Ipocondrie collettive: dal razzismo al Coronavirus

Ipocondrie collettive: dal razzismo al Coronavirus

Fin dagli arbori della vita sulla terra la paura è stata un vero e proprio motore a propulsione per l’evoluzione del mondo animale e umano. Dalla paura del freddo è nato il fuoco, nemici dotati di zanne e artigli hanno costretto gli uomini ad inventare armi per proteggersi, il bisogno di sicurezza ha portato animali solitari a raggrupparsi in branchi, mentre l’essere umano ha costituito clan ed edificato case. 

Nel corso dei millenni la paura ha saputo cambiare volto e temi, rinnovandosi e trasformandosi.

E’ un simbionte della società, che è nata con la vita ed evolve insieme ad essa, affermandosi come denominatore comune di tutti i suoi cambiamenti. E se cambia la società, cambia anche la paura. E così quello che all’inizio era un motore si è progressivamente trasformato in un freno, il simbionte è diventato un’ipocondria. La salute del sistema sociale è divenuta un’ossessione e qualsiasi elemento possa minacciarne l’integrità viene combattuto con un terrore generale che spesso ha risvolti più gravi della minaccia stessa. Sì, perché se prima la paura apriva a nuove scoperte, ora costruisce muri e chiude le società in piccoli gruppi che pretendono omogeneità e puntano all’esclusione di tutto ciò che è diverso da loro.

Proprio il diverso è il nuovo terrore che infesta la modernità.

In un tempo storico e in un luogo geografico in cui non c’è più paura di rimanere senza cibo, in cui gli animali con le grosse zanne sono stati espulsi dalle città o addirittura chiusi dietro le sbarre degli zoo e diventati fonte di intrattenimento, l’uomo è libero di far divagare la sua paura su altri ambiti, trasferendola, il più delle volte, sui propri simili.

L’Italia certamente ne sa qualcosa: la paura verso il diverso ha spinto il bianco italico non solo a chiudere porti e a lasciare persone morenti tra le onde del mare, ma soprattutto a considerare questa un’azione giusta, legittimata proprio dal bisogno disperato di sentirsi più protetto. Gli immigrati vengono percepiti, citando l’antropologo Michael Ager, come “hors du nomo”, ossia come persone al di fuori della legge, che vivono in una situazione di instabilità forse permanente e che non hanno alcuna garanzia per il futuro.

La loro condizione incarna l’incertezza, quella precarietà che fa tanta paura all’uomo occidentale, esorcizzata tramite l’isolamento sociale e le discriminazioni.

Ma il freno del terrore verso ciò che risulta differente da un prototipo fisico e culturale ben delineato non è certo una novità degli ultimi anni, sebbene proprio in questo periodo sia tornato ad essere attuale. Circa mezzo secolo fail filosofo francese Raymon Aron identificava le origini dell’antisemitismo moderno nell’uscita degli ebrei dai ghetti: la vita scorreva più tranquillamente finché sussisteva un divario netto, spaziale, tra due culture differenti, quando gli ebrei sono tornati per le strade dell’occidente europeo le differenze si sono svelate, la paura si è riaffacciata e con il terrore nel cuore l’uomo ha reagito odiando, torturando e uccidendo per convincere prima di tutto se stesso di poter far fronte alla nuova minaccia.

Ecco dunque che la paura diventa complice della violenza e nemica di quella bellezza intrinseca al genere umano che si nutre, invece, di asimmetrie e diversità.

Oggi una nuova ondata di paura ha investito l’umanità a livello globale, insidiandosi nell’economia, nel commercio e nella quotidianità. E’ la paura per il nuovo Coronavirus. Il virus, scoperto per la prima volta nella città di Wuhan in Cina alla fine del 2019, è sbarcato in Europa nel gennaio 2020 e proprio in questi giorni sta contagiando un numero crescente di individui anche in Italia. Ma che cosa di questa nuova epidemia spaventa così tanto? Perché proprio questo virus è stato in grado di rallentare l’intera economia mondiale e di costringere diverse città alla quarantena, già prima che fosse un’emergenza planetaria?

Le risposte sono molteplici, ma certamente non si può ignorare l’effetto psicologico che il virus ha avuto sulla società globale proprio attaccandola in uno dei suoi punti deboli: la paura della novità, di ciò che non si conosce e che non si comprende.

La natura sfuggente del virus lo rende un nemico dal quale l’umanità fatica a difendersi.

Del CoV19 sappiamo solo che è stato trasmesso dall’animale all’uomo tramite il mercato ittico, che è molto contagioso, che possiede un periodo di incubazione di circa 14 giorni e che può rivelarsi letale. I sintomi simili all’influenza stagionale lo rendono ancora più subdolo e difficile da identificare precocemente. Non si conosce un vaccino, non si è ancora in grado di stabilire un grado certo di mortalità, non sono ancora state trovate misure preventive realmente efficaci per contrastare il contagio.

In questa situazione di incertezza gli allarmismi hanno trovato terreno fertile, ingigantendo una certa apprensione generale che, a questo punto dell’evoluzione della malattia, ha certamente ragione di esistere. La paura per il nemico sconosciuto si traduce in segni rossi sui diagrammi dell’economia mondiale e in ristoranti cinesi senza clienti: ci si sente insicuri, quindi ci si isola.  Ancora una volta l’effetto della paura è quello di rompere la fiducia tra gli uomini e di contribuire a formare una società sempre più orientata all’individualità. 

Beatrice Balbinot
Mi chiamo Beatrice, ma preferisco Bea. Amo scrivere, dire la mia, avere ragione e mangiare tanti macarons.

Commenta