Del: 9 Maggio 2020 Di: Martina Di Paolantonio Commenti: 1

L’Unione Europea ha legato il suo nome a innumerevoli sigle negli ultimi mesi: BEI, MES, Recovery Fund: l’elenco potrebbe essere ancora lungo, ma capire effettivamente quali sono i suoi piani per far fronte all’emergenza economica provocata dal Covid-19 non è una missione facile.  

Il modo migliore per analizzare la situazione è farlo in ordine cronologico, definendo gli eventi più importanti dell’ultimo mese e le misure proposte. 

Prima di tutto è necessaria una contestualizzazione: ci si trova in una situazione di crisi, è risaputo, dalla quale l’Italia in primis fatica a uscire, sia dal punto di vista medico sia da quello economico, e così anche altri paesi quali Francia e Spagna. Questi tre stati si sono presentati all’Eurogruppo di aprile -– un organo composto dai 19 ministri delle Finanze dell’Eurozona -– tramite i ministri dell’Economia e Finanze Gualtieri, Calvino e Le Maire, proponendo di creare dei Recovery Bond, obbligazioni con scadenza a 15-20 anni. Hanno così provocato un’accesa opposizione in Paesi come Olanda e Germania, che preferirebbero ricorrere a strumenti di prestito, secondo la linea di pensiero sintetizzata dalla cancelliera tedesca Angela Merkel con la frase: “Non credo che dovremmo avere un debito comune a causa della situazione politica”.

In questo scenario il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte il 26 marzo scorso ha alzato la voce, dando un ultimatum all’Eurogruppo: entro 10 giorni l’Italia necessita di una risposta adeguata alla crisi. Basta battibecchi quindi, all’Italia serve una risposta immediata. Essa è arrivata il 10 aprile, quando l’Eurogruppo comincia a parlare di numeri concreti: saranno stanziati mille miliardi suddivisi secondo i cosiddetti 4 pilastri.

Sanità: 240 miliardi concessi tramite il MES ma senza condizionalità;

Imprese: 200 miliardi concessi tramite la BEI, ossia la Banca Europea degli investimenti;

Disoccupazione: 100 miliardi distribuiti attraverso SURE, un piano per fornire assistenza finanziaria per tutelare l’occupazione;

Un fondo legato al bilancio pluriennale (2021-2027) del quale si parla ormai da mesi, con l’obiettivo di rilanciare l’economia, del valore di 500 miliardi.

Su questi presupposti si arriva al 23 aprile, quando finalmente il Consiglio Europeo giunge all’accordo su due punti fondamentali: la necessità di creare un piano di bilancio e l’improrogabilità della disposizione di un fondo per la ripresa, il Recovery Fund. Pertanto viene approvata la soluzione proposta dall’Eurogruppo: 540 miliardi da rendere disponibili entro inizio giugno, sospendendo il Patto di Stabilità e le regole stringenti sull’accesso a questi benefici. Le decisioni riguardo al piano di bilancio sono invece rinviate al 18 giugno.

Nel frattempo, il 27 aprile Standard&Poors ha confermato il rating BBB per l’Italia, ma con outlook negativo: questo vuol dire che benché la valutazione sia rimasta invariata, le prospettive non sono rosee e l’economia non viene percepita come stabile e affidabile dai mercati.

Un’impressione non incoraggiante in generale, e particolarmente in questo periodo storico.

Arriva il fatidico 6 maggio, giorno per cui si attendeva un piano da parte della Commissione Europea in grado di far luce su questioni ancora oscure, come il metodo per finanziare il Fondo, tuttavia non è giunto alcun progetto. Alla commissione serve più tempo. In questa data, tuttavia,  divulga le proiezioni sul PIL dei Paesi membri, alquanto da brivido: per l’Italia è prevista una diminuzione del prodotto interno lordo pari al 9,5% e del 7,7% per l’Eurozona. Questi dati e la valutazione di S&P non sono d’aiuto per uno stato che cerca di convincere gli altri a concedere delle obbligazioni a lungo termine.

Le previsioni del PIL elaborate dalla Commissione Europea

Intanto il responsabile europeo dell’Economia Paolo Gentiloni e il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis, il 7 maggio, hanno inviato dei documenti a Eurogruppo e MES, volti proprio a rassicurare gli stati più in crisi, garantendo che l’utilizzo del MES non comporterà l’intervento della troika per le spese legate al virus, e che per l’Italia il debito sarà sostenibile.

Quale sarà il prossimo passo dell’UE a questo punto?

L’appuntamento è per il 18 giugno, quando ci sarà l’incontro del Consiglio UE per l’accordo sul bilancio già precedentemente citato, il quale avrà successo solo se si troverà un’efficace via di mediazione tra il nord e il sud dell’Unione. Come ben ricorda Charles Michel, il presidente del Consiglio Europeo, al Corriere: “Il progetto europeo non è possibile senza compromessi”.

Resta ancora un interrogativo: e la BCE? Dopo un passo falso agli albori della crisi, non si può dire che sia rimasta in disparte. Senza il suo contributo, infatti, probabilmente l’Italia si troverebbe in una condizione ancora peggiore rispetto a quella attuale. Proseguend sulla falsa riga di quanto avviato da Draghi con il Quantitative Easing -– programma con il quale la BCE acquistava obbligazioni degli stati membri -– già nel novembre 2019 aveva avviato il cosiddetto PSPP-Public Sector Purchase Programme. La recente pandemia ha aumentato l’acquisto di obbligazioni fino a 120 miliardi di euro, in un secondo momento portato a 750 miliardi, e trasformandolo in PEPP-Pandemic Emergency Purchase Programme

Anche qui però le cose non sono facili. È notizia del 5 maggio che in Germania il PEPP ha sollevato perplessità, dal momento che secondo la Corte Costituzionale tedesca esso non rispetta il principio di proporzionalità. La BCE ha tre mesi per rispondere a queste accuse, ma il vero problema potrebbe essere un altro: se lo fa la Germania, anche altri Paesi dell’Unione potrebbero sentirsi autorizzati a tirarsi fuori dai provvedimenti della Banca Centrale, creando una crisi che in questo momento l’Unione non può sostenere.

Uno spiraglio di luce c’è però, in opposizione alla sfiducia che si sta diffondendo soprattutto nel Sud dell’Europa nei confronti dell’Unione, secondo un sondaggio svolto da Unimi e YouGov la maggior parte dei cittadini italiani preferisce comunque che le decisioni economiche vengano prese tra gli stati membri -– a patto che ci sia un maggiore coordinamento -– piuttosto che dai singoli governi nazionali in autonomia.

Un bel messaggio di fiducia nei confronti dell’UE, non altrettanto per i rappresentanti dei singoli stati, che forse dovrebbero rivedere la loro definizione di Unione.

Martina Di Paolantonio
Dal 1999 faccio concorrenza all'agenzia di promozione turistica abruzzese, nel tempo libero mi lamento per qualsiasi cosa.

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