George Floyd: postare, parlare, protestare

George Floyd: postare, parlare, protestare

Afroamericano. Morte. Premere il ginocchio. Soffocamento.

Questi sono stati i termini più utilizzati dalle testate internazionali e nazionali relativamente alla vicenda della morte di George Floyd.

Sono però anche spie di un linguaggio che cerca di essere imparziale a ogni costo, anche in momenti in cui l’imparzialità non solo non è necessaria, ma è addirittura dannosa. 

George Floyd era un afroamericano 46enne che la sera del 25 maggio si trovava a Minneapolis, dove si era trasferito e dove lavorava come buttafuori in un night club, Conga Latin Bistro. Originario di Houston, Texas, George era soprannominato “Big Floyd”, non solo per il suo imponente fisico ma soprattutto per la sua presenza nella comunità, una “person of peace” – così lo ricorda il Pastore Ngwolo.

Tutto è partito dalla segnalazione fatta da un commesso di una tabaccheria, Cup Foods, per una presunta falsa banconota da $20 che Floyd avrebbe utilizzato per pagare un pacchetto di sigarette. Sarebbe poi ritornato alla sua vettura, seguito dall’impiegato che aveva chiesto delucidazioni rispetto alla banconota consegnata: quest’ultimo, non ricevendo risposte e dopo aver visto che Floyd è rimasto in macchina, ha allertato le autorità locali, seguendo le procedure stabilite dal suo luogo di lavoro. 

Il racconto ora segue due strade: quella di un primo (falso) rapporto, e quella portata alla luce dalle telecamere del negozio e dai video amatoriali dei passanti. Secondo la prima, Floyd era under the influence – cioè, in inglese, avrebbe assunto sostanze stupefacenti – e si sarebbe fisicamente opposto agli agenti accorsi sul luogo per verificare l’accaduto. Le testimonianze video, invece, mostrano l’uomo sceso dall’autovettura e ammanettato dagli agenti e che avrebbe, da lì a poco, vissuto gli ultimi istanti della sua vita

Derek Chauvin, Thomas Lane, Tou Thao, J. Alexander Kueng: questi i nomi dei quattro poliziotti che hanno risposto alla chiamata del commesso. Il primo, Derek Chauvin, è stato quello che per 8 minuti e 46 secondi “ha premuto il ginocchio” sul collo di Floyd il quale, incontrando gravi difficoltà respiratorie, pronunciava le parole già tristemente dette da Eric Garner: «I can’t breathe». 

Questa seconda verità è emersa grazie a una ragazza 17enne, Darnella Frazier, che ha fatto quello che molto probabilmente avremmo fatto tutti: girato un video con il proprio smartphone. Questo è diventato virale, anche grazie a Steven Jackson, ex giocatore NBA cresciuto con Floyd: i due si chiamavano a vicenda “twin”, per una certa somiglianza e soprattutto per il legame affettivo che li univa. 

Jackson si è rivolto a Shaun King, co-fondatore della piattaforma Real Justice e attivista soprattutto all’interno del movimento #BlackLivesMatter. È stato lui a creare la petizione e predisporre un centralino con l’obiettivo di far arrestare i quattro poliziotti coinvolti: mentre la gente si attivava chiamando e firmando petizioni, le strade di Minneapolis si sono riempite di altrettanti manifestanti che chiedevano la stessa giustizia per Floyd.

Si è così faticosamente arrivati all’arresto solo di Chauvin per “murder in the third degree” e “manslaughter in the second degree”. 

Fonte: Minnesota District Court

Perché faticosamente? Il democratico Michael Freeman, procuratore distrettuale della Contea di Hennepin, che può arrestare e far sì che una sentenza venga pronunciata per i quattro ex agenti, il 28 maggio, a ormai tre giorni dall’accaduto, si pronunciava ancora così:

It is a violation of my ethics to talk and evaluate evidence before we announce our charging decision. And I will not do that. I will say this, that video is graphic and horrific and terrible and no person should do that. But my job in the end is to prove he violated a criminal statute. And there is other evidence that does not support a criminal charge. We need to wade through all of that evidence and come to a meaningful decision and we are doing that to the best of our ability. 

È stato detto che ciò che è successo a George Floyd ha riaperto la discussione sul razzismo negli Stati Uniti, che ha riportato alla luce un problema. Ma non è così.

Un uomo afroamericano giustiziato in pieno giorno da chi, per legge, dovrebbe rappresentare uno Stato e difenderne tutti i suoi cittadini, è la spaventosa realtà con cui convivono gli afroamericani di quella che viene apostrofata come la prima potenza mondiale.

Ogni volta che emergono video di questo tipo, è spaventosamente cristallino come le azioni degli agenti siano accomunate da un comportamento nei confronti delle persone di colore che sembra ripetersi quasi come fosse prassi comune.

Ogni volta seguono reazioni mediatiche.

E, ogni volta, la narrazione dei media tradizionali tende a utilizzare un linguaggio il più imparziale possibile, dettato – a loro dire – da una volontà di equidistanza dalle parti. In realtà, questo è il risultato di un certo tipo di atteggiamento e predisposizione insiti nel nostro background culturale, assolutamente da eliminare. 

Si parte da scelte linguistiche semplici: George Floyd non è “George Floyd” ma “l’afroamericano”; Derek Chauvin non “soffoca”, non “uccide”, ma “preme il ginocchio”. La spersonalizzazione della vittima porta l’ascoltatore a mettere in secondo piano la partecipazione emotiva; inoltre le formule di attenuazione che descrivono il brutale omicidio tendono a rendere più soft la percezione del fatto.

Unendo i puntini, ci troviamo davanti a una narrazione edulcorata che non intende fare i conti con le cause reali né evidenzia la gravità dei fatti: anzi li dipinge come la triste norma davanti a cui poco c’è da fare.

Se a questo si aggiunge una scarsa predisposizione all’educazione personale, nessuno vorrà né sentirà il bisogno di cercare di capire una condizione lontana dalla propria posizione di privilegio. Ciò sarà accentuato anche dalle modalità di racconto dai toni e dai colori molto più accesi delle risposte: il Presidente degli Stati Uniti che definisce i manifestanti “THUGS”, gli atti che sono “vandalici”, le proteste che sono “violente” e “fuori controllo”.

Tutte espressioni che, però, piegano la realtà dei fatti: perché, se pure è vero che Minneapolis è ora a ferro e fuoco, i cortei sono partiti come dei pacifici raduni ma, a seguito degli interventi violenti delle forze dell’ordine, si sono poi effettivamente trasformati in proteste violente.

Si è addirittura arrivati all’arresto di un reporter latinoamericano della CNN, Omar Jimenez, e della sua crew che secondo la polizia avrebbero necessitato di identificazione. L’ennesimo tentativo di negazione dei fatti: abbiamo assistito tutti al momento in cui il giornalista si identifica e viene ammanettato in diretta televisiva.

Nell’era in cui è possibile cercare di ottenere giustizia postando un video come quello pubblicato da Darnella Frazier, il ruolo delle piattaforme social diventa fondamentale.

La possibilità di postare contenuti diretti e non mediati, da un cittadino all’altro, fa sì che la realtà dei fatti venga a galla in maniera molto più veloce e immediata. Non solo: un hashtag che rimbalza in modo martellante su Twitter, un video che gira senza sosta su Instagram, una foto che viene ricondivisa da un numero di persone che cresce esponenzialmente su Facebook, sono un punto di partenza importantissimo per far sì che anche chi non ha la voglia di educarsi da solo possa venire a conoscenza di cosa sta succedendo.

Ancora più importanti, quindi, diventano i sempre più chiacchierati “influencers”: sfruttare le grandissime piattaforme che hanno a disposizione per parlare a un pubblico ampio, che si fida della persona da cui proviene il messaggio, è un privilegio. Lo stesso privilegio che dovrebbe essere costantemente messo al servizio di chi ancora non è ascoltato. 

Non è di certo una novità il fatto che la cultura afroamericana abbia rappresentato per decenni la possibilità, per chi gode di un certo status, di monetizzare usi e costumi che non sono i propri: moda, musica, cinema, fino ad arrivare ai famosi casi di appropriazione culturale.

Come minimo ci si aspetterebbe che chi ha attinto e attinge da questa cultura, dai brand alle persone comuni, riconosca che non sia abbastanza ricorrere ai ripari nascondendosi dietro alla banalità del “non sono razzista”.

Un’affermazione simile è come una fan art di George Floyd condivisa nelle storie su Instagram: non cambierà nulla.

O meglio, ben venga qualsiasi manifestazione di intenti, a patto che questa porti delle azioni concrete: se ne deve parlare a tavola, con gli amici, a scuola, in università, si deve riconoscere e sfruttare la propria posizione di privilegio in modo da riuscire ad amplificare la voce di chi deve ancora combattere battaglie violente per avere riconosciuti dei diritti fondamentali.

Come quello di essere tutelato dalla polizia: la stessa che ora per un afroamericano può essere sinonimo di morte.

A Minneapolis sta già accadendo in modo concreto: i manifestanti bianchi si sono schierati di fronte alla polizia in assetto antisommossa a protezione dei manifestanti di colore, coscienti del fatto che le forze dell’ordine sono meno inclini a usare con loro la violenza riservata ai loro concittadini. 

Fonte: Twitter

Nel frattempo, le proteste sono andate ben oltre Minneapolis con i manifestanti che si sono spinti fino a distruggere veicoli della polizia, per esempio ad Atlanta e New York. Un 19enne è morto a Detroit e ci sono stati scontri anche davanti alla Casa Bianca. Come sottolinea il New York Times riportando alcune parole di ragazzi presenti alle manifestazioni di Manhattan, c’è la volontà di voler far parte della storia, si sente il desiderio di far parte del cambiamento. E in questo momento per loro il miglior modo per farlo è scendere in strada.

Anche in Italia, a Milano, venerdì un gruppo di persone si è presentato davanti all’ambasciata americana in via Principe Amedeo (Consolato Generale USA).

Fonte: Twitter

Anche dall’altra parte del mondo si può chiedere giustizia per George Floyd: si può e si deve portare nella nostra quotidianità un problema dal quale troppo spesso ci dissociamo in maniera codarda e menefreghista.

Per questo ricordiamo che attualmente sono attivi numerosi siti e numeri di telefono tramite i quali si può sfruttare il proprio privilegio nell’unica maniera in cui andrebbe sfruttato: non rimanendo indifferenti.

Su blacklivesmatters.carrd.co si possono trovare tutte le informazioni più aggiornate e complete per attivarsi e prendere parte al movimento.

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Valentina Testa
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