Voci dalla quarantena. Vol. 2

Noi redattori di Vulcano, rinchiusi in casa, abbiamo deciso di raccogliere opinioni e sensazioni su questo strano periodo che come tutti stiamo vivendo. Eccone alcune.


Essere umano – Martina Rubini

Molto spesso l’essere umano tende a piangersi addosso, a lamentarsi e a fare tutt’altro che empatizzare. Quando parlo di essere umano intendo io. 

Siamo negli anni Venti del secondo millennio dopo Cristo, la tecnologia raggiunge livelli che qualche anno prima nessuno si sarebbe mai immaginato. Abbiamo tutto, tutto quello che ci permette di vivere e non solo di sopravvivere. Spesso la vita è paradossale, quanto più si è avanti rispetto a generazioni passate di uomini che ci hanno permesso di costruire ciò che siamo, tanto più ci si aspetta battaglie sempre più grandi, a livello di forza, di potenza e di ingegno. È illogico come, negli anni in cui si può dire di aver raggiunto quasi l’apice di tutto ciò che la mente umana possa immaginare di desiderare, il mondo è stato messo in ginocchio. Il fatto che sia arrivato un soggetto scatenante di un fenomeno nocivo all’incolumità della vita umana era prevedibile e questo ce lo insegnano anche eventi già successi nella storia passata, sia prossima che remota. Insomma, ognuno di noi sa dentro di sé che qualcosa sarebbe accaduto e avrebbe sconvolto le nostre vite.

È risaputo anche solo il fatto che una volta che il sole decida di regalarci un ultimo suo raggio, tutto è destinato a scomparire. Non si può negare che la proporzione matematica a cui la specie umana è stata da sempre abituata sia: una popolazione di individui sta al suo nemico come la prima sta alla sua grandezza. Tanto più è grande e forte un popolo, tanto più lo sarà il suo nemico. Ahimè è tutto sbagliato.

Le certezze sono destinate a crollare. Questo ce lo ha dimostrato il passato e ce lo sta dimostrando adesso, in questi attimi, il presente. Il nemico che la popolazione mondiale si sta affrettando a combattere in questo momento ha dimensioni irrisorie, talmente impercettibili da considerarsi inesistenti eppure produce effetti catastrofici su vari livelli e aspetti della vita umana. Rifletto a questo punto su quanto alcune certezze che ci portiamo dietro giorno dopo giorno abbiano delle fondamenta fatte di argilla, pronte a sgretolarsi alla prima occasione possibile. Mi accorgo allora di come la nostra esistenza non dovrebbe essere pianificata e costruita su convinzioni e sicurezze, ma su attimi che, accostati tra loro senza inizio e senza fine, vanno a riempire le nostre giornate.

Quando spariscono le certezze gli esseri umani vengono posti tutti sullo stesso piano, tutti condannati a essere costruttori dei propri attimi. C’è chi lo fa meglio e c’è chi non è minimamente in grado di farlo, c’è chi ha la possibilità di farlo meglio e chi non ne ha occasione. Empatia è il sentimento che l’essere umano dovrebbe imparare a coltivare e con il quale dovrebbe abituarsi a convivere. Quando parlo di essere umano intendo io. 


Il vuoto – Michele Pinto

C’è qualcosa che dovrebbe colpire la nostra immaginazione in questi giorni vuoti, lunghi e domestici. Ed è qualcosa che, mentre scorriamo sul computer le ultime, sconfortanti notizie del contagio o guardiamo in televisione l’ennesima puntata di una serie tv, ci può sfuggire. È questo: siamo praticamente tutti a casa, ognuno nel proprio antro, nella propria alcova: fuori non c’è più nessuno. Le strade, le piazze, le vie di tutta Italia sono vuote: basta guardare le decine di webcam poste in tutto il Paese per rendersene conto. Questo vuoto che è anche fisico è soprattutto spirituale. In quegli spazi spesso stracolmi di persone e di storie – di anime – oggi non c’è più nessuno che respira. Piazza Duomo a Milano, Piazza della Signoria a Firenze, Piazza di Spagna a Roma, Piazza del Plebiscito a Napoli. Vuote, svuotate, spoglie. E così dalle Alpi a Lampedusa, in ogni grande e piccolo centro.

Noi dentro ci sentiamo al sicuro. Abbiamo riempito le nostre case e le nostre stanze, così spesso prive di calore. Ci ritroviamo a fissare la mensola con i libri o il mobiletto che pende verso sinistra da anni. Guardiamo in faccia chi vive con noi e cerchiamo di inventare qualcosa per fare passare il tempo: un gioco, una sfida, una faccenda. Ma là fuori tutto tace. I muri di pietra sono freddi e quasi nessuna voce rimbomba, da un lato all’altro delle vie. C’è una sensazione di privazione in tutto questo: ci siamo rimossi dal reticolo materiale e artificiale che noi stessi abbiamo costruito per vivere meglio. Noi esseri umani che abbiamo eretto le città, abbiamo edificato i palazzi e tracciato le strade, adesso ci siamo ritirati. Abbiamo deciso che quelle strade, quelle piazze che affolliamo, i cui bar sono di solito stracolmi e chiassosi, non sono più sicure per noi: siamo rientrati nella tana, come una tartaruga nel suo guscio. Per paura, preoccupazione, allarme. È un cambio di vita enorme, epocale. Ci resterà segnato sulla pelle e per capirlo a fondo servirebbe un filosofo. Come dice quella canzone: a sapervelo spiegare che filosofo sarei.

Ecco: cosa resterà di questi giorni? La zona rossa che abbiamo deciso di costruire, che limita i nostri spostamenti e spoglia le nostre città è anche una zona rossa nella nostra anima. Pieni di angoscia e di paura del futuro guardiamo attoniti quelle piazze: la nostra vita si è spenta, sospesa. Quando ripartirà di certo non sarà più come prima.


Ai lettori: queste sono alcune delle nostre impressioni sulla quarantena, ma siamo sicuri che ne abbiate anche voi. Perciò vi invitiamo a mandarci all’indirizzo consegne.vulcano@gmail.com le vostre: pubblicheremo le migliori nei prossimi giorni.

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