Del: 23 Maggio 2020 Di: Michele Pinto Commenti: 0

Radici racconta fatti, personaggi e umori della storia della Prima Repubblica italiana, dal 1946 al 1994.


Verso il centrosinistra

1960. L’Italia è in pieno boom economico e la Democrazia cristiana, il principale partito di governo, attraversa una travagliata fase di elaborazione e sperimentazione di nuove alleanze politiche. Due dei suoi principali leader, Aldo Moro e l’ex presidente del Consiglio Amintore Fanfani, sostengono la necessità di un avvicinamento al Partito socialista al fine di coinvolgerlo nella maggioranza di governo. L’obiettivo di questa strategia è dar vita a un esecutivo in grado di operare incisive riforme in campo sociale ed economico e modernizzare il Paese. I socialisti, guidati da Pietro Nenni, sono interessati e disposti a emanciparsi dall’alleanza che li lega al Partito comunista.

Aldo Moro e Amintore Fanfani.

Tuttavia l’opposizione a questa strategia è feroce: all’interno della stessa Dc le correnti di destra, guidate tra gli altri da Giulio Andreotti, si oppongono e denunciano il progressivo scivolamento a sinistra del partito. Temono che i socialisti possano rivelarsi una quinta colonna dei comunisti. In ultima istanza, temono che i comunisti possano prendere il potere.

A destra

A destra della Dc ci sono i liberali, e più a destra ancora c’è il Movimento sociale italiano, il partito formato nel dopoguerra dai reduci del fascismo e della Repubblica sociale di Mussolini. È stato fino a questo momento un piccolo partito di nostalgici, ma da quando il moderato Arturo Michelini ne ha preso la guida, aspira a entrare nell’arco costituzionale, cioè l’insieme dei partiti che partecipano ai giochi parlamentari e governativi. Il Msi, in quanto erede del fascismo, è l’unico partito escluso. Già nella seconda metà degli anni Cinquanta l’appoggio esterno dei missini ai governi Zoli e Segni aveva suscitato scalpore: solo nel 1994, sotto la guida di Gianfranco Fini, l’Msi abbandonerà la matrice neofascista e sarà accolto nell’area di governo. Nel 1960 la situazione è ben diversa: Michelini rimane in attesa di una opportunità per coinvolgere il Msi nel governo e acquisire visibilità e credibilità. 

Tambroni presidente

Nel febbraio 1960 i liberali fanno cadere il governo Segni. Il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, un democristiano di sinistra, lavora fin dall’inizio per la soluzione Fernando Tambroni, suo compagno di corrente, democristiano di lungo corso, spregiudicato e ambizioso, ex ministro dell’Interno. La crisi di governo è lunga e complicata: falliscono un tentativo di Attilio Piccioni (Dc) e un nuovo tentativo di Segni. L’incarico va quindi a Tambroni, che mira a fare entrare nella maggioranza tanto i socialisti quanto l’Msi, in nome dell’anticomunismo. A causa di queste aperture indiscriminate a destra e a sinistra, il nascente governo ottiene l’opposizione preventiva dei socialdemocratici, dei liberali, dei repubblicani e dei monarchici. 

Di conseguenza quando l’8 aprile arriva alla Camera per la fiducia, il governo passa grazie ai voti del Movimento sociale, che coglie l’occasione per piombare al centro della scena politica.

Per tutta risposta tre ministri della sinistra democristiana si dimettono e la Direzione della Dc invita Tambroni a rinunciare. L’incarico passa quindi a Fanfani, ma la destra democristiana fa muro e minaccia di negargli la fiducia. A questo punto Gronchi, con una mossa inedita dettata dall’enorme difficoltà nella quale si trova, ridà l’incarico a Tambroni e lo manda al Senato, dove ottiene la fiducia sulla base di un “programma di attesa”, ancora una volta con voti democristiani e missini.

Le proteste

La Dc dunque, proprio mentre sembrava destinata a una decisa svolta a sinistra, si ritrova al governo con la destra. La propaganda di Psi e Pci comincia a battere su questo punto, denunciando il tradimento della Costituzione, la legittimazione dei fascisti e presunti accordi sottobanco tra Tambroni e Michelini. Queste accuse sembrano trovare conferma a giugno, quando il governo concede al Movimento sociale di tenere il suo Congresso nazionale a Genova, città Medaglia d’Oro della Resistenza. In passato il Msi aveva tenuto un Congresso anche a Milano, ma le reazioni non erano state molto decise. Le sinistre, questa volta, insorgono, accusando il governo di provocazione. La Cgil di Genova, accogliendo le pressioni del Pci, proclama lo sciopero e indice un enorme corteo nel capoluogo ligure. È il 30 giugno: nelle strade di Genova la tensione è altissima e il corteo culmina in violentissimi scontri tra i manifestanti e i reparti della polizia. In piazza De Ferrari i dimostranti, impegnati in una sassaiola, divelgono pezzi del selciato e cassonetti dell’immondizia.

30 giugno a Genova: duri scontri in piazza De Ferrari.

Il giornalista del Corriere della Sera Mario Cervi racconta così quelle ore burrascose: «Arrivai in piazza De Ferrari quando già il tumulto prendeva forza. Qualcuno aveva lanciato un sasso o un altro oggetto contro gli uomini delle camionette (…). In alcuni momenti gli agenti hanno sparato colpi in aria per intimorire la folla che li premeva da vicino (…). Nelle mani dei manifestanti comparvero, stranamente, bombe lacrimogene». Secondo Indro Montanelli i maggiori protagonisti degli scontri sono gli studenti e i portuali comunisti, fortemente organizzati dal sindacato.

A questo punto i comunisti, forti dell’enorme impatto della dimostrazione, pretendono che il Congresso venga annullato, minacciando nuove manifestazioni di piazza. Le autorità cittadine temono la confluenza a Genova di ex partigiani armati e sono costrette a negare la disponibilità dei teatri al Msi, che deve così rinunciare al Congresso. Le sinistre decidono comunque di cavalcare la grande occasione e la spinta popolare della vittoria di Genova: la fiamma delle proteste, inarrestabile, divampa in tutta Italia, ormai finalizzata a travolgere Tambroni e il suo governo

Le dimissioni

Il periodo che segue passerà alla storia come il “Luglio 1960”. Nei giorni successivi hanno luogo dure manifestazioni in tutta Italia: a Licata gli scontri provocano un morto; a Roma, in Porta San Paolo, tra i manifestanti aggrediti ci sono anche dei parlamentari e un agente di polizia, ferito, perderà la vita; a Reggio Emilia la polizia spara sulla folla e provoca cinque morti, tra Catania e Palermo si contano altre tre vittime. Il governo Tambroni, fallita la prova di forza sul Congresso missino, è nell’angolo. In un clima di crescente violenza, la folla delle manifestazioni dà luogo a episodi di vera e propria rivolta. La proposta di una tregua di 15 giorni del liberale Merzagora, presidente del Senato, cade nel vuoto, ma apre una crepa nella Democrazia cristiana. Tambroni  e Gronchi sono irritati dall’iniziativa, ma il premier, sebbene sia isolato, prova a resistere. Ancora il 14 luglio, alla Camera, Tambroni si difende accusando i comunisti.

Nel frattempo la sinistra Dc, guidata da Moro, continua a tessere la trama del centro-sinistra.

Quando appare chiaro che un nuovo governo con i socialdemocratici, i liberali e i repubblicani è possibile, Tambroni getta la spugna e si dimette. È il 19 luglio.

Il 19 luglio alla Camera Tambroni annuncia le dimissioni.

Dopo qualche giorno Fanfani formerà un nuovo governo e nel giro di qualche mese arriverà a coinvolgere i socialisti nella maggioranza. Il tentativo di Tambroni è fallito: appare chiaro che la svolta a destra è impossibile, non tanto per le dinamiche parlamentari, quanto per l’opinione pubblica di sinistra, disposta a scontrarsi con la polizia pur di impedirlo. La strada del centro-sinistra è spianata.


Bibliografia

Giorgio Galli, I partiti politici italiani (1943-2004), Rizzoli 1991.

Indro Montanelli, Mario Cervi, L’Italia dei due Giovanni, 1955-1965, Rizzoli 1989.

Michele Pinto
Studente di giurisprudenza. Quando non leggo, mi guardo intorno e mi faccio molte domande.

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