Del: 14 Marzo 2020 Di: Andrea Marcianò Commenti: 0
Il primo re, un azzardo riuscito

Si è abituati a percepire la storia della fondazione di Roma come una filastrocca, una favola di cui si ha un noto ricordo, chi più chi meno.

Matteo Rovere (candidato miglior regista ai David di Donatello 2020), con Il primo re (candidato come miglior film), affonda a piene mani proprio nel pensiero comune, nella fantasia più originale, nella storia più realistica possibile.

Ci dona un sicuro, ma allo stesso tempo azzardato capolavoro di grande tecnica e fascino.

L’azzardo sta nella storia di Romolo (Alessio Lapice) e Remo (Alessandro Borghi) che viene ambientata all’interno di un contesto storico e culturale rigoroso: sul set, infatti, sono presenti non solo sceneggiatori e artisti del settore, ma anche semiologi per lo studio della lingua proto-italica utilizzata nei pochi dialoghi, storici e archeologi al fianco di scenografi e scultori chiamati per ricostruire i tipici villaggi del Latium vetus.

La storia, però, a differenza del contesto, non è così fedele a quella originaria: infatti la trama vede i due fratelli, trascinati ad Alba Longa dopo una terribile esondazione del Tevere, vengono fatti schiavi e costretti a combattere fra loro per soddisfare la fame degli dei. Riescono a liberarsi insieme a un altro gruppo di ex-prigionieri con i quali fuggono.

In un gioco tra vita e morte, fato e libero arbitrio, Romolo e Remo si proteggeranno l’un l’altro, senza però fare i conti con i dissidi interiori di entrambi. 

L’imponente produzione di due anni, il suo elevato ma necessario costo (9 milioni di euro il budget), l’accuratezza nei dettagli visivi, la luce e le ambientazioni naturali, il formato anamorfico e l’incredibile recitazione di ognuno dei protagonisti, rendono il film un’importante testimonianza cinematografica del nostro paese: poche volte si è osato così tanto negli ultimi anni.

Matteo Rovere però ci crede, come ci credono anche la produzione italo-belga e l’unica star conosciuta, Alessandro Borghi (candidato ai David come miglior attore), al quale viene affidato un ruolo molto complicato, ma che già aveva dato prova di se stesso in Sulla mia pelle di Alessio Cremonini. 

Il primo re è il cinema italiano che vuole uscire dall’asfissiante mercato della commedia classica e dal noir alla Saviano, una pellicola che prova la grande eccellenza nazionale. Non a caso Rovere si è portato dietro una squadra di veri maestri: Daniele Ciprì alla fotografia decide di utilizzare solo luce naturale, allungando così il processo di post-produzione il quale arriva a durare ben 14 mesi, riuscendo però a garantire un risultato drammaticamente reale ed evocativo.

Un altro nome degno di nota è Andrea Farri, le cui musiche si adattano alle frenetiche scene di combattimento fino alle sequenze sacrali dei riti religiosi, ai quali concede un tatto unico e realistico.

Il film soffre, tuttavia, di un’epoca in cui la sperimentazione tecnologica fa gola ai registi, soprattutto se ancora giovani come Matteo Rovere: i voli con il drone sono spesso mendaci, troppo stranianti; in questo modo il processo di immedesimazione, tanto caro al regista romano, si perde miseramente e scivola nella concezione del kolossal americano.

Sicuramente i movimenti di camera, ottenuti tramite la vista a volo d’uccello, consentono un maggior virtuosismo, ma il principio del film sta tutto nel raccontare la claustrofobia generale di un mondo sconosciuto: il misterioso esodo verso una terra ancora inesplorata dovrebbe essere visto all’altezza dei protagonisti, e non a quella di un’entità paragonabile a un narratore onnisciente.

Fin da subito si decide di mostrare la divisione tra i due fratelli: Romolo è il fedele servitore degli dei, recita la stessa preghiera della vestale, più che di forza è nutrito dall’inesorabile consapevolezza che è il destino a segnare il percorso di un uomo; Remo è invece il violento, liberticida, iracondo, ottimo condottiero e infedele sfidante divino.

Tra i due estremi ci sono le due personalità, in mezzo c’è la questione filosofica senza tempo del destino contro il libero arbitrio.

Il viaggio nella foresta rappresenta non solo la ricerca della terra promessa, ma è anche il campo da gioco in cui si sceglie chi ne uscirà vittorioso: si mettono le carte in tavola per la scelta del futuro re di Roma. 

Quella che è un’opera affascinante, una fiaba presa dalla mitologia romana, rinasce in un film che unisce il fantastico allo storico. La storia di Romolo e Remo è rivisitata in chiave drammatica, religiosa, filosofica, ma all’interno troviamo anche un’opera pop, fresca ed energica, un po’ sulla scia di Game of Thrones o di Vikings. 

Il primo re sembrava un azzardo, la produzione è stata uno sforzo immane, ma è un film riuscito che rappresenta perfettamente l’inizio della nostra civiltà. Con poco più di una manciata di poveri contadini al proprio seguito, Romolo lancia il suo grido di battaglia dichiarando guerra a chiunque solchi la propria terra ingiustamente: la fondazione di Roma parte da qui, e come sappiamo, il resto è storia.

Andrea Marcianò
Classe '99, nato sul Lago di Como, studente in scienze della comunicazione, amante di cinema e televisione. Mi piace osservare il mondo dall'esterno come uno spettatore.

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