Del: 4 Marzo 2020 Di: Redazione Commenti: 0
l'ombra della mente: la personalità

Il tentativo di questa rubrica è quello di essere utile per chiunque riconoscesse in sé o in qualcuno di vicino una forma di malessere. La sensibilizzazione è importante nel momento della comprensione e dell’azione, in quanto spinge alle opportune cure mirate.


La personalità è un nucleo teorico attorno al quale ruotano diverse concettualizzazioni: si tenterà qui di affrontarla nel suo percorso, per cercare di comprendere l’innesto di ogni compromissione psicopatologica. 

Topos di insidie e al contempo di meraviglie, la personalità racchiude l’insieme delle caratteristiche psichiche, che vanno dalla memoria alla volontà, e solo di conseguenza gli aspetti comportamentali. Eppure non possiamo ritenerla costante ed esente dall’ambiente in cui opera e agisce, pertanto va comunque inserita in un contesto spazio-temporale. 

Adorno sottolinea particolarmente l’aspetto fluido della personalità all’interno del suo scritto La personalità autoritaria del 1949, nel quale sottolinea come la personalità sia condizionata dall’ambiente sociale e non possa mai essere separata da questo; al contempo le forze della personalità non coinciderebbero con il comportamento in quanto solo disposizioni alla risposta. Queste variano da individuo a individuo, a seconda delle combinazioni di bisogni e disposizione alle risposte. 

Le sfumature che costituiscono questi aspetti rendono ciascuno fonte inesauribile di originalità e unicità.

Lo stesso individuo non sarebbe mai replicabile proprio nel momento in cui questo richiederebbe la presenza di uno stesso background nervoso e ambientale. 

A partire infatti dai primi tre anni di età, attraverso le prime forme di attaccamento, l’infante sviluppa quella che sarà la sua modalità affettiva: è stato rilevato che la presenza di traumi in questa fascia di etá determini l’insorgere di disturbi di personalità tipici del cluster B. 

La teoria dell’attaccamento, teorizzata principalmente da Bowlby, è ad oggi fondamentale per gli studiosi di psicologia dello sviluppo.

Secondo lo studioso londinese esistono quattro stili di attaccamento, davanti a una separazione dal genitore: lo stile sicuro, quello insicuro-evitante, ansioso-ambivalente e infine quello disorganizzato. Il primo si fida e si fa supportare dalla figura di attaccamento. Il secondo è convinto che verrà respinto di fronte a una propria richiesta di aiuto. Il terzo non ha la certezza di un’eventuale disponibilità di aiuto. Infine, il disorganizzato è il bambino che vive la separazione in maniera eclatante e stereotipata e non c’è via di riappacificazione. 

In una seconda fase della crescita, in età scolare, si assiste alla sperimentazione, attraverso la quale il bambino apprende, tramite prove ed errori, quelle che sono le sue esperienze di vita. Inoltre, nel momento in cui i primi “no” emergono da parte dei genitori il bambino inizia a concepire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, concetto che verrà più volte visto e rivisto nel corso della sua intera esistenza. 

A questo punto occorre inserire una riflessione dal colorito freudiano in merito all’istanza genitoriale, quindi superegoica.

Secondo il padre della psicanalisi, l’ultima meta di sviluppo raggiunta è proprio quella del super io.

Se in un primo luogo sviluppiamo l’Es, come istanza primitiva e pulsionale, l’Io come istanza razionale e mediante, il Super-io è la moralità, la voce del retaggio culturale-genitorale che parla in noi. 

Pian piano infatti, il bambino cresce fino a diventare un pre-adolescente, sempre più in conflitto con la dimensione adulta. È in questa dimensione che si vanno a rivedere le prerogative morali, ma non è ancora possibile far divenire la morale un’etica, proprio perché la pubertà è un’età complessa. 

L’adolescenza infatti è l’epoca del cambiamento, ma è un cambiamento destinato a fallire: si tenta di compiacere un’immagine che si pensa di voler avere di sè, perchè non si ha ancora in mente cosa si desidera realmente essere. 

Il passaggio all’età adulta è il più critico, in quanto la personalità si è assestata e l’altro è tornato ad avere un ruolo preponderante all’interno della relazione con il mondo: si tratta di un gestire un individuo con un individuo, non più del formarsi come tale. E non solo: si tratta di realizzazione non più di bisogni, ma di “metabisogni”, come direbbe Maslow.

Per la vera realizzazione di un’autostima sarebbe necessario, secondo lo studioso, arrivare a una gerarchia secondo la quale, una volta soddisfatti i bisogni primari, si arrivi a uno stadio di sicurezza, per poi giungere a uno di appartenza, fino all’autostima e alla autorealizzazione.

In teoria, solamente attraverso l’autorealizzazione la personalità si sarebbe assestata. 

Eppure, con il termine assestata, di certo non si vuole intendere immobile: la personalità continua a mutare attraverso un continuo dialogo con se stesso e con l’altro. Nel 1954, Abraham Maslow infatti ha descritto l’autorealizzazione in modo molto differente, ossia come il bisogno di diventare sempre più quello che si è, in un processo di γνῶθι σαυτόν perpetuo, che non vede fine se non nel processo stesso.

Per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu mai potresti trovare i confini dell’anima: così profonda è la sua essenza

Eraclito

Articolo di Chiara D’Ambrosio

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