Il traditore

“Il traditore”, un racconto della nostra Italia

La cerimonia dei David di Donatello, nella sua 65esima edizione, si sarebbe dovuta tenere il 3 aprile, ma è stata rinviata all’8 maggio (compatibilmente con le misure del governo sull’emergenza Covid-19). 

Tra i film nominati come Miglior Film si erge Il traditore (2019), l’ultimo film capolavoro di Marco BellocchioÈ lunga la lista dei premi a cui è nominato per questa edizione – oltre che essere stato il film italiano in corsa per rientrare nella cinquina dedicata ai miglior film stranieri agli Oscar 2020 – .

Protagonista è Pierfrancesco Favino nei panni di Tommaso Buscetta, esponente di Cosa Nostra che, dopo essere stato arrestato, decise di collaborare con il giudice Falcone.

La camera di Bellocchio ci mostra un uomo che, nonostante sia considerato da tutti un traditore, nel profondo si sente lui stesso tradito da coloro con cui aveva condiviso quegli ideali in cui continuerà a credere, fino alla morte.

Si definirà per tutta la vita un “uomo d’onore”: non è il suo spirito a essere cambiato, ma è Cosa Nostra ad aver tradito il suo spirito.

Il film si mostra come diviso in due atti, di cui il primo si concentra sulla vita di Buscetta, una vita circondata da ricchezze, donne, e figli (numerosi), ma allo stesso tempo vissuta nel costante timore di essere imprigionato. Scappa in Brasile, vive la vita di un altro uomo, parla un’altra lingua ma non è mai al sicuro.

Ed è quando si sente tradito da chi aveva giurato di proteggere lui e i suoi figli e la sua famiglia che decide di tradire, trasformandosi in un traditore per i suoi e in un collaboratore per la giustizia.

L’incontro con Giovanni Falcone, interpretato da Fausto Russo Alesi (che ha già lavorato con Bellocchio in Fai bei sogni, 2016, Sangue del mio sangue, 2015, e Vincere, 2009), riassume quello che fu un rapporto basato sul rispetto reciproco.

Lo stesso Fausto Russo Alesi ci ha raccontato come è stato lavorare con un grande regista come Marco Bellocchio, interpretando per di più colui che rappresenta un simbolo della lotta alla Mafia.

«Quando un grande Maestro come Marco Bellocchio, con cui ho avuto la fortuna di lavorare in altri film, ti chiede di fare un provino per interpretare un eroe come Giovanni Falcone ci si sente onorati, increduli, ma a disagio. C’è il timore di non essere all’altezza, tuttavia allo stesso tempo si è sicuri di essere in mani d’oro: il punto di vista di Marco Bellocchio nel film è molto chiaro.

Il traditore non racconta Giovanni Falcone ma Tommaso Buscetta: non è possibile però raccontare Buscetta (e il maxiprocesso) senza raccontare Giovanni Falcone. Nel film la presenza del giudice la vediamo attraverso gli interrogatori con ‘il Boss dei due mondi’ e poi nella tragica scena della strage di Capaci, vista dall’interno della vettura che esploderà. Non lo vediamo mai in una dimensione pubblica o plateale come le scene del processo, ma in una dimensione più intima in cui possiamo solo immaginare cosa sia accaduto realmente.

Nessuna imitazione, dunque, ma un’interpretazione possibile di Falcone, con discrezione, libertà e cercando di evitare ogni retorica. La memoria di Giovanni Falcone è fortissima e intoccabile, ed è proprio grazie al taglio, alla strada che Marco Bellocchio ha tracciato nel film, che si percepisce straziante la sua assenza: l’assenza di un gigante.»

Per prepararsi all’interpretazione Russo Alesi ci racconta di come ha cercato di «restituire la sua autorevolezza e la sua determinazione, la sua umanità e la solitudine che si percepiva nello sguardo, la capacità di confronto con la persona che aveva davanti consapevole di rappresentare lo Stato, e allo stesso tempo la capacità di relazionarsi in maniera diretta con le contraddizioni umane. Mi è sembrato importante, soprattutto, provare a restituire un doloroso e dolente ‘senno di poi’. Con Marco Bellocchio abbiamo lavorato, passo dopo passo, per sottrazione e piccoli dettagli».

Giovanni Montinaro, il figlio di Antonio Montinaro, caposcorta di Giovanni Falcone, aveva criticato la scelta del 23 maggio come data di uscita del film nelle sale. Già Favino aveva motivato la scelta proprio come desiderio di rendere omaggio alla memoria del giudice. Per Fausto Russo Alesi, invece, «poter ricordare e omaggiare Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e tutti gli uomini della scorta il 23 maggio dello scorso anno al Festival di Cannes è stata un’emozione grandissima e sincera, ma soprattutto è importante sottolineare come l’arte ci è necessaria per non dimenticare e per cercare di capire chi siamo».

La seconda parte del film, o meglio il secondo atto, Bellocchio lo dedica quasi interamente al Maxiprocesso del 1986, in seguito al quale centinaia di appartenenti a Cosa Nostra vennero processi e incarcerati.

Il tempo in questo caso si dilata e contrasta con la confusione e la apparente velocità che aveva caratterizzato la prima parte. 

Lento e profondo è l’interrogatorio di Salvatore Contorno (interpretato da Luigi Lo Cascio): la sua testimonianza fu storicamente di vitale importanza insieme a quella di Buscetta. Interessante è, inoltre, notare come anche Contorno ci tenne a sottolineare l’impossibilità di definire “mafiosi” quelli che tali si definivano, perché ormai Cosa Nostra non era più quella di prima, quella che proteggeva “la povera gente”. Ed è questo il leitmotiv che utilizzò insieme a Buscetta per giustificare il suo essere diventato un “infame”. 

Filo rosso a legare le due parti è un flashback che ci accompagnerà pian piano, scena dopo scena, fino alla fine del film: ‘Masino Buscetta da giovane militante di Cosa Nostra cresce fino a diventare uno dei protagonisti delle vicende a essa legate, nonostante lui stesso si definì sempre un “semplice soldato”. Bellocchio però ci mostra un personaggio che resta statico, fermo sulle sue convinzioni. Un personaggio con cui lo spettatore empatizzerà, sì, umanamente, ma mai da un punto di vista morale. 

Bellocchio con Il traditore, con la sua regia e il suo cast d’eccezione, utilizzando le parole di Russo Alesi, «ci ha regalato un capolavoro che racconta la nostra Italia: pagine tristissime e atroci, abissi e voragini dell’essere umano, ma anche – per fortuna – vittorie epocali come il Maxiprocesso».

È un film che prova a spingere soprattutto le generazioni che non hanno vissuto quel momento storico a documentarsi, a informarsi su cosa sia questo fenomeno che chiamiamo Mafia – e a non farlo solo guardando i film americani sulla mafia italiana. 

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Francesca Rubini
Vado in crisi quando mi si chiede di scrivere una bio, in particolare la mia, perché ho una lista infinita di cose che mi piacciono e una lista infinita di cose che odio. Basti sapere che mi piace scrivere attingendo da entrambe.

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