Destinatario sconosciuto

Destinatario sconosciuto, l’anticipo di una catastrofe

Sotto lo pseudonimo maschile di Kressmann Taylor, assunto su richiesta dell’editore che riteneva «la storia troppo forte per apparire con il nome di una donna», l’americana Katherine Kressmann scrisse Destinatario sconosciuto.

Questo breve romanzo epistolare narra le vicissitudini di due uomini, l’uno ebreo e l’altro tedesco, la cui amicizia fu dilaniata dall’adesione del secondo ai dettami del nazionalsocialismo e, infine, dal suo imperdonabile tradimento.

Quella che può sembrare una storia già sentita stupisce invece perché fu pubblicata nel 1938, anticipando di alcuni anni il risvolto più violento della politica hitleriana e guadagnandosi così, secondo il New York Times, la fama di «più efficacie atto di accusa del nazismo apparso sotto forma di fiction». 

L’autrice riuscì, infatti, a condensare in appena una ventina di lettere un dramma sia personale sia storico che coinvolge da una parte Max Eisentein, ebreo americanizzato che a San Francisco possiede una galleria d’arte, e dall’altra Martin Schulse, suo socio in affari da poco tornato nella città natale di Monaco. 

La corrispondenza tra i due, che si estende fra il novembre del ‘32 e il marzo del ’33, si mostra all’inizio fitta di testimonianze d’affetto e notizie riguardo alla famiglia e agli affari, ma presto l’ascesa di Hitler in Germania accende la curiosità di Max che chiede informazioni all’amico, a conferma o smentita delle voci che «di bocca ebrea in bocca ebrea» stanno giungendo in America. Martin si mostra dapprima sospettoso verso questa nuova ideologia, ma finisce presto per abbracciarne i principi.

Il suo patriottismo prende il sopravvento, il bene della Germania diventa prioritario e la persecuzione degli ebrei solo una «dolorosa necessità». 

Le successive lettere appartengono tutte a Max che, pur conscio del pericolo delle intercettazioni, non può tuttavia evitare di rivolgersi all’amico affinché indaghi sulla sorte della sorella che si trova a Berlino.

Una lettera a lei spedita gli è stata infatti restituita con la stampigliatura “destinatario sconosciuto” (empfänger unbekannt) e da allora non ne ha più avuto notizie. La risposta tanto attesa di Martin è però lapidaria, si apre con «Heil Hitler» e annuncia brutalmente che Griselle è stata assassinata dalle SA, a pochi passi dalla casa degli  Schulse.

La narrazione a questo punto si ferma, le successive missive di Max appaiono prive di senso e vengono interpretate dalla censura come comunicazioni in codice e, pertanto, decretano la fine di Martin. L’ultima lettera a lui indirizzata è, infatti, marchiata “empfänger unbekannt”. 

Il romanzo si conclude così, senza che l’autrice espliciti a parole cosa sia accaduto al tedesco, ma offrendo a chi legge gli indizi per intuirlo. Proprio in questa modalità di scrittura risiede il genio della Kressmann, che calibra ogni parola così che i dettagli e le piccole variazioni parlino al lettore, svelando il mutare della situazione storico-politica e della natura del rapporto tra i due uomini.

Ad esempio, una ricerca sulle date di alcune lettere ne svela la vicinanza ad eventi significativi della storia della Germania nazista, quali la nomina a cancelliere di Hitler nel 1933 o l’emanazione delle prime leggi razziali nell’aprile dello stesso anno.

Gli indirizzi dei destinatari sono anch’essi parlanti: il nome altisonante della nuova abitazione degli Schulse cozza con il prezzo stracciato a cui è stata acquistata, rivelando che si tratta in realtà di una proprietà sequestrata ad una famiglia ebrea; invece, al nome della Galleria d’arte Schulse-Eisenstein viene tolto il cognome di Martin, troppo tedesco per una clientela a prevalenza ebrea in un paese liberale quale l’America.

Infine, l’incipit di ciascuna lettera si fa spia del logorarsi del loro rapporto.

Dal reciproco «caro amico» si passa, infatti, ai semplici nomi propri e poi al devastante «Heil Hitler» della lettera che funge da spartiacque; alla fine, si ha un ritorno al «caro amico» che rivela, tuttavia, una sfumatura diversa: minacciosa nelle missive Max e supplichevole in quella di Martin. 

L’altro punto di forza di questo romanzo risiede poi certamente nella sua capacità di anticipare una catastrofe inimmaginabile. Di fronte ai provvedimenti presi in Germania fra il ‘33 e il ‘38 contro il popolo ebreo, l’autrice è riuscita ad intuire e poi descrivere la parabola dell’ideologia nazista – e, forse, di una qualsiasi ideologia estremista – nella sua capacità di insinuarsi anche in «una mente liberale ed un cuore compassionevole» come quelli di Martin.

Egli entra a far parte a pieno titolo di quella massa grigia di uomini che lasciano compiersi il male, non direttamente esecutori eppure omertosi testimoni.

Martin negherà la salvezza ad donna un tempo amata e, senza avere il coraggio di guardare, ascolterà invece le sue ultime grida per poi trincerarsi dietro la giustificazione più abusata che decreterà la sua stessa condanna a morte: «non potevo fare nulla per aiutarla», 

Martin è ormai perduto al pari di Griselle e l’oblio in cui questi due personaggi sono caduti è lo stesso in cui scivolò il libro della Kressmann. Divenuto un best seller in America, tanto che nel 1944 ne fu tratto un film, fu presto dimenticato in seguito agli eventi drammatici che si compirono. Quasi sessant’anni dopo la Story Press decise di pubblicarlo nuovamente in occasione del cinquantesimo anno dalla liberazione dell’ultimo campo di concentramento e la nuova edizione fece la fortuna del romanzo. Tradotto prima in Francia nel 1999, si diffuse poi a livello internazionale, tanto da essere pubblicato persino in Germania, dove era stato bandito per decenni.

La profezia della Kressmann vive tutt’ora nelle sue rappresentazioni teatrali, soprattutto nello Stato di Israele ma anche in America,  Francia e Italia, dove proprio in questi giorni avrebbe dovuto essere in scena presso il Teatro Elfo Puccini con la regia di Rosario Tedesco e la partecipazione di Nicola Bortolotti.

Rossana Merli
Mi affascina la creatività declinata in ogni sua espressione e forse è per questo che non so sceglierne una preferita. Unici punti fermi nella mia vita sono il nuoto e la scrittura.

Commenta