Hanau: il razzismo piaga dei popoli (foto di Lifegate)

Hanau: il razzismo piaga dei popoli

Questa volta teatro dell’ennesima strage terroristica è stata la città di Hanau, vicino a Francoforte, nel cuore della Germania e dell’Europa. Presi di mira dall’attentatore due locali frequentati da curdi dove era caratteristica la possibilità di fumare con il narghilè. Tutto è avvenuto la sera del 19 febbraio, nove i morti. Le caratteristiche dei locali e della clientela abituale hanno subito fatto pensare a una strage per motivi razziali o comunque di odio verso lo straniero.

Un’ipotesi poi confermata dai primi riscontri a proposito dell’attentatore, suicidatosi poco dopo la strage. Tobias Rathien, questo il suo nome, ha lasciato un video e un documento scritto di rivendicazione nei quali afferma, tra l’altro, che bisogna annientare gli immigrati se non si riesce a espellerli dalla Germania.

Nel documento e, soprattutto, nel video ci sono passaggi che possono far pensare alla follia, come quello su società segrete invisibili che controllano gli Stati Uniti da basi sotterranee. E del resto il capo dell’Ufficio anticrimine federale ha parlato di «patologia psicotica grave», secondo quanto riportato dall’ANSA.

Questo potrebbe portare a ridimensionare l’allarme, così come il fatto che si sia trattato, a quanto pare, di un lupo solitario, di un nazista «fai-da-te senza legami con organizzazioni», come l’ha definito The Economist in un articolo del 22 febbraio che si può legge su l’Internazionale.

Ma quello che preoccupa, in Germania come altrove in Europa, è che il passato oscuro di odio per il diverso non passa e, anzi, ritorna. Per usare le parole del Presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier, in una recente cerimonia di commemorazione delle vittime del nazismo: pensavamo che «gli spettri del passato sarebbero scomparsi col tempo» e invece ora li vediamo «alzare di nuovo le loro spaventose teste, assumendo una nuova forma»; l’odio e la violenza contro chi viene comunque configurato come diverso/nemico «si stanno diffondendo».

L’ottobre scorso si è sfiorato il massacro alla Sinagoga di Halle e in giugno Walter Lübke, un esponente politico democristiano che aveva ricevuto molte minacce per le sue posizioni a favore dei rifugiati, è stato assassinato nella sua casa da un neonazista. Non ci sono per il momento in campo potenti organizzazioni, ma l’odio si diffonde.

C’è a riguardo una spiegazione classica, spesso proposta, che lo ricollega alla crisi economica: quando la situazione peggiora, si scarica l’odio su un qualche nemico.

Del resto, non fu così anche nel caso dell’affermarsi del nazismo e poi del procedere sempre più terribile della “Soluzione finale” man mano che in Germania la situazione peggiorava con l’avvicinarsi della sconfitta?

Tale spiegazione, come ogni tentativo di razionalizzazione, vorrebbe anche rassicurare indicando una causa sulla carta rimovibile. Ma quello che vediamo è che la crisi dell’economia pare ormai in Europa una sorta di dato strutturale e che la situazione potrebbe anche peggiorare. Quindi, se è la crisi a risuscitare i mostri, il futuro appare oscuro.

Ma non è solo la crisi. Hanau, il teatro di quest’ultima tragedia, è in una zona ricca della Germania dove finora la crisi non si è vista. E Tobias Rathien non era un povero emarginato. Come non lo era ad esempio Anders Breivik, il neonazista della strage di Utoya, nato e vissuto nel benessere. E del resto molti degli italiani che approvarono le leggi razziali del 1938 non si consideravano certo degli impoveriti da una qualche crisi economica, erano invece fiduciosi in un destino di crescente benessere.

No, la crisi conta, ma c’è anche dell’altro. E alla luce anche dei recenti episodi di razzismo in Italia, la paura di un futuro tragico è più che giustificata. Perché gli odiatori hanno già trovato e troveranno i loro nemici: gli ebrei, secondo una terribile e antica tradizione, i Rom e poi gli immigrati turchi, i ‘neri’ o comunque i diversi.

Per usare una famosa frase tratta da La banalità del male di Anna Arendt, storica e filosofa del ‘900: «Quel che ora penso è che il male non è mai “radicale”, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca». Era convinzione della Arendt che il male si diffondesse inarrestabile nel mondo proprio perché superficiale e contrario al pensiero, alla riflessione che invece invitano alla profondità.

Secondo una stima della Fondazione ISMU (Iniziative e Studi sulla Multietnicità) gli stranieri presenti in Italia superavano i sei milioni già nel 2018 e la domanda che sorge spontanea è: la battaglia per il pensiero contro il razzismo potrà mai essere davvero vinta?

Carlo Codini
Nato nel 2000, sono uno studente di lettere. Appassionato anche di storia e filosofia, non mi nego mai letture e approfondimenti in tali ambiti, convinto che la varietà sia ricchezza, sempre.

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