Europa, to Bond or not to Bond?

That is the question.
Sono già passati diversi giorni da quando Commissione e Parlamento Europeo hanno sospeso il Patto di Stabilità all’insegna del “whatever it takes” e la BCE ha salvato, ancora una volta, l’Italia e l’Euro con il Pandemic Emergency Purchase Programme, da 750 miliardi in acquisto di titoli di Stato – che superano quota 1000 se aggiunti ai piani di acquisto pre-coronavirus.

Da non dimenticare anche lo sblocco per i trasferimenti di materiale sanitario fra i Paesi comunitari e lo stanziamento di 100 miliardi del progetto SURE per la cassa integrazione dei lavoratori rimasti a casa per via del lockdown.  

Eppure, a Bruxelles, i rapporti fra i membri si incrinano nella partita sugli Eurobond, (ri)scoprendo la necessità di un’Unione Europea molto più solidale e con più competenze. Insomma, più unita.


La posta in gioco è alta e influirà sul futuro dell’UE. Tuttavia, è necessario fare chiarezza su certe questioni economiche e non lasciarsi sedurre dalle teorie sovraniste o complottiste.

Che cosa sono gli Eurobond?

Gli Eurobond (o Coronabond) sono dei titoli di debito – e, quindi, emessi da un debitore che ha bisogno di soldi e acquistati da investitori o creditori – tramite i quali tutti gli Stati membri dell’UE diventano responsabili del debito in maniera congiunta, ossia il debito viene mutualizzato – per l’appunto, condividendo gli oneri. In poche parole, se uno Stato non dovesse riuscire a ripagare il suo debito, contratto tramite l’emissione di questi titoli, non sarebbe nei guai perché ci sono gli altri membri dell’UE a pagare.

L’obiettivo sarebbe quello di raccogliere la liquidità e darla ai Paesi più in difficoltà, come l’Italia, necessaria in questo momento per affrontare l’emergenza da un punto di vista sanitario e di sostegno a persone e imprese. Sarebbe eccezionale, un vero elemento di unione finanziaria.

Perché c’è una disputa a Bruxelles sugli Eurobond?

C’è un ma: se gli Eurobond riducono le probabilità di una crisi sovrana, tuttavia portano con loro un rischio di competenza. I governi con i conti pubblici più disastrati (Italia in primis) potrebbero decidere di aumentare i loro debiti in maniera irresponsabile – se la Storia insegna, nel Bel Paese siamo esperti in questa disciplina – e quindi accollando il costo del debito ai Paesi più virtuosi. Alla fine gli Eurobond non sono “dei buoni pasto” per spendere senza ritegno, il debito rimane debito e come tale va ripagato.
La disputa ha a che fare proprio con questo ma e vede due schieramenti: uno a favore della creazione di questi bond, in cui sono presenti i Paesi europei coi debiti più alti, tra cui l’Italia; l’altro contrario preferisce l’uso del MES, in cui ci sono i Paesi economicamente più “virtuosi”, in special modo la Germania.

In mancanza di armonia in materia di politica fiscale e finanziaria tra gli Stati che compongono l’Unione Europea, i conti pubblici dei vari governi sono molto diversi tra loro, a partire da PIL e debito pubblico.

Tutti i paesi colpiti dall’epidemia stanno prendendo provvedimenti al fine di limitare, per quanto possibile, l’effetto dello shock sulle loro economie. Di certo, questi provvedimenti richiederanno maggiori spese.

Dove trovare le risorse? L’unica alternativa è, appunto, un aumento del proprio debito sovrano.

La Germania, per esempio, ha contenuto negli anni il suo. Ora si trova nelle condizioni di poter sfruttare un basso indebitamento esattamente per l’obiettivo per cui, da manuale di economia, è predisposto: spendere per ridurre gli effetti avversi di uno shock economico negativo.

L’Italia, altro esempio, ha fatto il contrario. Ricorderete la fiaba della cicala e della formica: con la creazione degli Eurobond sarebbe come chiedere alla formica di sobbarcarsi tutto il debito della cicala.

C’è chi sostiene che l’emissione degli Eurobond sia nell’interesse stesso dei paesi più virtuosi, visto che azioni unilaterali potrebbero causare un collasso del tesoro italiano – già si pensa che dopo questa crisi il rapporto debito/PIL italiano salirà a quota 150% – che comporterebbe ripercussioni enormi ben aldilà dei confini nostrani.

Ma è anche fuor di dubbio che una qualche forma di condizionalità del prestito sia necessaria per evitare comportamenti poco responsabili dei paesi maggiormente indebitati che, senza condizioni, avrebbero interesse a scaricare le proprie responsabilità finanziarie sugli altri.

Intanto, Germania e Francia hanno trovato un accordo sull’utilizzo del MES “light”, con minori condizionalità.

Come sostiene l’economista Alberto Bisin: “gli Eurobond senza condizioni sono uno strumento di gran lunga inferiore al MES. Quest’ultimo è lo strumento di cui si è dotata l’Unione europea durante lo scorso decennio per soccorrere paesi membri con difficoltà di accesso ai mercati e prevede esplicitamente alcune forme di condizionalità del prestito. All’Italia verrebbero imposte una serie di condizioni (che ricordiamo, sarebbero attenuate se si seguisse la scia franco-tedesca) non solo sull’ammontare di nuovo deficit, ma anche sulle politiche economiche da attuare”.

Sempre in tema MES, si esprime Paolo Gentiloni: “per sostenere la ripresa servono bond con uno specifico scopo e destinati a rispondere esclusivamente a queste circostanze eccezionali. Penso che la Germania e gli altri Paesi del Nord lo potranno accettare. Il Mes senza condizioni può essere uno strumento utile, ma solo uno tra molti”, ha aggiunto.

Come spiega magistralmente Lorenzo Bini Smaghi sul «Foglio», l’opzione Eurobond può realizzarsi solo in presenza di un deciso (e da molti auspicato) avanzamento del processo di integrazione economica e politica europeo, comprensivo sia di una non banale cessione di sovranità dal piano nazionale a quello UE, ma anche di una radicale riforma dei trattati, a partire dall’armonizzazione finanziaria, un bilancio comune europeo, trasferimenti di competenze in settori come la sanità.

In poche parole, “gli Eurobond possono essere emessi per finanziare spesa corrente solo se i poteri per gestire quella spesa sono trasferiti a livello europeo”: a more perfect Union.

Il ministro degli affari europei, Amendola, spiega che l’UE “o dimostra di essere adesso, oppure non esisterà più”.

L’Eurogruppo si riunirà martedì. Da esso dipenderà l’approccio dell’UE a questa crisi.

Lorenzo Rossi
Politicamente critico. Fieramente europeista.
Racconto e cerco risposte in quel che accade nel mondo.

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