoi potranno ancora tergiversare e non affrontare una questione così importante per lo stato di diritto?

Michele Pinto
Studente di giurisprudenza. Quando non leggo, mi guardo intorno e mi faccio molte domande.

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