Voci dalla quarantena. Vol. 6

Noi redattori di Vulcano, rinchiusi in casa, abbiamo deciso di raccogliere opinioni e sensazioni su questo strano periodo che come tutti stiamo vivendo. Eccone alcune.


Empatia – Luca Pagani

Da oramai quattro anni faccio parte di un’associazione che si occupa di primo soccorso. Non la Croce Rossa ma per intenderci una roba molto simile con un nome molto meno fico e decisamente con molti meno soldi. Ogni sei giorni faccio turni di un minimo di 3 ore e un massimo di 8 sulle ambulanze, di solito durante questi turni si mangia quando capita, ti vesti di arancione ed è probabile che qualcuno ti sbocchi addosso. Quando, quattro anni fa, ho iniziato pensavo di farlo perché dotato di particolare empatia nei confronti delle altre persone, giustificavo così la mia scelta di fare questo tipo di volontariato, con questo covid-19 mi son reso conto che quattro anni fa avevo solo molto tempo libero. 

E sta proprio qui la questione. 

In questi giorni mi sono imbattuto in due “servizi” sospetti Covid. Mi ritengo molto fortunato comunque, alcuni miei colleghi nel giro di 3 settimane sono arrivati anche a doppia cifra. Ritornando all’empatia e alla solidarietà, la prima cosa che ho pensato dopo essermi messo il camice bianco, gli occhiali e i guanti è stata: “Son fottuto”. Stavo comunque andando a prendere una che stando alle indicazioni della centrale era probabilmente positiva e io, chiuso da solo nel vano posteriore dell’ambulanza, ho iniziato a pensare al peggio e da lì sono iniziate le paranoie. La prima cosa che ho fatto è stata quella di prendere le distanze dalla paziente. Lei è un’estranea, lei è infetta, lei potrebbe trasmetterlo a me e io ai miei parenti ho pensato. “Lei” è passata dall’essere una paziente a essere una nemica.

Non penso di dovermi giustificare, non penso che altri avrebbero avuto reazioni diverse, non penso che la solidarietà che cantate dai balconi sia vera fino in fondo e sono convinto che voi avreste avuto la mia stessa umana reazione. Ma siamo in questa situazione e vi posso solo dire che negli ospedali di destinazione in cui sono stato la situazione è drammatica. Il pronto soccorso della mia città è irriconoscibile, teli che separano le zone infette dalle zone “sane”, letti distribuiti alla meglio nei corridoi, infermieri e medici, con cui hai fatto amicizia nel corso degli anni, irriconoscibili sotto i dispositivi di protezione. Non mi sono mai sentito tanto inutile. La vista di quelle persone che in ogni momento della loro giornata provano le stesse emozioni che ho provato io per tre ore, mi ha fatto venire un magone per cui ho trattenuto a stento le lacrime. 

Quando tutto ciò sarà finito vi prego, vi prego, riflettete un momento di più se andare o non andare in ospedale perché state vomitando, pensate con cura se davvero avete bisogno di un servizio meraviglioso e gratuito come il servizio sanitario nazionale per un’unghia incarnita, valutate con attenzione se affollare le stanze dei pronti soccorsi perché avete un mal di testa. Perché è facile e giusto a posteriori incolpare la politica per i tagli alla sanità, ma rendiamoci anche conto che una parte delle responsabilità sono di noi cittadini.


Che gusto ha la libertà – Giulia Ghirardi

Un bambino sorride, ha la bocca sporca di crema al pistacchio. Un fotografo lo osserva, lo studia, gli scatta una foto. Lui ignaro è concentrato con tutto se stesso sul gelato che stringe in mano. È solo uno dei tanti bambini della città di Xianning che, il primo giorno dopo la fine della quarantena, può uscire di casa. Che gusto ha la libertà? Il gusto di un gelato, sembrano dire i suoi occhi. Ma non di un gelato qualsiasi, proprio di quel gelato al pistacchio che stringe con orgoglio, con ancora la mascherina scomposta e accartocciata appesa ad un orecchio. Ha la gioia negli occhi e la libertà sulle labbra. 

In questi giorni difficili, frustranti, insicuri eppure indimenticabili è facile farsi trasportare da foto come questa e cominciare a pensare irrimediabilmente a quale sia, per noi, il gusto autentico della libertà. Una danza, un abbraccio, la terra sotto ai piedi, un mazzo di carte, i caffè al bar, la sella di una moto o una spiaggia piena di musica, cibo e risate. È facile sentire la mancanza delle persone, delle abitudini e della leggerezza di un tragitto verso un posto qualsiasi, giusto così, per camminare: sentirsi liberi di andare. Questo è un momento in cui ci si sente in pericolo, abbandonati in un vortice di monotonia da cui è impedito uscire e ci si ritrova a confrontarsi più che mai con l’evidenza del caso che colpisce o risparmia in modo imperscrutabile senza una logica possibile. Quello che allora ci può portare in fondo in questo ineluttabile tempo, quello che ci rimane in questi momenti è il poterci concentrare su quello che invece casuale non è. Sull’idea che nella vita esistono traiettorie che percorriamo costruendole passo dopo passo, per scelta. È qui che possiamo vedere il nostro senso: la direzione giusta per noi. 

Possiamo investire tutto questo tempo che schiaccia, condanna e non tornerà mai indietro su di noi. Tutto quello che ci tiene vivi infatti (o per lo meno un po’ meno annoiati) si nasconde in piccole attenzioni, progetti o programmi che semplicemente avevamo accantonato non avendo mai il tempo sufficiente per affrontarli. Beh, ora questo tempo ce lo abbiamo e ce lo dimostrano persone che difficilmente trovavano la voglia per andare in università che ora sono diventate esperte personal trainer, abili recensori di ristoranti che si cimentano in ogni tipo di esibizione culinaria. C’è chi trova il tempo per telefonare non più distratto dalla frettolosa corsa giornaliera della vita e ancora chi parla con chi ha intorno, riscoprendolo. Questo perché sappiamo adattarci, anche in una guerra che mai è stata tanto contemporanea come quella in cui ci ritroviamo irrimediabilmente immersi oggi. E così quelle giornate che all’inizio sembravano infinite lentamente prendono forma e si riempiono e le sbarre della prigione in cui ognuno di noi si trova costretto diventano strumenti nelle nostre mani: la nostra resistenza contro tutti gli appuntamenti rimandati. Manca la presenza degli sconosciuti e quella del vento tra i capelli. Manca frequentare il mondo, bere un caffè all’angolo immersi tra voci mai sentite. Si sente la mancanza di quelle persone che tutti incrociamo solo per un breve secondo delle nostre vite; quelle che con un gesto di cortesia ci tengono aperta la porta e guardiamo con indifferenza che poi non incontreremo mai più.

È in questa assenza di gente, in cui viviamo cercando la vita nelle luci delle case degli altri che dobbiamo cercare di reinventarci, di riscoprirci, di agire non per obbligo ma per libera scelta e di fare le cose con calma, assaporandole con chi ci circonda per apprezzare ciò che abbiamo, per quello che è. Perché come scrisse un giorno Murakami: “Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e ad uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato. Sì, questo è il significato di quella tempesta”. E forse allora sorrideremo un secondo in più agli occhi di uno sconosciuto gentile, mangeremo un gelato al sapore di libertà e, guariti veramente, saremo in grado di trovare la libertà anche in noi stessi.


Ai lettori: queste sono alcune delle nostre impressioni sulla quarantena, ma siamo sicuri che ne abbiate anche voi. Perciò vi invitiamo a mandarci all’indirizzo consegne.vulcano@gmail.com le vostre: pubblicheremo le migliori nei prossimi giorni.

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