I confini ai tempi del Coronavirus (credit: John Moore)

I confini ai tempi del Coronavirus

Da giorni ormai il Coronavirus la fa da padrona su tutti i principali notiziari e giornali italiani. Il Covid-19 non si è diffuso solo a livello sanitario, ma si è impadronito di tutta la società, permeando anche nella quotidianità, nell’ultimo mese modificata alle fondamenta con la chiusura di scuole, le università, i musei, con la sospensione di riunioni e viaggi lavorativi.

Il mondo della cultura, dello sport, dell’istruzione, per non parlare di quello dell’economia: tutto è stato trascinato in questo vortice di allarmi governativi, ordinanze d’emergenza, controlli a tappeto, zone rosse e città deserte. Uno “stress test” cui è stata sottoposta la nostra nazione come ha scritto Massimo Giannini su Repubblica lo scorso venerdì.

Settore particolarmente colpito da questa epidemia è sicuramente quello del turismo.

L’elenco degli Stati che stanno attuando restrizioni per l’ingresso dei cittadini italiani nei loro territori a causa del Coronavirus è in costante aggiornamento e i provvedimenti presi variano a seconda delle decisioni dei diversi governi. I Paesi che hanno vietato l’ingresso nei loro territori, in alcuni casi anche rimpatriando i viaggiatori subito dopo il loro arrivo, sono ad oggi più di 20, a partire dalle isole come le Mauritius e le Maldive dove il rischio di rapida diffusione è più alto.

Stati come l’Inghilterra, l’India, il Kenya o la Nuova Zelanda hanno attuato quarantene, volontarie o obbligatorie, per le persone provenienti dalla nostra penisola. Sicuramente pesa la scelta di American Airlines, seguita a ruota da Delta Airlines, di sospendere tutti i voli da e per l’Italia dopo che gli Stati Uniti hanno alzato a 4 l’allerta viaggio per le zone a rischio nel nostro paese e a 3 per il resto del territorio.

Forse, ciò che più colpisce di questa situazione quanto meno anomala, è proprio l’isolamento in cui l’Italia sta lentamente sprofondando. Viaggiare, fare esperienze lavorative e di studio all’estero, sorvolare gli oceani per una vacanza: sono tutte possibilità che caratterizzano le vite di gran parte dei cittadini occidentali. In particolare le nuove generazioni sono nate e si sono formate in società aperte, a contatto col mondo esterno creando realtà cosmopolite.

Ed è proprio questa facilità di spostamento che rende difficile accettare il fatto che per la prima volta i “rimandati a casa loro” siano i cittadini italiani. Scontrarsi col muro del rifiuto è una sensazione nuova e frustrante perché, al di là degli ostacoli pratici con cui bisogna fare conto, è la diffidenza dilagante a smuovere le certezze di molti viaggiatori. Se è vero che qualcosa “diventa prezioso solo nel momento in cui lo si perde”, sono tantissimi quelli che nell’ultimo mese si sono sentiti privati di un diritto che fino a poche settimane fa era la norma.

Fisici o non fisici, composti di mattoni o di “semplici” fogli burocratici, i confini nella storia umana ci sono sempre stati.

Risale a circa 2300 anni fa l’unione dei vari tratti della Grande Muraglia Cinese, costruita sotto l’imperatore Qin Shihuang con lo scopo di difendere l’Impero cinese dagli attacchi delle bellicose popolazioni mongole provenienti dal Nord. Gli esempi nell’antichità sono svariati, quasi sempre a scopi difensivi, muri costruiti per affermare la supremazia di una civiltà su quella limitrofa.

Non c’è però bisogno di risalire lungo il corso della storia per ritrovare queste barriere: sicuramente emblematico è il muro di Berlino che con la sua caduta nel 1989 sembrava potesse portare a una nuova consapevolezza sull’importanza della libertà di spostamento, di contatto e di abbattimento dei confini. Eppure risale al ’94 l’inizio della costruzione della terribile barriera di ferro che divide gli Stati Uniti dal Messico, un’opera tornata sulle prime pagine a causa della politica trumpiana.

Una ferita di questa tipo si rintraccia anche nel cuore della bella Europa, dove, sul confine tra Serbia e Ungheria, per volere del presidente Viktor Orban, sono stati eretti a partire dal 2015 due recinti paralleli alti quattro metri e lunghi 175 chilometri, per impedire l’ingresso ai migranti che cercano di raggiungere l’Europa passando per la rotta balcanica. Costruiti per tenere fuori l’ “altro”, questi muri moderni hanno lo scopo di fermare le grandi migrazioni che hanno caratterizzato in particolare l’ultimo secolo della storia mondiale.

La storia sembra dimostrare che i grandi progressi umani siano sempre avvenuti sotto la spinta di contatti e scambi tra civiltà.

La nostra penisola è stata per millenni al centro di un bacino di sviluppo culturale senza pari grazie a un clima di ferventi interazioni tra popoli diversi. Il mar Mediterraneo, cerniera tra tre continenti, punto di convergenza tra Nord e Sud del mondo, ha visto fiorire sulle sue coste alcune delle città più belle al mondo, con un costante movimento di personaggi provenienti da mondi diversi (basti pensare che tutti i primi grandi autori latini erano di origini greche).

Nel corso del tempo il contatto culturale si è trasformato a più riprese in conflitto, per motivi di supremazia e chiusura. Fortemente connotato da invasioni, conquiste, arrivi e partenze, il mar Mediterraneo è stato protagonista di uno dei più importanti flussi migratori degli ultimi anni in quanto porta d’accesso per l’Europa.

È di questi giorni la notizia del blocco di migliaia di migranti siriani sul confine greco, usati dalla Turchia come merce di scambio e respinti da Atene intenzionata a frenare queste persone che premono sui confini del “mondo sviluppato”. Senza scendere nelle dinamiche politiche e di potere, il muro del rifiuto questa volta ha un peso diverso: non si tratta più di vedersi revocata la possibilità di partire per un viaggio, si tratta di vedersi strappata a un metro dalla meta la possibilità di ambire alla salvezza.

Ed è in questi casi che una frontiera diventa una ferita dell’umanità.

Perché se non si hanno le possibilità economiche per passarle diversamente, la Grecia, il muro del Messico, quello ungherese, il rifiuto di ingresso delle navi nei porti italiani diventano barriere fisiche che fanno sentire tutto il peso del non avere l’opportunità di spostarsi liberamente.

Se un biglietto cancellato, un volo sospeso, un insulto ricevuto in un aeroporto straniero in questo periodo avviliscono e sconfortano un italiano, forse si comprenderà maggiormente che se delle popolazioni sono disposte a stazionare per giorni, mesi, su confini che non sembrano destinati ad aprirsi, la realtà da cui fuggono è peggiore di tutti i rifiuti, gli insulti e le false speranze che incontreranno sulle loro travagliate rotte. L’America per noi Occidentali può aspettare, per chi fugge da tutto questo sicuramente no.

Arianna Locatelli
Da piccola cercavo l’origine del mio nome perché mi affascinava la storia che c’era dietro. Ancora oggi mi piace conoscere e scoprire storie di cui poi racconto e scrivo. Intanto corro, bevo caffè e pianifico viaggi.

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