Ho guardato il festival di Sanremo per la prima volta

Ho guardato il Festival di Sanremo per la prima volta

Quest’anno il nostro commento al 70esimo Festival di Sanremo arriva da un nostro redattore che ha guardato per noi per la prima volta la kermesse.


Non essendo un estimatore della musica pop italiana ammetto di non aver mai avuto la curiosità di guardare il Festival di Sanremo, forse complice anche un po’ di snobismo verso un evento così popolare.

Quest’anno ho provato a guardarlo e devo dire che la cosa che mi ha subito colpito è stato il timore dei protagonisti verso quella che effettivamente è una vera e propria istituzione in Italia.

Fiorello nella prima serata ha nominato spesso il fattore share, un po’ scherzandoci, ma un po’ lasciando intendere che è una questione molto stressante e Amadeus, che sentiva ancora la pressione per la gaffe fatta nella famosa conferenza stampa, cercava di pronunciare ogni parola soppesandola bene.

Inizialmente, anche gli sketch comici sembravano forzati, non per incapacità, ma appunto perché i presentatori, che in altri contesti siamo abituati a vedere disinvolti, hanno sentito di avere la responsabilità di gestire non un normale programma televisivo, ma una vera e propria tradizione della cultura italiana.

A onore del vero, va detto che col passare delle ore si son sciolti sempre più trovando una dimensione che evidentemente agli italiani piace, visto gli ottimi risultati negli ascolti.

Quello che mi ha colpito di più è che sostanzialmente il Festival è apolitico, non perché non mandi messaggi politici, ma perché la politica è troppo debole per imporsi su di lui.

Salvini ha tentato invano di boicottarlo dicendo che non vale la pena guardarlo perché il vincitore sarà sicuramente di sinistra, così come le femministe più agguerrite hanno tentato di farlo dicendo che Amadeus è sessista. Niente da fare.

Il Festival ha gli anticorpi perfetti per essere indipendente dalla politica: si passa dalla standing ovation per la cantante più odiata dalla sinistra, Rita Pavone, che al netto della qualità della canzone ha mostrato sul palco dell’Ariston un’energia notevole e una passione vera, all’elogio sfrenato verso il gesto provocatorio di Achille Lauro, che con la sua tutina aderente ha mandato in cortocircuito i difensori dell’idea secondo la quale uomo e donna hanno ruoli e caratteristiche ben distinte che non possono mischiarsi. 

Sanremo è polemica; una polemica che inizia settimane prima, si prolunga durante le serate e finisce settimane dopo.

Tra le tante di questa 70esima edizione è importante sottolinearne una, ovvero quella relativa ai discorsi importanti e impegnati mandati in onda in tarda serata. Solo verso mezzanotte è stato programmato il monologo struggente di Rula Jebreal contro la violenza sulle donne che, oltre a commuovere, ha messo a tacere chi non voleva la sua presenza al Festival. Addirittura all’una di notte passata Emma D’Aquino ha pronunciato il suo discorso sulla libertà di stampa in cui ha denunciato i problemi che hanno i giornalisti nello svolgere il loro lavoro: ha accusato direttamente paesi come Russia e Turchia e ha dato una stilettata ai politici nostrani che usano l’arma della querela facile per intralciare il lavoro dei giornalisti.

Dare spazio a questi discorsi in una fascia oraria più seguita sarebbe stato un atto importante da parte degli autori del programma, ma purtroppo va registrata una mancanza di coraggio da parte loro. Peccato.

Al netto delle polemiche c’è da dire che il Festival dona anche un po’ di leggerezza al dibattito in Italia, perché per una settimana e più si parla di musica, si ascoltano canzoni, ci si confronta sulle varie performance, sugli sketch divertenti e, perché no, sugli abiti dei cantanti e degli ospiti. 

Insomma, il Festival con il suo imponente share è una delle poche cose che riesce ancora a unire milioni di italiani in un periodo in cui sembriamo divisi su tutto. 

Luca D'Andrea
Classe 1995, studio Storia, mi piacciono le cose semplici e le storie complesse.

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