Radici. Il processo a Giulio Andreotti

Radici racconta fatti, personaggi e umori della storia della Prima Repubblica italiana, dal 1946 al 1994.


Giulio Andreotti fu uno dei politici più importanti della nostra storia repubblicana: sette volte Presidente del Consiglio, 27 volte ministro in vari dicasteri e parlamentare della Repubblica dal 1948 al 2013, anno in cui morì. 

La sua è una figura complessa, è sia lo statista del secondo dopoguerra con un carattere mansueto che ricorda un po’ quello di un chierico, sia l’autoironico le cui battute lo fanno risultare simpatico ai più, sia il dotto la cui spiccata intelligenza è palpabile in ogni suo discorso, ma anche l’eminenza grigia accusata di essere dietro a ogni malefatta e l’uomo avvolto da un alone di mistero che pervade tanto la sua storia quanto quella repubblicana.

Perché Andreotti non è solo un personaggio complesso, ma anche e soprattutto un personaggio controverso. È stato ai vertici del potere durante tutta l’epoca più buia e misteriosa della Prima Repubblica in cui si susseguirono attentati, rapimenti, stragi e tentativi di colpo di stato. È stato accusato di associazione mafiosa, di essere responsabile indiretto di omicidi illustri come quello del generale Dalla Chiesa, di Rocco Chinnici, di Giorgio Ambrosoli e di avere avuto colloqui con mafiosi prima e dopo l’omicidio Mattarella. È stato accusato di aver intrattenuto rapporti con Totò Riina, di averlo addirittura baciato in segno di riverenza e poi di essere implicato nella vicenda Sindona e della P2, di essere a capo del Noto servizio, un servizio segreto clandestino e di essere coinvolto nel golpe Borghese.

Su tutte queste vicende, e molte altre, son stati scritti fiumi di articoli e libri e son stati girati film e documentari. Quello di cui parliamo in questa sede è la vicenda forse più dolorosa della vita di Andreotti.

Il processo per associazione mafiosa, che non poteva che essere chiamato “il processo del secolo”.

Il percorso che portò al processo iniziò subito dopo la morte di Salvo Lima, eurodeputato Dc e braccio destro di Andreotti, ritenuto il politico più influente in Sicilia e uomo legato alla mafia. Nel corso delle indagini diversi collaboratori di giustizia parlarono di Lima come il tramite tra Cosa Nostra e i palazzi di potere di Roma e, dopo le stragi di Capace e via D’Amelio, venne più volte detto che era Andreotti il referente politico di Lima e anche di mafiosi tra cui i cugini Salvo.

Sulla base di queste testimonianze e di altri riscontri istruttori rinvenuti nella documentazione di precedenti processi e non solo, il 4 marzo 1993 Andreotti venne iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Palermo e il 27 marzo venne formulata l’autorizzazione a procedere al Senato.

Il Divo Giulio, protetto dall’immunità da parlamentare, spinse affinché Palazzo Madama desse l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti e questo avvenne il 13 maggio 1993. I capi di imputazione erano pesantissimi: “concorso in associazione per delinquere” per il periodo fino al 28 settembre 1982 e “concorso in associazione mafiosa” per il periodo seguente. Questa distinzione deriva dal fatto che solo nel 1982, grazie alla legge Rognoni-La Torre, l’associazione mafiosa entrò nel codice penale italiano. Iniziò così il processo del secolo. 

La sentenza di primo grado

La sentenza di primo grado venne pronunciata dal Tribunale di Palermo il 23 ottobre 1999: la corte «assolve Andreotti Giulio dalle imputazioni ascrittegli perché il fatto non sussiste».

Le reazioni del mondo della stampa e della politica furono disparate: Il Polo delle Libertà, coalizione formata da Forza Italia e Lega Nord, mise sotto accusa Gian Carlo Caselli, allora Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo e così fece anche l’ex Presidente della Repubblica Cossiga, mentre Walter Veltroni, segretario dei DS, disse che le accuse ai magistrati di aver promosso un processo politico erano inaccettabili.

Caselli, il magistrato al centro della bufera, si difese dicendo che le polemiche contro i magistrati erano sempre esistite e che: «Purtroppo ritornano ogni volta che la magistratura cerca di fare il proprio lavoro con indipendenza, applicando la legge nei confronti di tutti. Come accadde per Falcone e Borsellino: il loro esempio va tramandato ai giovani perché il nostro paese possa crescere».

Anche la stampa diede molto risalto all’assoluzione del senatore: Giorgio Bocca su Repubblica disse che i magistrati di Palermo avevano peccato di ingenuità, ma che senza azioni di questo tipo non si sconfiggerà mai la mafia:

La sentenza di Palermo dice semplicemente ma amaramente che non abbiamo voltato pagina e messo il punto finale all’ infezione mafiosa. La lasceremo ai nostri figli e nipoti.

Invece Indro Montanelli sulla prima pagina del Corriere della Sera diede voce a un’opinione assai diffusa dopo la sentenza d’assoluzione e la espresse attraverso una metafora: «fin quando noi italiani crederemo di salvarci dalla peste mandando sul rogo una strega o un untore, dalla peste non ci libereremo mai». Facendo un mea culpa sulle sue previsioni errate alla vigilia del primo grado di giudizio in realtà profetizza quello che sarebbe stato il verdetto finale della vicenda giudiziaria: «io e chissà quanti altri pensavamo di questo processo il peggio. E il peggio era che si concludesse con una di quelle sentenze ambigue, né condanna né assoluzione, che ci restituisse un imputato colluso ma non mafioso».

La sentenza della Corte d’Appello

La sentenza della Corte d’Appello di Palermo venne pronunciata il 2 maggio 2003 e modificò il giudizio di primo grado: Andreotti venne assolto per i fatti successivi alla primavera del 1980, ma solamente prescritto per quelli precedenti. Per la difesa fu una vittoria, tanto che l’avvocata Giulia Bongiorno, si lasciò andare a esclamazioni festose urlando: «Assolto, assolto, assolto». Anche l’eccellente imputato sembrò sollevato e lasciò un commento serafico dicendo: «il tempo è galantuomo». 

Tuttavia il 25 luglio seguente vennero depositate le motivazioni della sentenza e il quadro cambiò decisamente:

I giornali che prima titolavano: «Andreotti assolto anche in Appello» titolano adesso a piene pagine che il Divo aveva avuto legami con la mafia fino al 1980.

La sentenza parlava chiaro, Andreotti ha dimostrato: «Un’autentica, stabile ed amichevole disponibilità verso i mafiosi» fino alla primavera del 1980. Venne invece assolto per i fatti successivi agli anni ‘80, nei quali gli si riconobbero meriti nella lotta alla mafia. Il quadro del personaggio che ne esce è quantomeno ambiguo, ma ci restituisce la consapevolezza di star valutando un periodo storico estremamente complesso. 

La redenzione di Andreotti passerebbe attraverso la vicenda dell’omicidio dell’allora Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, dopo il quale avrebbe tagliato i legami con la mafia. Un anno prima dell’omicidio Stefano Bontate, boss siciliano di primo piano, in un incontro con Andreotti avrebbe protestato contro l’azione politica di Mattarella, che voleva sganciare la Dc siciliana dalla mafia, minacciando gravi conseguenze.

La sentenza di secondo grado disse che Andreotti: «Ha omesso di denunciare i mafiosi malgrado potesse offrire utilissimi elementi di conoscenza». Il 6 gennaio 1980 Piersanti Mattarella venne assassinato da Cosa Nostra. Tre mesi dopo Andreotti ritornò a Palermo alla corte di Bontate e manifestò il proprio disappunto con il boss, che di tutta risposta si sarebbe adirato dicendo al senatore: «Qui comando io» e lo avrebbe minacciato di togliere alla Dc i voti del Sud.

La sentenza della Corte di Cassazione

La sentenza della Corte di Cassazione del 28 dicembre 2004 chiuse il processo del secolo, confermando le decisioni della Corte d’Appello. Come riportò Flavio Haver sul Corriere della Sera: «Non ci sono prove favorevoli all’assoluzione di Andreotti per i rapporti avuti con Cosa Nostra prima del 1980 e dimostrati dagli incontri con Bontate, dai legami con Vito Ciancimino e i Cugini Nino e Ignazio Salvo. La Corte d’Appello – ha ricordato la Cassazione – “Ha ravvisato la partecipazione nel reato associativo non nei termini riduttivi della mera disponibilità ma in quelli più ampi e giuridicamente significativi di una concreta collaborazione”».

Si conclude così la vicenda giudiziaria di Andreotti, quando ormai era lontano dalle stanze del potere che tanto aveva amato. Questo processo, checché ne dicano i detrattori, ha lasciato una macchia indelebile, ma forse troppo piccola, nella vita di uno dei politici più importanti e potenti degli ultimi 75 anni e, come ha sentenziato la Corte d’Appello, di questo Andreotti ne risponderà: «dinanzi alla storia».

Altre fonti:

Massimo Franco, Andreotti: la vita di un uomo politico, la storia di un’epoca, Mondadori, Milano 2010.

G. C. Caselli, G. Lo Forte, La verità sul processo Andreotti, Laterza, Bari 2018.

«Corriere della Sera», 24 ottobre 1999.

«Corriere della Sera», 3 maggio 2003.

«Corriere della Sera», 26 luglio 2003.

«Corriere della Sera», 29 dicembre 2004.

Luca D'Andrea
Classe 1995, studio Storia, mi piacciono le cose semplici e le storie complesse.

Commenta