"Removed", la solitudine dei nostri giorni

“Removed”, la solitudine dei nostri giorni

La tecnologia dovrebbe migliorare la tua vita, non diventare la tua vita

Harvey Mackay. 

Continuiamo a sentirlo ripetere: la tecnologia si è impossessata di noi, giovani dipendenti e nativi tecnologici.

Con l’invenzione dei più moderni mezzi di comunicazione è infatti inevitabilmente e drasticamente cambiata la vita quotidiana. Siamo stati avvicinati a persone lontane e allontanati dalle persone vicine.

Ci si manca di meno per isolarsi di più, tanto che la nostra attenzione è più attiva davanti a un messaggio piuttosto che a una risata condivisa.

La società produce uomini che si comportano come macchine, persone che, sempre di più, sono pronte a rinunciare a una passeggiata, un discorso, un consiglio per uno schermo sempre attivo che le aggiorni costantemente su tutte le novità che le circondano.

È da questa consapevolezza di lento isolamento e solitudine che il fotografo Eric Pickersgrill ha girato gli Stati Uniti per realizzare il suo foto-progetto Removed, Rimosso.

Il suo lavoro inizia per caso una mattina, in un bar di New York, mentre è intento a bere un caffè; l’unico suono intorno a lui è quello che proviene dal macino del caffè. È circondato da famiglie eppure non si sentono parole, non ci sono sguardi a legare le persone né risate. È una mattina silenziosa, disconnessa, in cui ognuno sembra concentrato a portare avanti la propria vita scrutando il proprio futuro nello schermo di un telefono quasi dimenticandosi di vivere il presente. 

È proprio questa assenza di voci, di sguardi, di interazioni che spinge Eric alla decisione di cominciare quel progetto che avrebbe poi preso il nome di Removed.

Un progetto che si prefigge il folle obiettivo di graffiare la superficie sociale per mostrare la tremenda solitudine nascosta nella compagnia umana considerata come normalità. Una solitudine dimenticata nelle azioni di tutti i giorni.

Un evento così comune gli fa comprendere qualcosa di straordinario e gli fa acquisire la consapevolezza che ciò che sta vivendo in questo momento deve diventare indimenticabile, capisce che solo così potrà portare un cambiamento. Perché questo silenzio, capirà ben presto, non si trova solo dentro i bar di New York ma è nelle aule, nei parchi, sul lato delle autostrade e dentro i letti di migliaia di persone.

Così Eric, con la sua macchina fotografica, comincia a scattare decine di fotografie a centinaia di statunitensi, rubando attimi di vita quotidiana in diversi angoli del mondo con l’obiettivo di ottenere fotografie molto diverse eppure tutte accumunate dall’ingombrante ed evidente uso del telefono, della tecnologia.

Proprio lei infatti, soggetto principale del progetto, Eric ha deciso di cancellare, di “rimuovere” dalle fotografie per vedere che effetto avrebbero prodotto le immagini così.

Ed è stato impressionante.

Internet, con il suo fascino sottile e violento, capace di regalare attimi di libertà, una volta cancellato si è mostrato veramente in tutto il suo tragico potere di riuscire a portare solitudine nella vita di migliaia di persone, penetrando fino ad attimi di naturale quotidianità.

La sociologa Sherry Turkle discute di questo tema nel suo libro Alone Together: Why We Expect More from Technology and Less from Each Other (2012) in cui mostra la crescente dipendenza dalla tecnologia che mira a connettere individui in tutto il mondo, ma crea al contrario momenti di disgiunzione: l’essere “soli insieme” in contesti sociali in cui ci si trova fisicamente l’uno accanto all’altra ma si è mentalmente in mondi elettronici diversi, a migliaia di pixel distanti. Così connessi eppure incapaci di connettersi ad altre persone.

Nell’attuale società “liquida” il comunicare ovunque, in tempo reale e con la mediazione della tecnologia è diventato pervasivo, raggiunge tutti i livelli, da quello culturale a quello politico, da quello individuale a quello sociale.

Al giorno d’oggi, infatti, le società stanno sperimentando un grado di libertà molto più grande rispetto a quello di ogni possibile passato.

La differenza è che una volta, le comunità erano “reali” e geograficamente collocate, capaci di offrire agli individui un posto sicuro al quale appartenere a spese dell’obbedienza a regole comuni. 

Oggi, al contrario, si appartiene a comunità “virtuali”, contesti in cui si ha molta più libertà: si può scegliere chi si preferisce essere, con quale identità ci si vuole presentare al mondo e si ha l’opportunità di poter condividere i propri pensieri e le proprie sensazioni persino nel momento stesso in cui le si sta vivendo senza il fastidioso problema di doversi sentire soli, neanche per un secondo, tanto che si potrebbe parlare di un nuovo modo di essere: communico ergo sum

Così, ben presto, Removed diventa un’opera d’arte virale facendosi portavoce di una sostanza universale che non incontra barriere culturali, geografiche o raziali. È un’opera che vuol far riflettere, che consente alle persone di vedere se stesse, di ritrovarsi e ribadisce il potere decisionale dell’individuo e la potenza delle proprie libere decisioni. 

Eric Pickersgrill infatti, con questo progetto, non si pone l’obiettivo di condannare l’uso della tecnologia, strumento che ha reso possibili opportunità che fino a pochi decenni fa parevano impossibili, ma lo scopo è quello di fermare la frettolosa corsa giornaliera delle persone davanti alle proprio foto.

Farle fermare e farle specchiare in quei vuoti ritratti appesi davanti a loro. Fermatevi e considerate sembra incidere in quegli specchi, in quelle foto.

Considerate le vostre abitudini, considerate questa silenziosa solitudine che si nasconde nelle vostre giornate e soprattutto considerate in quale misura volete che la tecnologia faccia parte della vostra vita.

Recita una poesia: «Troppo rumore, / […] / La scienza avanza, / inarrestabile, / ma cosa ne è dei nostri cuori?/ […]» (“All’ombra di un fico”, Poesie del cuore, Francesco Galgani). Forse l’unico trucco possibile per risolvere tutto questo sta nel trovare quel limite, quel filo sottile e invisibile che separa la dipendenza dall’utilità e la vita virtuale da quella reale.

Frenare la corsa all’immediatezza che caratterizza la nostra società, correre un po’ più piano per ascoltare di più. Vivere il presente intorno a noi e non dentro uno schermo perché forse c’è ancora chi apprezza una risata al momento sbagliato, una chiacchierata sotto le stelle e un’emozione fuori posto.

Giulia Ghirardi
Scrivo quello che non riesco a dire a parole. Amo camminare sotto la pioggia, i tulipani ed essere sorpresa. Sono attratta da chi ha qualcosa da dire, dall'arte e dalle emozioni fuori luogo. Sogno di vedere il mondo e di fare della mia vita un capolavoro.

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