Il caso Craxi è ancora aperto

Nelle ultime settimane si è parlato con profusione di Bettino Craxi e del film “Hammamet”, portato nelle sale dal pregevole Gianni Amelio, già autore del fenomenale “La tenerezza”. Il discorso su Craxi si è focalizzato sugli ultimi mesi della sua vita e su come, in breve tempo, sia passato dalla folla osannante del Congresso della Piramide del 1989 alla folla linciante delle monetine all’Hotel Raphael. Non tutti hanno colto l’opportunità per tracciare un bilancio politico sulla vicenda craxiana e, anzi, hanno sfruttato la scelta narrativa di Amelio — che si è concentrato, come ovvio, sull’uomo Craxi — per rinvangare la contrapposizione esasperata e insultante che accompagnò quegli anni.

Il caso Craxi, che il film di Amelio ha il merito di riaprire, rappresenta una vera ferita aperta per l’Italia della politica e della giustizia.

In tv e sui giornali ci si è ridotti al solito dualismo. Da una parte chi considera Craxi il capo dei briganti, anzi il ladrone per eccellenza, che della corruzione è stato il re e nella corruzione ha saputo prosperare. Dall’altra invece gli innocentisti ad ogni costo, per i quali Craxi è stato solo il perseguitato, vittima di un colpo di stato giudiziario e morto in esilio. Ciò che non si riesce ad ammettere, nonostante siano passati vent’anni dalla morte di Craxi, è che il leader socialista fu fatalmente entrambe le cose: il politico corrotto e il grande riformatore. Non si può — se non in malafede — separare le due vicende.

Negli anni Ottanta il Partito Socialista si fece promotore di una delle più grandi modernizzazioni che l’Italia abbia mai conosciuto. Nel suo nuovo libro “Presunto colpevole” Marcello Sorgi scrive che Tony Blair alcuni anni fa gli confessò candidamente che il programma craxiano fu fonte d’ispirazione per il New Labour che conquistò la Gran Bretagna negli anni Novanta. Bastino due esempi. Il taglio di tre punti dell’anacronistica scala mobile (il meccanismo che legava i salari all’inflazione) costituì nel 1984 una scelta coraggiosa e innovativa. Quella decisione, e il successivo referendum stravinto dai socialisti, spaccò la sinistra e relegò il Partito Comunista e la Cgil a un ruolo subalterno e marginale. La riforma dei Patti Lateranensi, poi, abolì di fatto, dopo cinquant’anni, la nozione di religione di Stato per il cattolicesimo e sancì un notevole passo in avanti per il laicismo dello Stato.

Nel periodo in cui Craxi fu presidente del Consiglio (tra il 1983 e il 1987) l’Italia divenne la quinta potenza industriale del mondo, aumentò la produzione e ridusse l’inflazione. Secondo i critici il prezzo da pagare fu la crescita esorbitante del debito pubblico (più che raddoppiato), che portò il Paese sull’orlo della bancarotta e costrinse i governi successivi a politiche restrittive. Nel complesso, e in poche righe, si può dire che quegli anni rappresentarono l’ultimo scorcio di crescita economica in Italia.

I successi di governo gettano luce sul primo aspetto del caso Craxi, e cioè quello politico. Negli anni in cui i socialisti condividevano il potere con la Dc si acutizzarono i fenomeni di corruzione già ampiamente diffusi. Le vicende che poi saranno al centro di Tangentopoli, quelle cioè legate al finanziamento illecito ai partiti in cambio di favori e alla sistematica falsificazione dei bilanci dei gruppi parlamentari, raggiunsero il loro culmine proprio negli anni Ottanta. Come dirà lo stesso Craxi nel celebre intervento alla Camera del 3 luglio 1992, per decenni l’intero sistema era stato infettato dalla corruzione e praticamente nessuno, tra i politici, aveva mai criticato o denunciato:

E tuttavia, d’altra parte, ciò che bisogna dire, e che tutti sanno del resto benissimo, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale. I partiti, specie quelli che contano su apparati grandi, medi o piccoli, giornali, attività propagandistiche, promozionali ed associative, e con essi molte e varie strutture politiche operative, hanno ricorso e ricorrono all’uso di risorse aggiuntive in forma irregolare o illegale. Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale. Ma non credo che ci sia nessuno in quest’aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo, perché presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro.

Tra il 1992 e il 1993 fu dunque la magistratura a prendere l’iniziativa. La procura di Milano intervenne con decisione indagando e arrestando imprenditori e politici, con metodi non sempre ortodossi e con un intento che parve fin dall’inizio più vasto della semplice repressione del malaffare. Ancora pochi giorni fa, l’1 febbraio, Piercamillo Davigo, che del pool era un componente, è stato ampiamente contestato dai penalisti di Milano per l’eccessivo giustizialismo che continua a propugnare. Le procure, dunque, si sostituirono alla politica. E di conseguenza la risoluzione del problema puramente politico del finanziamento dei partiti arrivò dai giudici e non dalla politica. Com’è evidente, sapere in che modo i partiti si finanziano è un tema strettamente connesso alla democrazia e al suo funzionamento. Ma allora il parlamento si dimostrò imbelle e i magistrati intervennero, spazzando via uomini politici e interi partiti. Alcuni esponenti della nuova sinistra e dei nuovi partiti appena saliti alla ribalta cavalcarono anzi le inchieste nel tentativo di indebolire i propri avversari politici. E anche i giornali, da Repubblica a L’Indipendente, utilizzarono Tangentopoli per aumentare le proprie tirature.

Anche per questo Craxi fu soprattutto un capro espiatorio. Un colpevole tra i colpevoli che pagò per tutti.

Le vicende di quel biennio, proprio perché non affrontate sul piano politico e legislativo, non risolsero del resto la questione principale: i partiti continuarono ad avere difficoltà a finanziarsi, e dunque gli episodi di corruzione continuarono. Nel 1993 un referendum abolì, sull’onda dell’indignazione popolare, anche il finanziamento pubblico legale. Ancora oggi il tema non è stato seriamente affrontato: la crisi della politica e della sua capacità di rappresentanza hanno largamente a che fare con questo.

Ma il caso Craxi non riguarda solo questo tema. In realtà c’è anche il problema tipicamente italiano dell’incapacità di fare i conti con la propria storia. Come racconta il film, ancora nel 1999 il governo, presieduto da Massimo D’Alema, non garantì l’immunità per il rientro in Italia di Craxi, che necessitava di cure mediche urgenti, per poi proporre, poco dopo, di tenere i funerali di Stato in territorio tunisino. Se anche risulta accettabile la linea iniziale di non permettere il rientro dell’ex segretario socialista, che per la giustizia italiana era formalmente un latitante, non si spiega la proposta successiva dei funerali di stato, sintomo in realtà di una grave ipocrisia.

La domanda è rimasta in questi anni senza risposta: perché fu solo Craxi a pagare fino in fondo?

La fuga in Tunisia e l’esilio macerante, rancoroso, dimenticato da tutti, in questo senso, hanno aperto una questione ancora irrisolta, che riguarda soprattutto la democrazia italiana. La sua incapacità di rigenerarsi, la sua violenza nell’abbattere l’idolo del giorno prima. Può durare un sistema che funziona con queste regole? E se capitasse di nuovo? Nessuno sa cosa potrebbe accadere, perché il problema è stato eluso, evitato con furbizia. I magistrati e i politici hanno continuato a farsi la guerra, con ancora più vigore, spesso delegittimandosi a vicenda. La battaglia alla politica corrotta è persino diventata un filone editoriale, una saga che si autoalimenta con sensazionalismo sui giornali, nei libri, in tv. Il problema di sistema è stato acutizzato, ma di certo non è stato risolto. Questa vicenda, però, meriterebbe di essere chiarita, perché non riguarda solo la corruzione e il malaffare: riguarda tutti.

Craxi infatti rappresenta l’anello di congiunzione tra la Prima Repubblica, con i suoi partiti di massa e i suoi riti, e ciò che è venuto dopo. E dopo è venuto un territorio inesplorato, in cui la politica non ha rappresentato più nessuno e i politici si sono ridotti a meri gestori del potere. Ammettere che il momento in cui il giocattolo si è rotto e le cose hanno cominciato a peggiorare è proprio quello, tra il 1992 e il 1993, non impedisce di riconoscere le colpe giudiziarie di Craxi. Anzi. E fare chiarezza su quegli anni, senza confusioni e tifo da stadio, è un punto da cui partire. È quello che si può fare.

Michele Pinto
Studente di giurisprudenza. Quando non leggo, mi guardo intorno e mi faccio molte domande.

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