Cosa succede alle major della musica?

Cosa succede alle major della musica?

Non è un segreto che la crisi in cui il mondo intero riversa negli ultimi tempi abbia colpito duramente imprese grandi e piccole in ogni Paese. Alcune, più di altre, pagheranno le conseguenze di questo virus per un tempo molto lungo, ossia tutte quelle attività che prevedono la presenza fisica delle persone, anzi, a dirla tutta esistono proprio grazie al fatto che delle persone si riuniscono. È il caso del mercato della musica, che non è solo una bella canzone caricata su qualche piattaforma, ma è anche concerti, registrazioni, distribuzioni. La musica è intrinsecamente legata alle persone.

L’industria prima del Covid-19

Con il termine “major” ci riferiamo alle principali etichette musicali, le “multinazionali della musica”. Tra queste troviamo la Sony Music Entertainment, la Universal Music Group e la Warner Music Group. Prima di tutto, occorre capire come funzionavano i concerti — una delle attività che riprenderà più tardi, ma che costituiva anche la fetta più ampia di guadagni per i musicisti — i quali venivano organizzati in seguito all’uscita di un album. Questo legame a doppio filo è evidente quando si nota che i tour solitamente portano il nome dell’ultimo disco dell’artista.

I concerti non costituiscono però una fonte di guadagno, e soprattutto un’opportunità di lavoro, solo per chi suona. Intorno al palco ruotano numerose figure silenti che si preoccupano di far funzionare tutto al meglio: si parla quindi di Production manager, Show designers, ma anche addetti alla logistica, alla sicurezza, ai suoni, alle luci. Si parla di decine, a volte di centinaia, di lavoratori, dei quali alcune storie, per i più appassionati al tema, sono stati raccolti dal Guardian proprio per mostrare cosa si nasconde dietro i grandi spettacoli delle star.

Si è detto che i concerti sono direttamente legati all’uscita di un album, per quanto riguarda il mercato delle grandi etichette — nate proprio con l’obiettivo di seguire gli artisti realizzando praticamente le loro idee e distribuendole sotto forma di dischi, o di musica digitale — i periodi più floridi per le vendite, e quindi per il rilascio, sono i mesi di novembre/dicembre, in vista delle festività natalizie, e di marzo/aprile per preparare il pubblico alla stagione estiva.

Come si è accennato, la distribuzione della musica attraverso i canali digitali (Spotify, Apple Music, solo per citare i più popolari) è il grande cavallo di battaglia delle major, che le ha rese più salde nella loro posizione oligopolistica e allo stesso tempo più resistenti agli urti che questa crisi ha generato.

La possibilità di distribuire il prodotto non in maniera fisica agli albori della distribuzione digitale ha costituito un grande elemento di crisi per le case discografiche, che si sono trovate a competere con una distribuzione pressoché a costo zero ma capace di raggiungere un ampio bacino di pubblico. Oggi hanno imparato a sfruttare questi media e il loro potere in termini di diffusione, impatto sul pubblico e soprattutto guadagno, stipulando accordi più o meno vantaggiosi per entrambi (anche se non tutte le etichette condividono l’idea di musica “gratuita”, come evidenziò il caso di Taylor Swift nel 2014, tornando però sui suoi passi nel 2017).

E’ tuttavia doveroso sottolineare che questo genere di investimento può essere una valida entrata per l’etichetta, non necessariamente per l’artista, e a denunciarlo è stato Thom Yorke, via Twitter, affermando che Spotify non fosse una fonte di reddito adeguata per gli artisti. Il servizio streaming, tra l’altro, è stato oggetto di causa legale per violazione dei diritti d’autore. Spotify è quindi uno strumento da maneggiare con cura, per le case discografiche.

L’industria durante la pandemia

L’impatto del virus non è stato sicuramente leggero, a partire dall’uscita stessa degli album. L’impossibilità di realizzare eventi di promozione (interviste, eventi per la distribuzione…) ha portato artisti ed etichette a preferire un rinvio dell’uscita del disco, piuttosto che affrontare una distribuzione poco efficace, o che comunque non prometteva gli stessi incassi di un rilascio tradizionale.

Un esempio su tutti è il rinvio di “Chromatica”, il nuovo album di Lady Gaga. L’uscita era infatti prevista per il 10 aprile, ma l’impossibilità di far seguire all’album la sua esibizione al Coachella, il celebre festival californiano che ogni anno raccoglie un pubblico proveniente dai Paesi più disparati, rinviato per il momento ad ottobre, ha costretto la cantante ad annunciare che il disco sarà disponibile dal 29 maggio. Ma non solo lei, altri artisti come Alanis Morissette e forse anche Adele, vedranno i loro album in distribuzione più tardi di quanto previsto.

Album rimandato equivale a tour rinviato, o peggio cancellato, e le perdite sono ingenti. Basta pensare al fatto che il 26 febbraio Assomusica (Associazione Italiana Organizzatori e Produttori Spettacoli di Musica dal vivo), si è ritrovata dover chiedere misure straordinarie per il mercato della musica dal vivo, che al principio dell’emergenza stimava già 10,5 milioni di perdite. E da lì la situazione è andata solo peggiorando.

Sempre più tour vengono rinviati, ma non solo, anche grandi festival, come il già citato Coachella, vedranno i loro palchi vuoti quest’anno.

E’ il caso del Primavera Sound, il festival musicale di Barcellona che doveva festeggiare la sua ventesima edizione proprio nel 2020, ha dovuto rinunciare alla simpatica coincidenza e rimandare tutto al 2021. Simile sorte per lo Sziget Festival, celebre evento ungherese che da quasi trent’anni raccoglie i più grandi nomi della musica mondiale a Budapest, che si è visto costretto a cancellare l’evento per quest’anno. Per non parlare del festival di Glastonbury che, giunto nel 2020 alla sua cinquantesima edizione, dovrà aspettare un altro anno per soffiare le candeline sul mezzo secolo di musica.

La quantità di lavoro e di denaro che circola intorno a questi eventi tra organizzazione, promozione, e, non da ultimo, turismo, raggiunge cifre enormi ma facilmente immaginabili, così come non è difficile figurarsi quanto questo si ripercuoterà sul mercato.

Alcuni però non hanno voluto cancellare la musica, rispettando sempre il distanziamento sociale.

Il concerto del primo maggio, nel quale artisti e ascoltatori da tutta Italia si incontrano a Piazza San Giovanni a Roma, non ha voluto rinunciare a portare un po’ di svago e buona musica nelle case degli italiani. Avvalendosi quindi del mezzo televisivo, è andato in onda su Rai3 dalle 20 in poi, mostrando come la passione per la musica possa andare al di là delle limitazioni. Non è un caso isolato, Lady Gaga si è fatta infatti promotrice di un altro evento in live streaming: il One World Together At Home, da alcuni definito come il Live Aid del 2020, una maratona che ha visto impegnati artisti al pari di Elton John e Andrea Bocelli, con lo scopo di raccogliere fondi da donare all’OMS per fronteggiare l’emergenza.

Gli eventi benefici non portano però i guadagni desiderati nelle casse delle major che sono alla ricerca di modalità adeguate per riprendere l’attività dal vivo, garantendo la sicurezza del pubblico. Questo, almeno in America, secondo un sondaggio condotto da Reuters, per il 55% riterrebbe che gli eventi pubblici, sportivi o artistici, non dovrebbero ricominciare fino alla distribuzione del vaccino.

A sottolineare l’assurdità di concerti con distanziamento sociale è stato Linus, direttore di Radio Deejay, il quale ha dichiarato che questa sarebbe: «Una richiesta ridicola perché mettere tutti distanziati in un concerto è come uccidere lo show». Sono invece dell’opinione contraria alcune agenzie live indipendenti, le quali si impegneranno per cercare di ricominciare i loro concerti addirittura per la stagione estiva.

Nel frattempo, tra le proposte al vaglio delle istituzioni c’è la possibilità di organizzare dei Live Drive-In, un nome sicuramente vintage che prevede la presenza all’evento nel proprio mezzo di trasporto, garantendo così la sicurezza dei partecipanti. Si tratta di una proposta decisamente interessante di cui però bisogna ancora studiare sia le modalità organizzative, sia quella che potrebbe essere la reazione del pubblico: sono tutti effettivamente disposti a pagare un biglietto per assistere al concerto dalla propria auto? Il suono, la visuale, ma soprattutto le emozioni, saranno come un concerto “tradizionale”? Tutti interrogativi che dovranno avere una risposta se si vuole procedere per questa via.

Nel frattempo, si va avanti come si può, sfruttando i “canali preferenziali” che l’essere scritturati con una major garantisce.

I musicisti, infatti, stanno sfruttando la visibilità mediatica per continuare a far parlare di loro. C’è chi organizza concerti in diretta su Instagram da casa, come Zucchero o Francesco Gabbani, o chi addirittura dopo aver scritto un nuovo brano ne ha realizzato il video musicale con il proprio cellulare, come Matt Bellamy con Tomorrow’s World. Altri ancora cercano di far compagnia ai propri ascoltatori a casa tramite Youtube, come stanno facendo i Radiohead che, pubblicando ogni settimana un loro live sulla piattaforma, lanciano una sfida al Coronavirus: finiranno prima le restrizioni o i loro live?

Un intero settore industriale costretto a reinventarsi, principalmente per quella che è la dimensione dal vivo. Le soluzioni vanno ricercate, e subito, soprattutto per tutte quelle persone che vivono la musica da dietro le quinte e che adesso, a ricordargli del loro lavoro, hanno solo una playlist su Spotify. Ma che fortuna che il Covid-19 si sia presentato nel 2020, altrimenti chissà che fine avrebbe fatto la musica! Ma non bisogna dimenticare che la musica non è solo quella delle raccolte più popolari su qualche canale digitale…che fine hanno fatto le etichette indipendenti?

Martina Di Paolantonio
Dal 1999 faccio concorrenza all'agenzia di promozione turistica abruzzese, nel tempo libero mi lamento per qualsiasi cosa.

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