Borsa asiatica, il gennaio da brivido di Hong Kong e Cina

Borsa asiatica, il gennaio da brivido di Hong Kong e Cina

Tra declassamenti e Coronavirus questo 2020 è sicuramente iniziato con il botto per i mercati orientali.

Cina e Hong Kong, infatti, sono entrati nella nuova decade con importanti movimenti in campo finanziario, provocando interrogativi e insicurezze nei corrispettivi occidentali.

Ma siamo davvero davanti a un declino della superpotenza asiatica? Di un gigante che sembrava così solido e inattaccabile?

Per rispondere, innanzitutto, bisogna riflettere su quelli che sono stati gli avvenimenti del mese di gennaio. 

Partendo da Hong Kong, lo Stato si è svegliato lo scorso 21 gennaio con una  comunicazione da parte dell’agenzia di rating Moody’s la quale informava che la sua classificazione del Paese sarebbe passata da Aa2 a Aa3, questo dopo che in settembre anche Fitch l’aveva declassato per via dei tumulti, e la motivazione è da ricercarsi in una lentezza delle istituzioni nel rispondere ai disordini dei mesi precedenti.

Perché questo declassamento è importante? E, soprattutto, cosa significa?

In parole povere il rating dato dalle agenzie valuta “il rischio” che un compratore corre nell’acquistare i Titoli di Stato delle “fettine” del deficit pubblico, che si ottiene quando le spese sono più delle entrate, di quel dato Paese – logicamente: più è elevato il rischio meno si sarà disposti a investire in quei Titoli.

Nello specifico caso di Hong Kong questo declassamento è da guardare con relativa preoccupazione: la valutazione rimane comunque molto alta, lo Stato può contare su un debito pubblico molto basso e su una solida politica finanziaria. L’evento ha condotto a uno spostamento negativo in Borsa, ma era una possibilità (anzi una certezza) da mettere in conto sin dall’inizio delle proteste; senza considerare che Aa3 indica un mercato molto stabile e poco rischioso – soprattutto se poi si pensa al fatto che il rating di Moody’s per l’Italia è pari a un livello Baa3, ben sei gradini più in basso.

La risposta alle domande iniziali sembra quindi risolta, almeno per il caso Hong Kong: un brivido, ma nessun disastro imminente.

Passando al caso cinese, invece, il mercato aveva iniziato a tremare già verso la fine del 2019. Premettendo che l’economia cinese si basa sul controllo statale delle imprese, essa si è trovata davanti a un terribile scenario quando una sua agenzia, la Tewoo Company, ha rischiato il default – che, spiegato in maniera molto semplice, è da intendersi come un insolvenza contrattuale: non si è in grado di saldare i propri debiti alle condizioni che erano state pattuite in precedenza – il primo per una compagnia cinese. 

Con l’inizio del nuovo anno la situazione non si è distesa, il nuovo virus ha portato a far sì che il 3 febbraio fosse il giorno più tetro per Pechino dal 2015, con il mercato cinese che ha perso un valore azionario pari a circa l’8%.

La paura per la malattia si è infatti riflessa in Borsa, e gli investitori hanno deciso di tirarsi indietro.

In questo caso, però, gli asiatici non hanno nemmeno lasciato il tempo agli occidentali di interiorizzare l’informazione che già nella giornata del 6 febbraio si sono avuti importanti cambiamenti. Il governo cinese non è stato certamente con le mani in mano mentre la sua potenza veniva minacciata: un pronto taglio dei dazi – imposte su merci provenienti dall’estero – pari a 75 miliardi sui prodotti Usa, ha ridato fiducia agli investitori che confidano nella capacità governativa di far fronte alla crisi causata dal Coronavirus, registrando così un bel rialzo in borsa con Shanghai (+1,5%) e Shenzhen (+2,5%).

Anche per la Cina vale quanto detto per Hong Kong: per quanto a molti farebbe piacere dimostrare che nessuno è invincibile, che anche i migliori sbagliano, probabilmente dovremo aspettare ancora a lungo per vedere un’irrimediabile crisi asiatica.

Finché riusciranno a garantire solidità e sicurezza il mercato non subirà cambiamenti drastici. Certo rimane che questo mese di gennaio ha dimostrato l’estrema variabilità, emotività e velocità dei mercati azionari, ai quali nessuno, nemmeno la grandissima Cina, è del tutto immune.

Articolo di Martina Di Paolantonio.

Immagine di copertina: Kevin Lee/Bloomberg News

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