Voci dalla quarantena. Vol. 5

Noi redattori di Vulcano, rinchiusi in casa, abbiamo deciso di raccogliere opinioni e sensazioni su questo strano periodo che come tutti stiamo vivendo. Eccone alcune.


Essere forte – Caterina Cerio

Oggi ero in giardino, seduta sotto il sole primaverile che per fortuna in questi giorni inizia a scaldarci un po’ i pensieri. Sono a casa, ho pensato, e non posso uscire. Quante persone si trovavano in questa situazione prima del virus? Quanti erano costretti in casa, magari in seguito a incidenti che li avevano privati dell’uso di braccia o gambe rendendoli invalidi? Quanti erano chiusi in casa a causa di disturbi fisici o mentali? Su una carrozzina o sul divano? Prima del virus chi stava come stiamo tutti noi oggi?

Probabilmente c’erano donne che non potevano permettersi di vedere la luce del sole all’esterno o avere una vita sociale perché obbligate dal marito, dal compagno o dal fidanzato a non affacciarsi nemmeno al balcone. C’erano persone che soffrono di ansia, depressione, che hanno paura a mettere un piede fuori dalla porta di casa, o magari non hanno più nessuno con cui farlo. Bambini molto timidi che oltre alla scuola non avevamo altri motivi per uscire, spesso lasciati soli, aspettavano tutto il giorno che i genitori tornassero stanchi da lavoro. Gli anziani? Magari dimenticati dai parenti, soli tra quattro mura. C’era chi combatte contro malattie, ogni giorno, in una stanza d’ospedale. C’era anche chi una casa non ce l’aveva, ora come farà? C’era chi una casa l’aveva, ma ci stava il minor tempo possibile, giusto per dormire la notte. Tutta questa gente, tutte queste persone che “c’erano” prima del virus, ci sono anche oggi. C’era anche chi odiava stare in casa, che non riteneva la propria casa un rifugio, un posto tranquillo, anzi, un luogo pericoloso e ostile. Ora come farà? Come si sentirà a dover condividere uno spazio esiguo con persone con cui non vorrebbe vivere? Gli verrà fatto del male? Si sentirà soffocare? C’erano anche quelle famiglie numerose in cui è difficile trovare il proprio spazio, soprattutto se si vive in un appartamento. Sarà possibile trovare un piccolo angolo libero per ognuno dei componenti della famiglia, in cui sentirsi a proprio agio?

Tutte queste persone c’erano prima e ci sono oggi, ma ci saranno anche domani. Io sono seduta al sole e penso che posso imparare da loro. Posso imparare da chi è costretto su una sedia a rotelle a sopportare questo riposo fisico forzato, posso imparare da chi ha una famiglia difficile e subisce violenze ogni giorno, che le discussioni e litigate familiari non portano a niente e soprattutto oggi, bisogna lasciarle correre via, lasciando spazio a tutto ciò che di bello può arricchirci la giornata. Posso imparare da loro, è vero, ma anche loro credo si sentiranno un po’ sollevati. Penseranno finalmente che non sono più gli unici, i soli, a dover soffrire le costrizioni e le norme date dall’alto. Alcuni penseranno “un po’ di giustizia, adesso possono capire anche gli altri quanto sia difficile restare in casa ogni giorno tutto il giorno”. Chi era abituato a uscire, dare per scontata la libertà, l’aria fresca e le giornate interamente passate fuori, magari anche in città diverse, penserà che se ce l’hanno fatta per anni coloro che non possono fare tutto questo, be’, può farcela anche lui per qualche mese: questo gli darà forza.

Chi era chiuso in casa 365 giorni all’anno e vede su Instagram, sui balconi, in TV e in tutti i social quanta vita e solidarietà si possono comunicare con qualche gesto e parola detta al momento giusto, si sentirà meno solo e dirà “se loro stanno soffrendo, è normale che anche io abbia sofferto, la sofferenza è lecita e è normale, se loro soffrono come io ho sofferto e soffro, siamo parte della stessa umanità, anche io faccioparte di loro”. Seduta al sole rifletto un attimo, non si può parlare di fortuna o sfortuna. Le cose capitano e basta, possiamo reagire, ma non si può tenere tutto sotto controllo. Ognuno non ha quello che si merita, non ci ho mai creduto. Sotto questo cielo primaverile, con il sole che mi scalda le guance mi viene in mente una frase, invece, che ho sempre amato. Non sai mai quanto sei forte fino a quando essere forte è l’unica scelta che hai.


Il valore della solitudine – Davide Muffatti

Questo contributo è arrivato da un nostro lettore, che l’ha pubblicato, integrale, nel suo blog a questo link.

In questi ultimi tempi siamo costretti a confrontarci con un isolamento imposto dall’alto. Per molti di noi, abituati ai rumori delle feste, ai volti dei compagni di classe o dei colleghi al lavoro, la solitudine è entrata nelle nostre vite come un’estranea indesiderata. Da sempre pensiamo che il rimanere soli sia qualcosa di negativo: e sicuramente questo è vero, se con solitudine intendiamo la perdita di qualcuno a noi caro, l’abbandono o uno stato patologico. Ma io penso che la solitudine possa, anzi, debba essere intesa come un valore. Non sto pensando né al gretto individualismo, che presuppone sempre la presenza di un “altro” rispetto a cui essere egoisti, né alla “solitudine” in senso assoluto. Non mi riferisco neppure all’idea di apprezzare maggiormente l’esistenza degli individui a cui vogliamo bene in un momento in cui non possiamo incontrarli. Io parlo della solitudine come momento di riflessione individuale, di conoscenza di se stessi, come direbbe Socrate. Solo confrontandosi con se stessi, parlandosi, ognuno può prendersi cura di sé.

Tutti noi nella solitudine possiamo scoprire pensieri che non immaginavamo ci potessero appartenere, soffocati dall’ansia del confronto col prossimo e dalla compagnia degli altri. Non intendo dire che la solitudine possa farci scoprire il nostro “vero sé” ma piuttosto che attraverso di essa possiamo far emergere aspetti del nostro essere che ignoriamo. Essa costringe a vederci con altri occhi (non quelli degli altri in cui quotidianamente ci riflettiamo, ma i nostri) e ci induce a fare i conti con noi stessi. Tutto questo può provocare dolore, noia, nostalgia, una serie di sentimenti di cui normalmente faremmo volentieri a meno ma con cui ora siamo costretti a convivere. Eppure anche queste sensazioni fanno parte della nostra esistenza, sono la causa del nostro agire. Lo stare soli non è una fuga da una realtà percepita come eccessivamente oppressiva. Anzi, è nelle distrazioni quotidiane, nell’incessante necessità di doversi immergere nella mondanità che perdiamo e dimentichiamo la nostra individualità.

Ma l’angoscia, la sofferenza trovano il loro compimento e la loro risoluzione solo nel silenzio di una stanza vuota in cui guardandoci allo specchio incrociamo gli occhi di un perfetto sconosciuto che però, paradossalmente, ci assomiglia. Uno straniero che è sempre stato con noi e su cui prima non ci soffermavamo molto. Quindi che questi momenti di solitudine siano un’occasione non per contare i giorni, aspettare che tutto finisca per poi rigettarsi come dei lupi sulla preda nella vita mondana di pascaliana memoria. Vi consiglio di apprezzare questi rari momenti di intimità: difficilmente avrete mai più occasione di rivederli.


Ai lettori: queste sono alcune delle nostre impressioni sulla quarantena, ma siamo sicuri che ne abbiate anche voi. Perciò vi invitiamo a mandarci all’indirizzo consegne.vulcano@gmail.com le vostre: pubblicheremo le migliori nei prossimi giorni.

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