Il Pinocchio di Garrone, una storia senza tempo

Ci sono storie che sono senza tempo. Racconti che passano di generazione in generazione e sono sempre nuovi e mai stantii, che cambiano forma nel loro modo di essere narrati ma che comunque sono capaci di trasmettere lo stesso messaggio dei primi giorni. Uno di questi è la storia di Pinocchio.

Le avventure di Pinocchio – Storia di un burattino di Carlo Collodi fu pubblicato per la prima volta tra il 1881 e il 1883. Il romanzo ha ricevuto diverse interpretazioni nel corso degli anni, tutte mosse da una singola e importante domanda: la vicenda di Pinocchio parla ai bambini o agli adulti? Collodi non si fece, infatti, scrupoli a parlare della povertà, della miseria, della fame e della morte nelle sue pagine: Geppetto, addirittura, era così povero da aver disegnato, proprio sopra al focolare, una pentola sul muro. È ritratto un mondo meschino, dove quelli che si definiscono amici sono in realtà i primi a pugnalare il burattino alle spalle (si tratta, ovviamente, dei famossimi Gatto e Volpe); una realtà dove sono richiesti immensi sacrifici alle famiglie che vogliono comprare un abbecedario per la scuola, in cui i bambini non riconoscono il valore dell’opportunità che gli è data e decidono di scappare verso il Paese dei Balocchi.

Walt Disney, nel 1940, lo rese un cartone animato, addolcendo di molto le parti più crude: una su tutte, il momento in cui Pinocchio viene impiccato sull’albero degli zecchini viene eliminato dalla narrazione. Nondimeno, Pinocchio è considerato il classico Disney più cupo e che punta a trasmettere i valori della classe medio-borghese.

Le versioni su pellicola della storia di Pinocchio sono innumerevoli, e l’Italia vanta due magistrali trasposizioni: la prima, del 1972, è la serie televisiva Le avventure di Pinocchio di Luigi Comencini; la seconda è il lungometraggio Pinocchio del 2002, diretto e interpretato da Roberto Benigni, entrambe molto più fedeli all’originale di quanto mai fu Disney.
Benigni diventa oggi l’anello di congiunzione tra due generazioni. Se nel 2002 interpreta il burattino di legno dal naso lungo, nel 2019 viene scelto da Matteo Garrone per ricoprire la parte di Geppetto nel nuovo sceneggiato per il cinema Pinocchio. Garrone non ha mai nascosto di essere stato quasi ossessionato dal burattino di legno, tanto da disegnarlo ovunque quando era piccolo. Al suo Pinocchio stava lavorando da tempo, addirittura da prima di scrivere e girare l’acclamatissimo Dogman.

Scegliere Benigni per fare Geppetto sembra la cosa più ovvia che potesse fare.

Infatti, Pinocchio non porta nulla di innovativo con sé: ciò che però traspare è proprio l’amore del regista per la storia che si accinge a narrare, e dunque usare colui che è, nell’immaginario collettivo, il volto stesso di Pinocchio per interpretare invece “il suo babbo” diventa il modo perfetto per rendere l’idea del passaggio di testimone e mettere in scena una favola senza età, accantonando il bisogno costante di novità.

Conoscendo il cinema di Garrone, Pinocchio è strano. Ci si aspetta il dark, il fantasy oscuro (un po’ alla Racconto dei Racconti), quella componente che attinge alla parte più nera dell’animo umano – ma tutto questo alla fine dei conti non c’è. O meglio, c’è nella stessa misura in cui c’era in Collodi. La fedeltà al testo letterario è estrema e puntigliosa: ma attenzione, questo non vuole automaticamente dire che il testo filmico vada bene. Garrone ne è sicuramente consapevole, dunque capiamo che la sua scelta di attenersi alla lettera deve essere proprio dovuta a un bisogno personale di attaccamento alla storia.

Al di là della sceneggiatura, Pinocchio crea il suo mondo favolistico spostandosi tra la Toscana, la Puglia e il Lazio. Crea il burattino rinunciando al motion-capture a cui ci ha abituati casa Marvel: fa invece sedere ore e ore in sala trucco il giovane Federico Ielapi (che regala una performance brillante, cosa sempre più comune tra i piccoli interpreti) per cucirgli addosso l’effetto del legno. Con una scelta mirata del cast, dà vita ai più grandi personaggi della cultura popolare.

Qualcuno ha giudicato Pinocchio un film “senz’anima”: non lo è.

È una lettera colma di riconoscenza a Collodi. Non è il solito film remake a cui ci stanno abituando di questi tempi, ma allo stesso tempo non gli interessa portare al pubblico qualcosa di nuovo, proprio perché Le avventure di Pinocchio – Storia di un burattino non sarà mai vecchio.

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Valentina Testa
Guardo serie tv, a volte anche qualche bel film, leggo libri, scrivo. Da grande voglio diventare Vincenzo Mollica.

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