Il vaso di Pandora di Telegram: le chat di revenge porn

Il vaso di Pandora di Telegram: le chat di revenge porn

Disclaimer: il contenuto dell’articolo è forte e in molti casi esplicito. Se siete particolarmente sensibili agli argomenti trattati, vi invitiamo a procedere con cautela nella lettura.


Aprile 2020. L’intera popolazione mondiale è in balìa di un’emergenza sanitaria, apri Twitter in un ormai giorno qualunque di un’ora qualunque. Il primo trend, ovvero l’hashtag più utilizzato del momento è #Telegram. Perché? Malfunzionamento? Un nuovo aggiornamento? Nessuna di queste opzioni. La risposta è, amaramente, ben diversa.

Una ragazza denuncia pubblicamente di essere venuta a conoscenza che alcune sue foto sono girate senza il suo consenso su un gruppo di scambio pornografia di Telegram, e si apre il vaso di Pandora. Le prime reazioni della comunità sono sull’onda del “Ma con 10k followers, che si aspettava se pubblica certe foto?”: al di là delle innumerevoli confutazioni che potrebbero essere formulate rispetto all’assurdità di una domanda simile, è qui che la questione assume dei toni ancora più cupi del normale.

Si tratta (come si legge nello screen) di comunissimi selfie, alla stregua di quelli che abbiamo tutti come immagine di profilo di Whatsapp. 

Circa un anno fa, Wired si era occupato di fare un’inchiesta proprio su questi gruppi di Telegram. In un violentissimo articolo dal macabro titolo “Uscite le minorenni” – di cui consigliamo caldamente la lettura, ma solo se si ha lo stomaco di affrontare certi screen – aveva denunciato le chat segrete dell’applicazione di messaggistica istantanea, con numeri altissimi di utenti e attive anche da tre anni.

«Celati dalla crittografia, nascosti dietro pseudonimi o esibendo in totale impunità nomi e foto profilo rintracciabili su altri social network, i 2.300 uomini iscritti perpetrano alle ignare vittime lo stupro virtuale» si scriveva nel 2019, parlando di gruppi principali e di backup che già dal nome della chat andavano a mirare in una ben precisa direzione.

Oggi, il gruppo da cui è partito il caso è uno nuovo e diverso, attivo da qualche mese, e conta 50mila iscritti. Al momento è stato chiuso, ma sono già attivi canali backup del tutto identici all’originale: l’incitazione allo stupro nel nome del gruppo, la condivisione di materiale pornografico e pedopornografico, scatti di revenge porn, la sessualizzazione estrema anche di innocui selfie di ragazze trovati in rete.

Il link del gruppo è circolato in fretta su Twitter con la richiesta di segnalazione: mano a mano che le ore passavano, la faccenda assumeva toni sempre più tetri. Fioccano tweet di ragazze che dicono di essere state immediatamente contattate in privato da membri del gruppo, c’è chi dice di aver visto tra i partecipanti alla chat un amico, un conoscente, un docente, il figlio di amici di famiglia, chi addirittura il proprio ragazzo.

Si diffondono le raccomandazioni: se entrate per segnalare, nascondete il numero dalle impostazioni, rendete tutto privato, cancellate la foto e cambiate momentaneamente il nome utente. Un po’ estremo? No, considerato il fatto che nella chat girano tranquillamente numeri di telefono e paesi di abitazione di ex ragazze dei membri.

Il gruppo Telegram è solo una parte della fitta rete di scambio di revenge porn che coinvolge anche i già tristemente famosi gruppi segreti che fanno capo alle pagine Facebook “La Fabbrica del Degrado” e “Sesso Droga e Pastorizia” (che oggi si presenta con il nuovo nome “Pastorizia Never Dies”).

Tra le segnalazioni più agghiaccianti, anche materiale pedopornografico diffuso da padri di famiglia delle proprie figlie, seguito da richieste altrettanto malate. 

Oltre al senso di sgomento che inevitabilmente suscita la lettura di queste righe, ci chiediamo come sia possibile tutelare questo abominio appellandosi una presunta privacy di Telegram, che spesso viene preso in considerazione e quindi utilizzato proprio perché molti materiali possono (teoricamente) circolare indisturbati.

Nella pratica, quello dello screen appena riportato, così come tutti gli altri, è un reato: per chi avesse bisogno di un ripasso, l’esistenza della Legge 19 luglio 2019, n. 69 mette per iscritto che la diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti è un reato.

Tra le inevitabili discussioni che hanno animato Twitter, c’è parecchia confusione rispetto a questo punto: guardando a molte delle reazioni maschili, c’è chi vuole “rassicurare” le utenti di come questi gruppi siano sempre esistiti, di come non ci sia nulla da fare, se non segnalare e aspettare che l’ennesimo gruppo che infrange una legge scritta venga aperto.

Come se anche di fronte a qualcosa di riconosciuto come sbagliato, il senso di rassegnazione misto ad arrendevolezza sia il punto dal quale partire.  

La risposta unanime delle donne è stata di rabbia unita a paura. Mentre si spargeva la voce che qualcuno dentro il gruppo stava iniziando a far girare foto e profili delle utenti Twitter, tutte hanno reso il profilo privato, in molte hanno tolto la propria immagine dall’icona e hanno fatto quanta più pulizia possibile dei media caricati. Qualcuna è andata anche su Facebook e Instagram, per “controllare” i contenuti e per “lucchettarsi” anche lì.

La paura di entrare nel gruppo per segnalarlo e trovarsi invece davanti a delle proprie foto è stata così forte che in tantissime hanno desistito, affidandosi invece al canale della Polizia Postale, oppure taggando a più non posso chiunque potesse dare una cassa di risonanza importante alla questione (in testa, Laura Boldrini, Giulia Valentina e Chiara Ferragni).

Intanto, sul raccapricciante gruppo arrivava la risposta dell’amministratore: informava i suoi adepti che una “attention wh*re di Twitter si è svegliata e ha pensato a cosa fare per avere attenzioni, […] proprio come i post del kapitano Salvene facendo disinformazioni ha ottenuto lo stesso effetto, persone disabili che sfortunatamente hanno diritto di parola possono buttare m*rda e dire le quattro c*zzate che escono dal loro becero cervello, non hanno solo buttato m*rda sulle persone presenti nel gruppo ma su tutto il genere maschile, ci hanno definito schifosi, malati e tutto ciò che potete immaginare, per cosa? Perché al posto di YouPorn preferite usare Telegram? […] Cosa c*zzo vi aspettate da un gruppo porno, foto di unicorni?”.

Tradito dalle sue stesse parole, questa persona confonde quella che è una vera e propria industria, quella del porno – che comunque tutt’ora presenta punti di criticità – e quello che è a tutti gli effetti un atto paragonabile a uno stupro, quindi non consenziente e alimentato proprio dalla consapevolezza che la vittima non abbia possibilità di reagire. 

Il presente articolo non vuole solo documentare e denunciare fatti che sono alla portata di tutti i nostri schermi, ma vuole anche lanciare uno spunto su come si possa intervenire nel momento in cui ci si trova davanti a una situazione simile: vi lasciamo un tweet che spiega come muoversi per denunciare questi gruppi contattando solo la Polizia Postale.

A scrivere questo articolo sono due ragazze che, oltre a condividere il senso di rabbia e paura generale, vogliono anche incitare a non lasciarsi sopraffare dalla raccapricciante realtà che ogni giorno ci troviamo ad affrontare. Che questo sia un ulteriore momento di presa di consapevolezza, per donne e uomini. Che non sia solo l’ennesimo scandalo che si va a sommare a tutti quelli già conosciuti, che non si liquidi la vicenda con ritornelli di circostanza che designano una profonda ignoranza in materia di educazione di genere.

Sì, ma non sono tutti così”.

Sì, ma sono cose normali tra i maschi”.

Sì, ma anche le donne non sono sante”.

È qualcosa che va molto più in profondità, sono eventi nati da concezioni che hanno radici profonde nel nostro mondo, nella nostra società e nel nostro modo di pensare, e che possono essere estirpate solo parlando e discutendo con chi ci è intorno

Non rassegnamoci di fronte alla presunta “normalità”: è quello che ci raccontano, non è normale, non deve esserlo. 

Articolo di Silvia Bonanomi e Valentina Testa.

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