Del: 5 Marzo 2020 Di: Redazione Commenti: 1

Questa rubrica accompagna i lettori di Vulcano lungo il cammino delle primarie dei Democratici per la scelta del candidato da opporre a Trump il prossimo novembre. Esce ogni due giovedì.


Il voto dell’atteso Super Tuesday democratico premia l’ex vice presidente Joe Biden. Al termine di una settimana trionfale, iniziata con l’inattesa vittoria in South Carolina e completata dai sostegni eccellenti ricevuti dai due ritirati, la senatrice Klobuchar e l’ex sindaco Buttigieg, Biden ha vinto in 10 stati su 14. Tuttavia Sanders si è aggiudicato la California, che mette in palio ben 415 delegati e gli consente quindi di non affondare anche nel conteggio dei delegati. Perciò, nel complesso, Biden ha ottenuto 380 delegati contro i 328 di Sanders. Nel conteggio generale invece i delegati sono 433 per Biden, 388 per Sanders, appena 36 per la supersconfitta senatrice Warren e solo 12 per l’ex sindaco di New York Bloomberg. Vediamo i risultati nel dettaglio.

I numeri della vittoria

They don’t call it Super Tuesday for nothing!”, ha esclamato Biden di fronte ai suoi sostenitori di Los Angeles. Poi ha aggiunto: “We are very much alive!”. In effetti la sua vittoria supera ogni previsione e si concretizza in 10 stati diversissimi tra loro, dal Massachusetts all’inaspettato Texas. Si tratta per Biden dei primi successi statali durante le primarie: si candidò a presidente anche nel 1988 e nel 2008, ma non riuscì a vincere in nessuna occasione. Soprattutto la sua vittoria coinvolge in modo preponderante gli afroamericani, il vero zoccolo duro della sua candidatura. Dopo settimane di difficoltà l’area moderata del Partito democratico si sta compattando intorno all’ex vicepresidente, che infatti trae giovamento dai ritiri di Buttigieg e Klobuchar e oscura Warren e Bloomberg. In Texas (228 delegati in palio) ottiene il 33%, mentre Sanders si ferma al 30%. In Alabama (52) ottiene il 63%, in Virginia (99) il 53%; in Arkansas (31), Tennessee (64) e North Carolina (110) si attesta intorno al 40%, doppiando Sanders e lasciando Bloomberg tra il 10 e il 15%; in Oklahoma (37) e Minnesota (75) si avvicina al 40%, distanziando Sanders di almeno 15 punti. In Maine (24) prevale invece di un’incollatura con il 33%.

Le dimensioni della vittoria però superano il numero di stati conquistati.

Ne è un esempio il Vermont, lo stato natale di Sanders: nel 2016 finì con Sanders all’86% e Clinton al 14%, mentre oggi Sanders vince con il 50%, lasciando a Biden il 22%. Leggendo questi dati si avverte una grande spinta in favore dell’ex vicepresidente, che si è affrettato a parlare di “momentum Joe”, promettendo battaglia, adesso, contro Donald Trump. In realtà il cammino delle primarie è ancora lungo. Il sito FiveThirtyEight prevede al 61% uno scenario di “convention contestata”: nessun candidato ottiene i delegati necessari a vincere e allora si decide nella Convention estiva, mercanteggiando i delegati e promettendo favori.

Sanders in sofferenza

Il socialista Sanders si trova adesso nella difficile situazione di gestire una corsa a due contro l’intero establishment moderato del partito. Ha vinto in Colorado e nello Utah con circa il 35%; in Vermont, come detto, ha raggiunto il 50%; in California ha ottenuto il 32% contro il 23% di Biden. Secondo il New York Times:

For his part, Mr. Sanders continued to show strength with the voters who have made up his political base: Latinos, liberals and those under age 40. But he struggled to expand his appeal with older voters and African-Americans.

Del resto si sta delineando uno scenario molto simile a quello del 2016, quando Hillary Clinton catalizzò tanti voti presentandosi come rassicurante e moderata. E alla fine Sanders, nonostante i successi e le proposte radicali, fu sconfitto. Contro di lui si sta dunque coalizzando la dirigenza del partito, che sta riuscendo nell’impresa di mobilitare anche gli elettori. Alla rivoluzione propugnata da Sanders ora Biden oppone una piattaforma programmatica meno lungimirante ma più fattibile. Lo stesso Biden ha detto: “People are talking about a revolution. We started a movement”.

Cos’era successo in South Carolina

Lo stato di Biden, che ha votato sabato, alla fine non ha deluso. L’ex vicepresidente aveva un disperato bisogno di un ottimo risultato fra la comunità afroamericana della Carolina del Sud, per sopperire agli evidenti limiti e fallimenti cui era andato incontro nei primi due Stati di queste primarie. Il risultato solo parzialmente buono del Nevada aveva contribuito a ridare ossigeno ad una campagna che faticava a decollare, ma che nel Sud gli ha finalmente dato lo slancio necessario in vista del Super Tuesday. I numeri parlano chiaro, 48.4% (più di 250.000 voti) contro il 19.9% del secondo arrivato, Bernie Sanders, il grande sconfitto di questo voto, che non è riuscito a sfondare tra i neri, fedelmente legati al vicepresidente di Obama. Male nel complesso tutti gli altri candidati: Steyer ha raccolto solo l’11.7%, ed a fronte dei milioni spesi ciò ha significato il suo ritiro dalla corsa presidenziale; sotto il 10% sia Buttigieg che Warren, seguiti da Amy Klobuchar e Tulsi Gabbard.

Buttigieg e Klobuchar: i ritirati

Ma il South Carolina non è finito con il voto di sabato. I suoi effetti hanno anzi avuto una risonanza ben maggiore nelle ore successive al voto. Due candidati infatti hanno deciso di non portare avanti la loro campagna, preferendo ritirarsi prima del Super Tuesday: Pete Buttigieg e Amy Klobuchar. Una decisione che, sebbene fosse pronosticabile, ha lasciato interdetti gli addetti ai lavori, che si aspettavano sì un ritiro ma solo dopo il 3 marzo. Sia Buttigieg che Klobuchar infatti avevano fino a questo punto condotto una campagna non proprio fallimentare, visti i risultati ottenuti dal primo in Iowa e New Hampshire e in quest’ultimo anche da Klobuchar.

Entrambi avevano ben impressionato i media per le loro doti, e fatto colpo su una buona fetta di elettori non allineati con l’estremismo di Sanders né con il curriculum di Biden. Quindi, perché ritirarsi? Qui entra in gioco il realismo che bisogna prima o poi dimostrare di avere. Risorse economiche, radicalizzazione sul territorio e legami coi leader locali sono elementi fondamentali per ogni candidato alla presidenza, e né Buttigieg né tantomeno Klobuchar avevano più molto da dire in questi campi. Meglio quindi annunciare il ritiro ora, dopo i successi ottenuti, piuttosto che ritirarsi con le ossa rotte post-Super Tuesday. E i loro elettori? Ecco che entra in gioco l’endorsement, inevitabilmente a favore del candidato a loro più vicino, Joe Biden. Grazie alla straripante vittoria in South Carolina infatti, Biden ha avuto una spinta importante nei sondaggi, tanto da convincere i suoi due più importanti rivali ideologici che lui può e deve essere l’uomo su cui puntare non solo per battere Sanders, sempre più solo, ma anche per battere Trump a novembre.

La sconfitta di Warren

Discorso a parte per la senatrice Elizabeth Warren. A conti fatti risulta incomprensibile perché candidati come Buttigieg e Klobuchar si siano ritirati e Warren ancora no. I primi due infatti sono andati complessivamente meglio di lei fin qui, e nonostante questo si sono ritirati: perché Warren ancora no? Difficile a dirsi. Certo è che se sperava di riprendere ossigeno dal Super Tuesday questa speranza è soffocata già nelle prime ore della notte elettorale. Nel Massachussets, il suo stato natale per il quale è senatrice, è arrivata addirittura terza, a conferma di una campagna che sta piano piano collassando su se stessa. Da domani saranno in molti a chiedersi in che modo potrà giustificare un mancato ritiro.

Bloomberg non pervenuto

Seppur la maggior parte dei candidati Dem avesse tra i punti dei programmi quello di riunificare la nazione, quello che più di tutti ha tentato presentarsi come il candidato in grado di conciliare le due ideologie dominanti in America è stato Michael Bloomberg. Il miliardario newyorkese ha infatti tentato con uno dei programmi più ambigui dell’intera campagna, di strizzare l’occhio sia all’establishment democratico che ai repubblicani moderati scontenti di Trump ma che non hanno altra alternativa. Questa scommessa si è rivelata esser perdente. Bloomberg ha perso, Biden è ritornato in corsa riconquistando la posizione di front runner a discapito di Sanders e il Partito democratico risulta esser ancor più diviso rispetto a quattro anni fa. E alla fine Bloomberg ha annunciato di ritirarsi dalla corsa e sostenere Biden.

Bloomberg ha fallito su tutta la linea, non ha vinto in nessuno stato (a parte le Isole Samoa americane) ed ha superato la soglia di sbarramento del 15%, in solamente quattro stati, sui 14 in cui si è votato. Un fallimento preannunciato dalle deludenti, anzi, in alcuni casi suicide, prestazioni negli scorsi due dibattiti, ma che in realtà ha origine sin dalle prime fasi della sua carriera politica. Classe ’42, co-fondatore e Ad della multinazionale Bloomberg LP da cui deve la sua fortuna, è, secondo Forbes, la nona persona più ricca del mondo. Bloomberg nacque a Boston, ma si considera newyorkese di adozione ed è proprio nella grande mela che decide di iniziare la sua carriera politica. Succede infatti nel 2002 a Rudy Giuliani diventando sindaco di New York in uno dei periodi più tragici per la città più famosa del mondo. Viene eletto con il partito repubblicano da cui dopo si distaccherà, per passare prima al partito indipendente e poi nei democratici.

La sua amministrazione non è stata facile: se da una parte è riuscito a traghettare New York fuori dalla depressione post  9/11 e a farla rifiorire dal punto di vista economico e manageriale, ha fallito nel tentare di renderla una metropoli multietnica. Sono di questi anni infatti le misure più controverse della sua carriera politica che di lì a qualche anno condizioneranno la sua candidatura alla Casa Bianca per ben due volte consecutive. Il cosiddetto Stop and frisk, (trd. fermare e perquisire) prende di mira le minoranze ispaniche e nere della comunità newyorkese, etnie che rappresentano entrambe grandi bacini dell’elettorato dem in America e quindi fondamentali per un’eventuale vittoria delle primarie. Sempre su questo tema Bloomberg rincarerà la dose affermando in un articolo pubblicato sul Washington Post che le minoranze sono più inclini a commettere crimini. Altra controversa questione che, a sua volta, ha contribuito a affondare la sua campagna sono i numerosi casi di accordi di riservatezza che ogni anno Bloomberg stipula con ex dipendenti, costringendoli, di fatto pagando il loro silenzio, a non rivelare fatti spiacevoli su questioni aziendali.

Se per Bloomberg infatti la notte del 4 marzo è stata una vera Caporetto bisogna però considerare che non solo la sua immagine è compromessa. In piccola parte, considerando l’entità del suo patrimonio, lo è anche il suo portafogli. È stato il candidato che ha speso, infatti, più di tutti per la sua campagna elettorale e lo ha fatto attuando una discutibile e, a conti fatti, fallimentare strategia, che lo ha portato a snobbare i primi quattro stati per concentrarsi al 100% sul Super Tuesday. L’onnipresenza che i suoi soldi gli han saputo comprare non ha però aiutato durante i dibattiti, anzi, ha probabilmente ingigantito il bersaglio che gli altri candidati avevano già da tempo posto sulla sua schiena.

Le prossime tappe

Il mese appena iniziato si preannuncia esser fondamentale nella corsa a queste primarie 2020. Se infatti nella notte del 4 hanno votato 14 stati, da qui alla fine del mese ne saranno chiamati alle urne altri 13. Tra i più importanti ci sono quelli del sud e ovviamente Florida e Ohio, dove si voterà il 10/03, che contribuiranno sensibilmente all’andamento delle primarie, che fin qui si sono rivelate piene di sorprese.

Immagine di copertina di Luca Pagani

Articolo di Riccardo Sozzi, Michele Pinto e Luca Pagani

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