Orizzonti: Poetry Slam

Orizzonti è la rubrica mensile che Vulcano ha deciso di dedicare alla poesia, una forma d’espressione potentissima che merita di essere riscoperta.


Chicago, 1984, un operaio di nome Marc Kelly Smith organizza un evento chiamato Monday Night Poetry Reading, in cui lui e altri partecipanti leggono di fronte a un uditorio i propri componimenti. Il format nasce quasi per caso ma prende rapidamente piede e due anni dopo, al Green Mill Cocktail Lounge, si tiene il primo vero e proprio poetry slam.

Nel 2001 questa forma d’arte performativa arriva in Italia grazie all’operato di Lello Voce, uno dei fondatori del Gruppo ’93. La disciplina si afferma anno dopo anno su tutto il territorio e diventa sempre più forte l’esigenza di dare un’organizzazione e una forma a tutti i collettivi che si sono creati; questo porta nel 2013 alla fondazione della LIPS, Lega Italiana Poetry Slam, che ogni anno organizza un campionato nazionale e si fa portavoce dello slam italiano nel mondo. 

Ma cos’è e come funziona il poetry slam? 

È una sfida tra poeti che, diretti da un Emcee (Maestro di Cerimonie), recitano i propri versi di fronte a un pubblico estremamente partecipativo. 

Il regolamento è semplice: ci si esibisce a cappella, senza l’ausilio di strumenti di scena; l’esibizione deve durare circa tre minuti; il giudizio è affidato alla votazione (1/10) di cinque persone scelte casualmente tra il pubblico, il voto più alto e quello più basso vengono poi esclusi dal punteggio in ciascuna prova, facendo dunque la somma dei tre voti intermedi. 

A parte queste poche regole, la parola d’ordine nello slam è una: libertà. Non ci sono limiti e restrizioni, chiunque può partecipare e mettere in scena i propri versi: al poeta affermato si può affiancare la voce inesperta di una studentessa alle prime armi e quella di un rapper annoiato che prova a cimentarsi in qualcosa di nuovo. Lo scontro a suon di rime in effetti ricorda vagamente le battle hip-hop, le somiglianze si notano anche nel gergo utilizzato, infatti il termine Emcee è molto comune nel dizionario del mondo del rap. 

Le gare inoltre possono avvenire in ogni luogo, dal palco di un famoso teatro a quello di un qualsiasi pub di quartiere, e trattare dei temi più disparati. Sarebbe però riduttivo e fuorviante limitarsi a presentare lo slam come una competizione: dietro a ciò che appare come una semplice gara si cela in realtà il tentativo di dare una nuova voce a un’antichissima forma d’espressione che troppo spesso viene associata a una dimensione elitaria e snobistica: la poesia

Lo stesso Marc Smith afferma: «La parola ‘poesia’ è ripugnante per le persone. Perché? Per colpa di ciò che la scuola le ha fatto. Lo slam la restituisce alle persone… abbiamo bisogno che la gente parli con il linguaggio della poesia.»

Ed è proprio questo ciò che lo slam si propone di fare, creare un legame solido e compartecipativo tra chi fa poesia e chi ne fruisce.  

Per secoli il verso scritto è stato considerato qualcosa di intimo e privato, da avvicinare lontano da occhi indiscreti per paura di sporcarlo, di renderlo impuro. La lettura silenziosa ha prevalso, mettendo in un angolo la declamazione poetica. Ma la dimensione dell’oralità è sempre esistita: nell’antica Grecia era l’unica forma di trasmissione culturale, aedi e cantori recitavano lunghi testi di fronte a un uditorio bramoso di assimilare quante più storie possibili, per poterle tramandare di generazione in generazione.

Oggi più che mai la performance dal vivo si presenta come il metodo più efficace per avvicinare alla poesia chi di poesia non sa nulla. Il meccanismo è simile a quello delle favole per i bambini, ai quali piace che le storie vengano loro raccontate con tanto di intonazione e filastrocche musicate: solo più tardi impareranno a leggerle e a farle proprie. Lo stesso può valere per la poesia: spesso di fronte a un sonetto ci si sente spaesati e si avverte il bisogno di qualcuno che guidi nell’analisi e nell’interpretazione del testo. Una lettura ad alta voce può rivelarsi estremamente utile. 

Fonte: Salerno.it

Walt Whitman, padre della poesia moderna e inventore del verso libero, affermava: «Per avere grandi poeti ci vuole anche un grande pubblico». A due secoli di distanza queste sue parole sono perfettamente rappresentative dell’essenza del poetry slam. 

In una società in cui si avverte costantemente il bisogno di sentirsi parte di qualcosa e ricoprire un ruolo importante per qualcuno, quale modo migliore per soddisfare il pubblico se non dargli in mano il pieno potere sull’esibizione? Il meccanismo di votazione sopracitato fa sì che chi guarda sia protagonista tanto quanto chi recita, se non di più. Spesso gli slammers interagiscono con la platea, rendendola parte integrante della performance. 

Nello scenario italiano si distinguono poeti che portano sul palco generi e stili completamente diversi tra loro. Tra i vari autori che operano attivamente nello scenario contemporaneo vi consigliamo la lettura, o meglio l’ascolto, dei brani di Alfonso Maria Petrosino: recita quasi esclusivamente poesie in rima e intride i suoi componimenti di una vena sarcastica e pungente, seppur con attento rigore formale e numerosi rifermenti ai classici, come si evince nel suo componimento Tutta colpa dei comunisti­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­

Altro slammer di spicco sulla scena è Simone Savogin che, grazie ai suoi versi basati sull’uso e l’accostamento di parole ricercate, si è meritato il titolo di campione italiano per tre anni consecutivi. Lo stesso Simone Savogin ha partecipato alla nona edizione del noto talent show Italia’s Got talent, classificandosi al quarto posto con il potentissimo brano L’orrore della guerra. Dal 2019 conduce un podcast chiamato Questo non è un podcast, in cui racconta, attraverso interviste ad alcuni degli artisti più influenti, il mondo del poetry slam italiano. 

L’invito è ad avvicinarvi a questa disciplina e farla vostra: citando nuovamente Smith, l’ideatore, «Chiunque è benvenuto. Lo Slam dovrebbe essere aperto a tutte le persone e a tutte le forme di poesia.»

Roberta Gaggero
Ligure trapiantata a Milano. Dimentico sempre la luce accesa, puccio i biscotti nella spremuta d’arancia e non so scrivere le bio. Mentre cerco di capire chi sono bevo birra e parlo di poesia.

Commenta