Perché il dibattito sulla prescrizione riguarda tutti

In queste settimane il dibattito politico è incentrato ancora una volta su un tema che riguarda la giustizia. Il governo si sta occupando della prescrizione dei processi, tema delicato, che negli ultimi giorni ha provocato nella maggioranza una crisi non ancora totalmente rientrata. Per fare una sintesi della vicenda bisogna sapere che la prescrizione è un istituto giuridico, il quale prevede che oltre un certo tempo non è più conveniente per lo Stato perseguire un certo reato. In Italia questo tempo decorre dal momento in cui si compie il reato e la prescrizione si compie quando trascorre il tempo corrispondente alla pena massima prevista per lo stesso, con alcune eccezioni. Il primo gennaio 2020 è entrata in vigore la riforma Bonafede, la quale prevede la sospensione della prescrizione dopo il primo grado di giudizio di un processo e proprio in questo contesto nasce lo scontro all’interno della maggioranza, che ha iniziato a lavorare per modificarla.

Italia Viva, il piccolo partito di Matteo Renzi, presente nell’esecutivo con due ministri, non ha solo criticato a livello tecnico la legge, ma ne ha fatto una battaglia ideologica accusando il Movimento 5 Stelle di voler stravolgere i principi costituzionali del garantismo, ovvero il fatto che l’imputato sia considerato innocente fino alla condanna definitiva, inoltre ha sottolineato le criticità di una legge che potrebbe portare un imputato a sostenere un processo senza fine.

Il Partito democratico e Liberi e Uguali hanno tentato di mediare tra le due parti e alla fine sono riusciti a far approvare in Consiglio dei Ministri, seppur senza la presenza di Italia Viva, un disegno di legge per la riforma del processo penale, ovvero il “Lodo Conte Bis”, che sostanzialmente va a modificare la riforma Bonafede facendo sì che la prescrizione venga meno solo dopo la seconda sentenza di condanna.

In poche parole, se l’imputato verrà condannato in primo grado e poi in appello la prescrizione non potrà più essere applicata e si arriverà sicuramente alla Cassazione.

Dopo gli attimi più concitati di questa settimana la crisi di governo sembra essere parzialmente rientrata, probabilmente perché, all’interno di Italia Viva, non tutti son d’accordo a far saltare la maggioranza sulla questione prescrizione.

Ma facciamo un passo indietro, per capire da dove nasce l’esigenza di portare avanti una riforma del genere. Come ha evidenziato giustamente su un articolo de Il Post Davide Maria De Luca «i reati societari, i cosiddetti “crimini dei colletti bianchi”, vanno in prescrizione nel 13 per cento dei casi» — un terzo in più rispetto agli altri reati. Inoltre è fondamentale sapere che «in Italia solo l’1 per cento dei detenuti si trova in prigione per reati economico finanziari, contro una media europea del 6,3, contro il 5,8 della Francia, il 3,7 della Spagna e il 13,2 della Germania».

La lotta contro l’impunità dei colletti bianchi è una battaglia storica del Movimento 5 Stelle, che per molti anni ha indicato Silvio Berlusconi come esempio plastico di questa stortura di sistema, il Cavaliere veniva descritto come il magnate che con il suo patrimonio e il suo potere riusciva a forzare il sistema giudiziario allungando i tempi del processo e facendo intervenire la prescrizione. Se, d’altra parte, queste valutazioni sull’impunità dei colletti bianchi possono essere anche condivisibili e aderenti alla realtà, come sottolineano i dati sopracitati, bisogna però segnalare che hanno creato in una fetta di popolazione un animo giustizialista. Spesso, troppo spesso, un semplice indagato è visto come un colpevole e un’assoluzione, nell’opinione pubblica, fa sempre meno clamore di un’indagine.

Tutto questo si inserisce in un contesto più ampio in cui la giustizia viene vista negativamente e le pene vengono giudicate insufficienti, la frase: “va in galera, ma esce dopo due giorni” è diventata una dei luoghi comuni più frequenti. La sfiducia nella magistratura e nella giustizia nasce sia da un sistema mediatico che cerca di creare indignazione facile senza approfondire le dinamiche processuali, sia dagli attacchi politici e dalla scarsa cultura dello Stato di diritto nella popolazione.

In conclusione, è profondamente sbagliato che il presidente del Consiglio, durante i giorni di dibattito sulla prescrizione, dica che giustizialismo e garantismo siano due opposti estremismi, perché quest’ultimo a differenza del primo è sancito dalla Costituzione che recita: «l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva» ed è un valore sostenuto anche dalla Corte europea dei diritti umani, la quale ha stabilito che «la presunzione di innocenza costituisce uno dei requisiti del giusto processo».

Per iniziare a parlare di giustizia in modo sano è necessario che i media e i politici inizino a utilizzare termini che portino rispetto al lavoro della magistratura e allo Stato di diritto, perché per migliorare una società bisogna innanzitutto non scagliarsi contro i semplici indagati, ma attendere l’eventuale giudizio; una società matura dovrebbe altresì credere nel ruolo rieducativo della pena e interessarsi alle condizioni dei carcerati, capire i motivi che portano le persone a compiere reati e lavorare insieme per svuotare le carceri, non per costruirne delle altre. Bisogna creare una consapevolezza che porti il nostro Paese a essere quello immaginato da Beccaria e non quello immaginato da chi pensa che la giustizia si faccia con una citofonata.

Luca D'Andrea
Classe 1995, studio Storia, mi piacciono le cose semplici e le storie complesse.

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