Dopo Conte c’è ancora Conte?

Non è un caso che le fibrillazioni nel governo siano cominciate dopo il voto in Emilia Romagna. La vittoria del centro-sinistra, infatti, ha significato essenzialmente un rafforzamento della maggioranza e delle probabilità di durata del premier Conte. Questo cambio di prospettiva — un governo più forte e più stabile — ha però spiazzato Matteo Renzi.

L’ex premier, controllando una pattuglia di senatori, è decisivo per le sorti del governo e, dopo l’Emilia, ha deciso di far valere il suo fondamentale — anche se esiguo — peso politico. La scommessa di Renzi, dopo aver propiziato il Conte bis e aver fondato Italia Viva, rimane quella di restare a galla e di non sprofondare nell’irrilevanza. Il suo ostacolo su questa strada è proprio Giuseppe Conte, che negli ultimi mesi ha maturato ampi consensi e si è affermato come protagonista del centro dello scenario politico, proprio la zona dove Renzi spera di raccogliere voti. La somma di questi fattori ha spinto il senatore toscano ad attaccare l’esecutivo.

Il terreno di scontro che ha scelto è quello della prescrizione. Giovedì scorso Italia Viva ha disertato il Consiglio dei ministri che ha approvato il nuovo accordo di maggioranza sulla riforma Bonafede, che prevede che la prescrizione sia bloccata definitivamente dopo la condanna in secondo grado. Renzi nei giorni precedenti aveva continuamente marcato le distanze dalle posizioni del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e dalla concezione grillina della giustizia, arrivando a minacciare una mozione di sfiducia contro Bonafede. In particolare i renziani si dichiarano contrari all’abolizione della prescrizione perché la considerano un pilastro fondamentale dello stato di diritto. Subito dopo questo strappo istituzionale, l’ex premier ha rincarato la dose, ventilando l’ipotesi di un nuovo governo anche senza la partecipazione di Italia Viva. In particolare l’attenzione si è concentrata su un gruppo di senatori di Forza Italia, guidati dall’ex ministro Paolo Romani, che sarebbero a un passo dal passare con la maggioranza di Conte e quindi sostituire i renziani in uscita.

Questa repentina serie di avvenimenti ha messo in chiaro l’intenzione di Renzi di silurare il governo e far saltare Conte.

Secondo Il Sole 24 Ore e altri giornali il suo obiettivo di lungo termine potrebbe essere quello di sostituire Conte con un esponente del Pd e rientrare nella maggioranza tra qualche tempo. Non è un mistero, infatti, che i deludenti sondaggi di Italia Viva non lo spingano verso le elezioni anticipate. Mercoledì sera, da Bruno Vespa, Renzi ha ulteriormente rilanciato proponendo un accordo per le riforme istituzionali che preveda l’elezione diretta del presidente del Consiglio, e magari un governo istituzionale. È chiaro in ogni caso che il vero motivo delle tensioni è la rivalità tra Renzi e Conte, l’aspirazione al medesimo spazio politico e una malcelata idiosincrasia tra i due.

Resta ovviamente l’incognita di Giuseppe Conte. Il premier più trasformista degli ultimi anni — passato da Salvini a Bersani in un batter d’occhio — si trova di fronte a un nuovo bivio: propiziare o ostacolare le manovre di Renzi? Il Conte tre sarebbe senza dubbio un governo ancora più annacquato dell’attuale, con una maggioranza ancora più composita. L’attuale formula, del resto, non ha portato solo risultati positivi ai partiti di governo: ha sì consentito al Pd di rafforzarsi ma ha anche condannato il Movimento 5 Stelle a un’inesorabile discesa nei sondaggi.

Negli ultimi mesi Conte si è fatto conoscere come attore protagonista. Ma senza idee politiche.

Il dato di fatto è che nonostante tutto resta centrale nel panorama politico. E allora l’evoluzione della sua carriera potrebbe essere alternativamente la fondazione di un (ennesimo) partito centrista o l’elezione nel 2022 al Quirinale come successore del presidente Mattarella. Come detto, la sua stessa permanenza al centro della scena minaccia e frustra le ambizioni di Renzi, che sta facendo di tutto per eliminarlo dal palcoscenico. Ma i due maggiori partiti di maggioranza — Pd e Cinque Stelle — restano la principale garanzia della sopravvivenza di Conte e sarà con loro che Renzi dovrà fare i conti se riusciranno a fare fronte comune. Proprio per bloccare sul nascere le ambizioni di Italia Viva, Zingaretti e Crimi potrebbero blindare Conte e la maggioranza, magari con un innesto parlamentare, e mettere fuori gioco l’ex premier.

Lo sbocco di un’eventuale crisi di governo al buio, se si aprisse nei prossimi giorni, o anche di una crisi non dichiarata provocata da Renzi, porterebbe in quel caso a un rafforzamento di Conte, sostenuto dal Pd — poco interessato ad eventuali stravolgimenti — e da quel che resta dei Cinque Stelle. E Conte resterebbe in sella, sopravvivendo a se stesso e battendo, dopo Salvini, anche Renzi. E questo significherebbe il fallimento dell’ennesima spericolata scommessa dell’ex premier e il ricompattamento del centro-sinistra — Pd, Leu e Cinque Stelle — intorno al presidente del Consiglio. Per la sinistra, insomma, non tutto il male verrebbe per nuocere.

Michele Pinto
Studente di giurisprudenza. Quando non leggo, mi guardo intorno e mi faccio molte domande.

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