On Dem Road. Una campagna elettorale “diversa”

On Dem Road. Una campagna elettorale “diversa”

Questa rubrica accompagna i lettori di Vulcano lungo il cammino delle primarie dei Democratici per la scelta del candidato da opporre a Trump il prossimo novembre. Dalla prossima puntata la rubrica esce ogni mese, mentre ritornerà nel suo formato quindicinale a settembre in vista delle elezioni.


La campagna elettorale per eleggere il futuro presidente degli Stati Uniti è giunta a un bivio. L’emergenza sanitaria nazionale non accenna a diminuire e la crisi economica futura raggiunge ogni ora vette impensabili. Come ne escono i due leader?

Si sostiene che quando non c’è modo di uscire da una situazione scomoda l’unica soluzione sia entrarci ancora di più.

Potremmo usare questo luogo comune per descrivere l’attuale situazione che sta attanagliando gli Stati Uniti. Il Covid-19, la malattia causata dal coronavirus, ha colpito gli Stati Uniti come un fulmine a ciel sereno, un evento drammatico e potente che è riuscito a fermare uno dei più grandi paesi del mondo e a renderlo succube di idee assurde, rivolte sociali e domande senza risposta. Una situazione dalla quale sembra proprio non esserci via di uscita, se non il famoso vaccino di cui tanto si parla ma di cui non si conosce una data, e a cui – a quasi due mesi dallo scoppio della pandemia – negli Stati Uniti ora molti vogliono porre la parola “fine”, in un modo o nell’altro.

Succede allora ad esempio che il Governatore dello Stato di New York Andrew Cuomo decida di far ripartire alcune attività all’interno dello Stato, senza tuttavia toccare la città di New York nella quale i numeri dei contagi sono ancora molto alti. Follia?

La risposta potrebbe essere un facile “si”, soprattutto dopo quanto accaduto a livello istituzionale solo pochi giorni fa. Il 6 maggio Trump, infatti, sosteneva come ormai il peggio fosse passato, auspicando addirittura la chiusura della Task Force contro il Coronavirus, di cui fa parte l’ormai famigerato Anthony Fauci, per poi ritrattare praticamente il giorno dopo.  

A questo evento si aggiunge quello recentissimo che ha riguardato un componente stretto dello staff del vicepresidente Mike Pence. La sua portavoce, Katie Miller, è risultata infatti positiva al Coronavirus nella giornata di venerdì scorso. E nonostante Pence non si sia messo in auto isolamento -– la procedura di solito consigliata e seguita ad esempio dal dott. Anthony Fauci -– è di ieri la notizia per cui nell’Ala Ovest della Casa Bianca, quella dove si trovano gli uffici dell’Amministrazione, sarà obbligatorio indossare mascherine per coprire naso e bocca. Quest’obbligo non riguarderà, però, direttamente Donald Trump. 

Se quindi a Washington e dintorni la confusione regna sovrana, non si può dire diversamente per Joe Biden.

Il candidato in pectore del Partito Democratico per le elezioni di novembre infatti sta avendo molte difficoltà nel far effettivamente partire la campagna elettorale. Condotta dal seminterrato di casa sua, per il momento non sembra riuscire ad avere lo slancio giusto anche solo per sfruttare gli errori, e sono molti, commessi da Trump.

Nelle ultime settimane le comunicazioni arrivate da Biden sono state poche e sconnesse, male considerando che proprio sul campo comunicativo si gioca una buona parte della campagna e sulla quale, con tutti i distinguo del caso, Trump ha al momento un discreto vantaggio sia per il fatto che è il presidente sia per i numeri social che lo vedono avanti anni luce rispetto a Biden. Anche sul fronte delle accuse di molestie sessuali rivoltegli da Tara Reade, la risposta è stata piuttosto fiacca e limitata a una secca smentita, ma niente di più.

Un punto di vantaggio potrebbe essere la scelta del running-mate, ovvero quel Vicepresidente che potrebbe spostare gli equilibri. Sappiamo che con tutta la probabilità sarà una donna, ma a quasi due mesi dall’annuncio ancora non si ha una reale idea su chi sarà la candidata: c’è chi dice che sarà una delle donne candidate alla presidenza, Amy Klobuchar, Elizabeth Warren o Kamala Harris, e chi invece punta dritto su governatrici come Gretchen Whitmer, o altre donne di fede sandersiana. Il punto è questo: ancora non si sa nulla, e ci si comincia a chiedere perché dopo così tanto tempo e una nomination garantita Biden non abbia ancora compiuto questa scelta. 

Verrebbe quindi da chiedersi cosa sta succedendo con queste elezioni.

Nonostante infatti in alcuni Stati si continui a votare, soprattutto per posta, tra primarie ufficialmente da concludere e rappresentanti nelle varie Camere, il clima è esattamente l’opposto di quello che dovrebbe essere.

Anche i vari sondaggi volti a misurare l’apprezzamento per Trump, ora in netta discesa, non possono essere indicativi per via della quasi nulla risposta di Biden, incapace sembra di cavalcare l’onda del malcontento contro Trump e la sua amministrazione. Ulteriori aspetti legati alle presidenziali, come ad esempio le candidature di candidati terzi legati a partiti più piccoli, non trovano quasi spazio, e di solito già ne hanno poco.

Tra questi una seppur minima nota la merita Justin Amash, politico con un passato nel Partito Repubblicano e membro della Camera dei Rappresentanti per il Michigan, che sta cercando la nomination con il Partito Libertariano. Storicamente avverso a Donald Trump, Amash ha sempre votato a favore dell’impeachment e, come i suoi elettori, è considerato un “never-Trump”. Più che per Trump però questa notizia potrebbe dare molto fastidio a Biden, che potrebbe perdere non pochi voti in Michigan proprio a causa della candidatura di Amash, i cui elettori in ogni caso non avrebbero mai appunto votato per Trump. 

In una situazione senza via d’uscita come questa Trump sta cercando sostanzialmente di fare ciò che il detto di cui prima suggerisce: entrarci ancora di più.

Quasi ogni giorno dalle sue interviste traspare la chiara convinzione che non si possa di fatto evitare un aumento di contagi e morti, a meno che non si vogliano imprigionare la libertà dei singoli, e questo ha già sottolineato che non ha intenzione di farlo. Una scelta che può legittimamente far storcere il naso, ma che è motivata dal bagno di sangue cui sta andando incontro l’economia americana.

Il tasso di disoccupazione è salito al 14,7%, il dato peggiore dalla crisi del 1929 e che potrebbe essere addirittura sottostimato, il tutto in un paese dove spesso perdere il lavoro vuol dire anche perdere l’assistenza sanitaria. Biden d’altro canto non si sta facendo sentire, e ciò potrebbe danneggiarlo in maniera pesante qualora l’emergenza sanitaria non dovesse risolversi in tempo per l’estate. 

Riccardo Sozzi
Da buon scienziato politico mi faccio sempre tante domande, troppe forse. Scrivo di tutto e di più, perché ogni storia merita di essere raccontata. γνῶθι σαυτόν

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