Voci dalla quarantena. Vol. 1

Noi redattori di Vulcano, rinchiusi in casa, abbiamo deciso di raccogliere opinioni e sensazioni su questo strano periodo che come tutti stiamo vivendo. Eccone alcune.


Fratelli – Matteo Lo Presti

“Plastic Love” di Mariya Takeuchi, l’album “Miami Safari” dei Verdena e i brani hip hop lo-fi sanno essere suoni benedetti durante la grande quarantena. Il pomeriggio si svolge come di consueto, nonostante momenti di enorme forzatura, tête-à-tête con la banda dei filosofi contemporanei, cui l’esame non sembrerebbe essere lontanissimo. La sera il palinsesto regala forti emozioni: chiamata agli amici di Verona prima di cena, partitina a Destiny 2 con i ragazzi di zona dopo. A volte, inoltre, subentrano anche guest stars, come gli amici in erasmus (Portogallo e Spagna, reclusi come noi), e parenti stretti sparsi per l’italico suolo (*“Lo zingaro felice” plays in background*). Oltre a riscoprire le app di chiamate videovocali e Giallozafferano.it, come testimoniano i social, gli italiani reclusi hanno trovato un modo del tutto positivo per socializzare dal vivo: basta munirsi di un impianto stereo, una playlist di classici italiani di ogni tempo, e condomini adiacenti o comunque poco distanti che si affaccino a finestre, balconi, velux di locali mansardati, e si mettano a cantare. Perché se questa è la risposta che siamo in grado di dare ad una situazione che si protrarrà ancora per 3 settimane circa, forse le volgari e preistoriche invettive contro cinesi o presunti tali, oltre alle percosse che talvolta hanno subito in quei casi di cronaca che con disgusto abbiamo visionato, potranno essere rimpiazzate.

Gli applausi, i giochi di luci e la voglia di divertirsi, anche se a metri di distanza, magari di persone che a malapena si salutavano durante le riunioni condominiali, o aspettando di scendere al proprio piano con l’ascensore, stanno producendo negli spettatori un’onda di ottimismo e di fratellanza comune (magari tratta dalla legge “mal comune mezzo gaudio”) che si spera perseveri anche dopo la fine dell’epidemia. Una volta conclusa questa reclusione forzata, ogni paese, borgo, città e pieve di questo paese traboccherà in festanti simposi e sfrenate serate all’insegna della riconquistata libertà; tuttavia, ciò che preme a me in particolare (ma penso anche a molti altri) è che quest’esperienza, in cui ci sentiamo bisognosi del contatto umano, anche con perfetti sconosciuti, non rimanga immutata, favorendo quindi una maggior apertura e solidarietà verso l’altro. Solo così, potremmo affermare che il Coronavirus è e rimane una malattia mortale, ma non per la morte.


Una pagina di diario – Andrea Marcianò

Neanche un mese fa ho pensato tra me e me: “cavolo, avrei proprio bisogno di una vacanza”. Mi muovevo troppo con l’università, fidanzata a una trentina di chilometri da me, il lavoro pure; avevo proprio voglia di passare un giorno in casa. Ebbene, sono talmente fortunato che il coronavirus è arrivato in mio soccorso dandomene più di una trentina. E adesso? Una trentina di giorni sono tanti: passarli lontano dalla ragazza, soprattutto per un giovane innamorato, è difficile; come anche stare lontano dalle mie amate abitudini serali: pub, uscite intime, cinema, feste. Significa ricalcolare la quotidianità, ripensare alla socialità mantenendoil metro di distanza; l’Italia non era pronta a fermarsi e come prova abbiamo il fatto che fino a settimana scorsa #milanononsiferma era la spada contro il coronavirus. Tuttavia l’idea che l’Italia intera sia momentaneamente bloccata è un’immagine magnifica da vedere: ovunque si è creato un effetto Corea del Nord, con immagini urbane di luoghi insolitamente vuoti; davanti a Piazza Duomo non si può che rimanere attoniti nel contemplare tutto questo spazio vuoto, per un sognatore come me è difficile non meravigliarsi davanti a cotanta desolazione.

Rinunciando ai luoghi affollati la vita è tornata nelle case, ritorna di moda il focolaio famigliare, il momento del pranzo è di nuovo il nucleo sociale e le persone, anche i milanesi più sfrenati, sono tornante al concepire la sera come un semplice momento di pausa post lavoro. Si torna indietro ma senza rinunciare alla socialità: la nuova piazza è diventata ufficialmente Twitter, le catene e i video meme che i parenti più anziani mandano sui gruppi Whatsapp ora sono ancora più frequenti, le comunicazioni di Conte sono diventate l’appuntamento fisso sui social (c’è chi lo ha paragonato a Roosevelt con i Fireside chats durante la terribile crisi post ’29); per non parlare del fenomeno canterino dei balconi, milioni di italiani che affrontano l’aria appestata da COVID-19 per cantare a squarciagola le canzoni popolari più patriottiche, simbolo che il nostro non è un popolo unito solo dal calcio e dal gol di Grosso in quel mondiale 2006. In fondo la quarantena mi permette di riscoprire un modo di vivere diverso, solitario probabilmente, ma anche accorto e necessario per un momento di respiro dal mondo esterno: potrei anche abituarmici.


Ai lettori: queste sono alcune delle nostre impressioni sulla quarantena, ma siamo sicuri che ne abbiate anche voi. Perciò vi invitiamo a mandarci all’indirizzo consegne.vulcano@gmail.com le vostre: pubblicheremo le migliori nei prossimi giorni.

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