Del: 22 Aprile 2020 Di: Matteo Lo Presti Commenti: 0
“Il buco”: una roulette che gioca con la fame

Chi ha detto che i prodotti Netflix iberici fossero solo serie TV, impregnate dall’eredità di Paso Adelante e dai suoi romanticismi? Il Buco (El Hoyo in lingua originale) porta sulla piattaforma di streaming un’opera originale, perfettamente riconducibile a situazioni sociali che ogni epoca ha affrontato, in un’ambientazione che tenta di incutere la giusta dose di claustrofobia, senso di disgusto e crudità allo spettatore.

La pellicola, prodotta nel 2019 e diretta da Galder Gaztelu-Urrutia, è disponibile su Netflix dal 20 marzo 2020, fatta eccezione per la Spagna e per Hong Kong, dove è stata trasmessa nelle sale cinematografiche, rispettivamente l’8 novembre 2019 e il 6 marzo 2020. Il film viene classificato come un horror/thriller, strizzando l’occhio anche al genere distopico.

L’elemento centrale della trama è l’enorme edificio costruito su più piani, simile a un carcere, in cui quotidianamente sosta per pochi minuti, in ogni piano dello stesso a partire dal piano 0 (la cima dell’edificio), una piattaforma mobile, imbandita come un tavolo nuziale dei cibi preferiti dai detenuti.  Ciò che ogni detenuto si prefigge è cercare di mangiare il più possibile durante il periodo in cui la piattaforma sosta sul suo piano, prima che riparta verso quello sottostante.

Ogni piano è abitato da due detenuti, che mensilmente vengono spostati in un altro, scelto in modo totalmente casuale. Lo spettatore, quindi, deduce subito che per molti sventurati, locati nei piani più bassi, sarà impossibile riuscire a mangiare qualcosa, dovendo ricorrere a soluzioni estreme, tra cui spicca l’uccidere e il cibarsi del proprio compagno per poter sopravvivere.

In questo gioco al massacro, il burattinaio è il fato: dal gustarsi torte al cioccolato, polli arrosto con patate, pesce alla griglia e frutta fresca, il mese successivo ci si dispera, osservando un asettico lastrone di cemento, in cui sono presenti solo posate e bicchieri rotti: un evidente richiamo alla immeritevole situazione in cui nasce ogni individuo, in cui è il destino a scegliere se si debba nascere agiati o meno, in un paese sottosviluppato o del cosiddetto “mondo occidentale”.

Altro elemento, che accentua la stremante lotta alla sopravvivenza nella fossa, è l’assenza di moralità da parte dei prigionieri appartenuti prima ai piani inferiori, poi a quelli superiori. Trimagasi, uno dei principali personaggi del film, nonostante abbia presenziato sia nei piani alti che in quelli bassi, sperimentando in prima persona il digiuno forzato e i morsi della fame, non dimostra alcuna empatia verso i meno fortunati di lui in quel mese, essendo stato totalmente assorbito dal motto “homo homini lupus”, che impera silenzioso nell’edificio.

L’intero sistema è riconducibile ad una piramide sociale temporanea, totalmente svincolata dalla meritocrazia, dove per un mese, se si appartiene ai piani alti dell’edifico, si può giocare a fare gli aristocratici, mascherando in realtà il timore di risvegliarsi 30 giorni dopo, e leggere un numero a 3 cifre sulla parete della nuova dimora.

La paura che serpeggia tra i detenuti è la continua paura del futuro, dell’ignoto, di qualcosa che non è prevedibile, ma che si può anticipare: è questo il compito di Goreng (Iván Massagué), il protagonista.

Inizialmente ignaro delle dinamiche sociali che avvengono nella fossa, sin da subito è nutrito dalla volontà di agire razionalmente e umanamente, proponendo di distribuire equamente il cibo tra i detenuti di ogni piano. Ma il motto hobbesiano torna ridondante durante lo svolgimento della trama, e Goreng è costretto ad usare la forza bruta per poter far rispettare la sua attività filantropica.

Il film, tuttavia, non è esente da problematiche in fatto di sceneggiatura, e anche di sensazioni trasmesse. È totalmente assente un background storico-politico, che possa darci informazioni su chi abbia ideato una trappola mortale del genere, quale sia lo scopo della sua edificazione, o se essa sia video-sorvegliata o meno (in caso affermativo, il finale sarebbe del tutto irrilevante per le sorti dei detenuti); non solo, ma anche i motivi, che spingono Goreng a volersi sottoporre ad una prova di sopravvivenza di questo calibro, non vengono spiegati.

La regia non rende nemmeno onore al senso di vertigine dato dalla struttura dell’edificio, sviluppata essenzialmente in altezza, mentre la larghezza dei piani presenta lo stesso problema, non riuscendo a infondere claustrofobia nello spettatore. Nel luogo dove i detenuti sono costretti a vivere, è complicato riconoscere tutti gli elementi che compongono gli “appartamenti”, capire se le condizioni igieniche siano malsane o meno, o se l’edificio si trovi sottoterra oppure no; fattori che sembrerebbero essere stati messi da parte, per dare maggiore risalto alla piattaforma e ai suoi meccanismi.

In conclusione, possiamo affermare che Il Buco si rivela un’opera con altissimo potenziale, e un’idea di base in grado di tenere lo spettatore ancorato alla poltrona, ma i cui errori grossolani in fatto di sceneggiatura, e qualche pecca a livello di regia, ne abbassano notevolmente l’impatto emotivo.

Matteo Lo Presti
Calciofilo e meme lord, il tutto innaffiato da Poretti 9 luppoli. Amo i tatuaggi, la filosofia morale, la Liguria e scrivere. Sogno l'autarchia e l'atarassia.

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