Epidemie letterarie, da Tucidide a Calvino

Da qualche settimana il coronavirus è entrato prepotentemente nell’immaginario collettivo, suscitando le reazioni più varie: dall’allarmismo di giornalisti e politici alle rassicurazioni di medici e scienziati, dai complottisti ai virologi improvvisati sui social.

Tra polemiche e commenti tecnici c’è anche chi ironicamente invita, per evitare il contagio, a frequentare solo posti poco affollati come le librerie.

E se la letteratura fosse realmente la soluzione per placare l’isteria delle masse?

Il topos letterario della peste e dell’epidemia in generale ha sempre occupato un ruolo importante nella tradizione letteraria occidentale, a partire da Tucidide, che con un rigore tecnico e minuzioso descrive la peste che colpì Atene nel 430 a.C., passando per il De Rerum Natura di Lucrezio, fino ad arrivare al famoso romanzo di Camus del 1947, intitolato proprio La peste. L’attuale situazione non può che portare alla memoria l’opera più famosa di Boccaccio, il Decameron, che ha come sfondo la peste che colpì Firenze nel 1348.

C’è addirittura chi, per riempire le lunghe giornate di quarantena, ha messo in atto un’iniziativa davvero interessante chiamata “Decamerone 2020”: la libreria La Luna’s Torta pubblicherà sui propri account social cento video in cui attori e performer leggeranno interamente l’opera boccacciana, dieci novelle al giorno, per dieci giorni. In questo modo la letteratura diventa un aiuto concreto per affrontare la psicosi collettiva derivata dalla paura del contagio.

Il reale protagonista di queste opere letterarie infatti non è il virus in sé, ma gli effetti che questo ha sui  rapporti umani e le relazioni tra gli individui, con particolare attenzione ai risvolti psicologici e sociali dell’epidemia.

Nell’opera tucididea viene descritta un’umanità incapace di agire razionalmente, in balia di una forza oscura che la spinge a compiere i gesti più estremi. Lo stesso Boccaccio ci dice, descrivendo la peste:

Nacquero diverse paure e immaginazioni in quegli che rimanevano vivi, e tutti quasi a un fine tiravano assai crudele, ciò era di schifare e di fuggire gl’infermi e le lor cose; e così faccendo, si credeva ciascuno medesimo salute acquistare.

È evidente come la paura descritta nella cornice del capolavoro boccacciano spinga l’uomo ad isolarsi, ad allontanarsi dalla realtà circostante.

Allo stesso modo la psicosi del coronavirus è ormai dilagata in maniera insidiosa e ha spinto la gente ad affollare i supermercati e fare scorta di pasta e mascherine per poi ritirarsi nella propria casa nell’attesa che il mostro infettivo scompaia magicamente.

Non è sufficiente infatti portare le statistiche e i dati scientifici a dimostrazione del fatto che il suddetto virus, per quanto non vada sottovalutato, non sia minimamente paragonabile alla peste nera. Nonostante le evidenti differenze tra le due epidemie, è impressionante leggere nei Promessi Sposi delle parole così attuali:

La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia.

Così Manzoni introduce la descrizione della peste nel XXXI capitolo della sua opera maestra. La stessa caccia all’untore descritta successivamente è riconducibile alla situazione odierna, in cui si tende a cercare un capro espiatorio, qualcuno a cui dare la colpa, dall’innocente turista cinese alla presunta creazione del virus in laboratorio. La conclusione del capitolo è altrettanto pertinente, così Manzoni conclude la sua riflessione:

Si potrebbe però, tanto nelle cose piccole, come nelle grandi, evitare, in gran parte, quel corso così lungo e così storto, prendendo il metodo proposto da tanto tempo, d’osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare. Ma parlare, questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte quell’altre insieme, che anche noi, dico noi uomini in generale, siamo un po’ da compatire.

Nonostante le enormi differenze già sottolineate tra la pestilenza e il coronavirus, ciò che sicuramente non è cambiato dallo scenario manzoniano a oggi è la tendenza dell’uomo ad esprimere sentenze, anche quando non conosce.

Chiunque in questi giorni ha espresso la propria opinione senza avere le competenze necessarie e incurante del fatto che le parole sbagliate al momento sbagliato possono realmente condizionare il pensiero del singolo individuo e della comunità in maniera irreversibile.

Si potrebbe quasi parlare di “peste del linguaggio”, come dice Italo Calvino nelle sue Lezioni Americane:

Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola. […] Non mi interessa qui chiedermi se le origini di quest’epidemia siano da ricercare nella politica, nell’ideologia, nell’uniformità burocratica, nell’omogeneizzazione dei mass-media, nella diffusione scolastica della media cultura. Quel che mi interessa sono le possibilità di salute. La letteratura (e forse solo la letteratura) può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio.

È forse solo la letteratura dunque ciò di cui ha bisogno l’uomo per affrontare momenti come questo. Per conoscere ciò che si ha intorno bisogna prima conoscere la storia, saper affrontare ogni situazione nel migliore dei modi, fare tesoro delle esperienze passate, razionalizzare ciò che accade e non farsi prendere dal panico e dall’isteria che conduce al caos e all’esasperazione del problema in sé. Tra le opere più recenti è possibile trovare uno spunto interessante in un racconto che non parla di peste ma di un’epidemia che provoca la perdita della vista. Saramago, nel suo celebre romanzo Cecità, è un maestro nel descrivere i comportamenti irrazionali dell’uomo che, impotente di fronte a un contagio implacabile, cede ai propri istinti animali. L’autore scrive:

Un commentatore televisivo ebbe l’ingegnosità di trovare la metafora giusta quando paragonò l’epidemia, o quel che fosse, a una freccia scagliata verso l’alto, che, nel raggiungere il culmine dell’ascensione, si mantiene per un momento come sospesa, e poi comincia a descrivere l’obbligatoria curva discendente che, a Dio piacendo… poi ci penserà la gravità ad accelerare fino alla scomparsa del terribile incubo che ci tormenta.

L’epidemia di oggi non ci sta rendendo ciechi, ma la paura può farlo. In attesa che la gravità venga in nostro aiuto non ci resta che affollare le librerie.

Articolo di Roberta Gaggero

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