On Dem Road. L’Iowa getta nel caos i Democratici

Questa rubrica accompagnerà i lettori di Vulcano lungo il cammino delle primarie dei Democratici per la scelta del candidato da opporre a Trump il prossimo novembre. Esce ogni due giovedì.


Alla fine è Pete Buttigieg, l’ex sindaco di South Bend (Indiana) a prevalere di un’incollatura su Bernie Sanders. Con lo scrutinio circa al 97 %, Buttigieg si aggiudica il 26,2 % dei delegati, il grande favorito Sanders il 26,1 %, Elizabeth Warren il 18,2 %, l’ex vicepresidente Joe Biden il 15,8 % e la senatrice Amy Klobuchar il 12,2 %. Le primarie dell’Iowa mettono a disposizione 41 delegati per la convention democratica di luglio, che al momento non sono ancora stati totalmente assegnati. Buttigieg, 38 anni, è un veterano dell’Afghanistan e ha un profilo moderato, come Biden. I due candidati più radicali, Warren e Sanders, hanno sofferto la composizione demografica dell’Iowa – stato a prevalenza bianco e anziano – ma sono riusciti entrambi, e in particolare Sanders, a ottenere un buon riscontro di voti.

Grafica di Luca Pagani con lo scrutinio al 71 per cento

Il dato certo è che il sistema dei caucus non ha funzionato.

L’app introdotta quest’anno per comunicare i risultati al quartier generale dei Democratici a Des Moines prevedeva l’invio di due dati: quello del primo conteggio e quello definitivo del secondo, dopo che i sostenitori dei candidati più deboli si fossero riassegnati sui candidati rimasti in gara. Furono le proteste del comitato Sanders nel 2016 a richiedere l’introduzione della pubblicità per entrambi i conteggi, dopo che Hillary Clinton aveva vinto di stretta misura. Nel pomeriggio di lunedì, quando i primi risultati già affluivano, il sistema si è inceppato e poi interrotto. 

Il Post ha provato a ricostruire la vicenda:

I problemi non sono finiti. Il New York Times ha scritto che in molti casi l’app non registrava correttamente tutti i dati inviati dai presidenti di seggio, non è chiaro per quale motivo: forse non riconosceva come esatti i calcoli fatti a mano dai presidenti di seggio, soprattutto sul numero finale di delegati assegnati a ciascun candidato, o per via delle discrepanze fra i numeri forniti (come nell’esempio di prima, fra numero totale di votanti e sostenitori dei singoli candidati). Una volta che diversi presidenti di seggio hanno capito che qualcosa non stava funzionando, hanno deciso di comunicare i dati a voce al partito chiamando la sede centrale al telefono: il risultato è che le linee si sono intasate, probabilmente a causa della scarsità di operatori, e il New York Times cita attese di diverse ore per mettersi in contatto col partito.

Ancora a mezzanotte di lunedì i risultati non erano arrivati. I democratici hanno prima parlato di “controllo della qualità dei dati” e poi di “incongruenze (“inconsistencies”) nei dati raccolti”. Nelle ore successive la Cnn ha raccolto evidenze del mancato funzionamento dell’app in questione. Il New York Times ha riportato le parole di Mandy McClure, direttrice della comunicazione del partito: “In aggiunta ai sistemi tecnologici, stiamo anche usando fotografie dei risultati e una versione cartacea per verificare che i risultati combacino”. Solo nel corso di martedì, infine il partito ha ammesso il malfunzionamento dell’app e si è scusato, assicurando che una tale situazione non dovrà più ripetersi.

Nonostante l’assenza dei dati ufficiali, i candidati erano a conoscenza dei conteggi emersi nei singoli seggi. Per prima ha parlato la senatrice Amy Klobuchar, che ha recentemente ricevuto l’endorsement del New York Times insieme alla senatrice Warren. Poi hanno parlato Biden, Warren e Yang, i tre candidati più delusi dal risultato. Mentre Sanders, il grande favorito della vigilia, ancora taceva, l’ex sindaco Pete Buttigieg si è preso la scena rivendicando la vittoria e affermando “di andare in New Hampshire vittorioso”.

Di sicuro il caos delle scorse ore è un grande assist per Trump, che ha stravinto, come ovvio, nei caucus Repubblicani e ha incassato mercoledì anche la chiusura del processo di impeachment al Senato.

La clamorosa dimostrazione di disorganizzazione e impreparazione dei democratici potrà avere un effetto devastante sulla loro campagna, e di certo il vincitore non potrà godere dell’agognato “momentum Iowa”, cioè la grande spinta mediatica e di consenso di cui il vincitore storicamente gode.

La prossima tappa è il New Hampshire, che voterà l’11 febbraio. Tutti i candidati sono già sul posto per riorganizzare la propria campagna. L’unico che sta rimandando la concreta discesa in campo è l’ex sindaco di New York Michael Bloomberg, che ha dichiarato che farà campagna per i grandi stati che voteranno nel super martedì del 3 marzo e di non prestare particolare attenzione a queste prime votazioni, che mettono in palio una cifra ridotta dei 3,979 delegati da assegnare per la convention. In compenso sta spendendo grossissime cifre in spot televisivi.

Come detto, Joe Biden è sicuramente il candidato che in Iowa ha più sofferto.

Le sue posizioni moderate e centriste hanno subito una forte concorrenza proprio da parte di Buttigieg e la sua campagna rischia ora di arrestarsi o, peggio, di deragliare. Non è bastato il fatto che la sua candidatura si basi con forza sul concetto di “electability” (eleggibilità): adesso il suo avversario sarà prevalentemente Buttigieg e l’ex vice di Obama dovrà essere in grado, nelle prossime settimane, di mobilitare risorse e sostenitori.

Anche il senatore socialista Sanders aveva molto puntato sull’Iowa. In effetti ha prevalso nel “voto popolare”, nelle scelte dei sostenitori: ha ottenuto 44,753 voti contro i 42,232 di Buttigieg. Anche se nel conteggio finale non prevarrà sull’ex sindaco, la sua candidatura è in grande ascesa e la battuta d’arresto della senatrice Warren potrà trasformarsi in un ulteriore incremento di voti nelle prossime tappe. Il prossimo mese prima del super martedì sarà, anche per lui, decisivo.

Articolo di Michele Pinto

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