Continua la lotta indipendentista in Catalogna

Raramente i conflitti hanno avuto, nella storia, una funzione cauterizzante sulle questioni nazionali. Vista la costante associazione della metafora del conflitto alla pandemia che stiamo vivendo, sarebbe necessario interrogarsi su cosa accadrà in Europa e nel mondo all’indomani della discesa della curva dei contagi.

Contro i pronostici di inizio millennio di buona parte della teoria politica, l’ultimo ventennio ha riportato drammaticamente al centro del dibattito politico il conflitto tra Stato centrale e Nazioni nella maggior parte degli Stati europei. 

Oggi la Corsica ha un governo indipendentista (e nelle recenti municipali molte città sono state sottratte ai post-gollisti), la Lombardia e il Veneto proseguono in piena emergenza nazionale un braccio di ferro serrato con l’Italia, lo Sinn Fein ha vinto in Irlanda e l’SNP in Scozia, in Sicilia la sinistra indipendentista si è data una struttura, mentre il movimento sardo versa in un forte stato di crisi.

La vera polveriera, però, resta la Spagna. 

Il regno patisce il non avere vissuto le rivoluzioni borghesi del XIX secolo: la struttura di potere clerico-feudale è stata preservata prima dal franchismo e poi durante la Restaurazione. Dalle due regioni che più si erano distaccate dal solco madrileno sono nati due movimenti separatisti centenari con un’ampia storia (e varietà di voci al loro interno): l’uno per l’indipendenza della Catalogna e l’altro del Paese Basco.

Oltre a questi, più noti, si muove in Spagna anche il movimento nazionale in Galizia: meno abituato a forti affermazioni elettorali, più radicato nel sindacato (la CIG supera i sindacati confederali in membri e delegati nella regione), attraverso il Bloque Nacionalista Galego si è affermato nelle ultime elezioni legislative, e i sondaggi fanno ben sperare per le regionali.

Tuttavia è in Catalogna che gli occhi di tutto il mondo sono puntati. Anche dopo il referendum indetto dal governo di Puigdemont il 1° ottobre 2017 represso nelle manganellate, la dichiarazione d’indipendenza e l’arresto di un grosso numero dei politici catalani con l’accusa di insurrezione (e la fuga dello stesso Puigdemont e di altri verso l’auto-esilio), la situazione si è tutt’altro che stabilizzata. Le elezioni hanno visto una vittoria locale dell’Esquerra Republicana (ERC), il partito di sinistra indipendentista dal quale provengono molti degli incarcerati. Ciò si è accompagnato a uno stallo parlamentare a livello del Congresso. 

Abbiamo avuto la fortuna di parlare con il portavoce dello JERC (ramo giovanile dell’ERC), Pau Morales, rispetto alla situazione catalana e iberica.

L’astensione negoziata di ERC (che ha permesso a Sanchez di formare l’attuale governo) sembrava avere cambiato l’approccio spagnolo alla questione catalana. Tuttavia, poco dopo l’insediamento del gabinetto, lo Stato spagnolo ha ingaggiato una battaglia legale per fermare la partecipazione dei prigionieri politici alle sedute del Parlamento europeo. Ciò ha fermato il “dialogo” tra Spagna e Catalogna?

La repressione del governo spagnolo non si è mai fermata. Continuiamo ad avere i compagni in prigione ed ogni mese si avviano nuovi processi. In realtà, stiamo avviando questo tavolo di negoziazione per togliere dall’ambito meramente giuridico un conflitto politico. Il governo spagnolo ha già riconosciuto che esiste un conflitto politico, ma non ha proposto alcuna soluzione per affrontarlo. Noi vogliamo usare la nostra forza parlamentare per fermare la repressione, e ottenere il riconoscimento necessario per l’amnistia e l’autodeterminazione.

Una critica forte mossa ad ERC da alcune organizzazioni di sinistra è di essersi focalizzata esclusivamente sulla questione nazionale, e non avere premuto abbastanza sulla questione di classe nel contesto catalano. Pensi sia vero? Credi che il tema sarebbe trattato nella scrittura di una Costituzione catalana?

Noi pensiamo che la libertà della nazione si dovrà muovere unitamente alla libertà sociale, e così abbiamo sempre lavorato. Siamo il partito che sta crescendo di più in voti assoluti nei quartieri popolari, e questo perché abbiamo ottenuto molti diritti e garanzie sul piano sociale nei governi locali.

Nelle ultime elezioni politiche spagnole, il Bloque Nacionalista Galego è ritornato ad avere rappresentanti in Congresso dopo diversi anni di monopolio del PP e del PSOE sui seggi galiziani. Pensi che il rafforzamento dei movimenti nazionali dentro lo Stato spagnolo possa portare ad una ridiscussione della sua sovranità nazionale e del suo posto in Europa?

Noi diciamo sempre che non esiste un “conflitto catalano” ma un “conflitto spagnolo”. Lo Stato spagnolo ingloba molte nazionalità diverse, ma non le riconosce come tali in termini di sovranità. La lotta galiziana e la nostra lotta sono la stessa: una lotta per la libertà e la democrazia. Per questo, per noi l’Unione europea dovrebbe trasformarsi in un’Unione di popoli, al posto del Club degli Stati quale è ora.

ERC e JERC stanno cercando di costruire una “via catalana al socialismo”?

Sì, senza dubbio. La nostra rivoluzione nazionale si accompagna a una rivoluzione sociale. Vogliamo che il nostro Stato abbia più diritti civili, sociali e politici. Non intendiamo costruire uno Stato spagnolo in miniatura, ma una Repubblica socialista catalana.

Articolo di Niccolò Piras

Immagine di copertina di Yves Herman

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