Storia, fiction, sogni: Hollywood secondo Ryan Murphy

ATTENZIONE: LA RECENSIONE CONTIENE SPOILER!

Los Angeles, metà anni Quaranta, una grande folla di fronte alla sede di una casa di produzione di successo, gli immaginari Ace Studios. Volti sconosciuti e senza esperienze di recitazione alle spalle che attendono di essere scelti per apparire sul grande schermo, con il sogno nel cassetto di diventare delle celebrità.

Si apre così Hollywood, la miniserie ideata da Ryan Murphy (Glee, American Horror Story) trasmessa in Italia sulla piattaforma di streaming Netflix.

Un denominatore comune, quello dell’ambizione, ai suoi protagonisti: ci sono Jack Castello (Jack Corenswet, già visto in The Politician), un ex soldato che dal Missouri si è trasferito assieme alla moglie in California per diventare attore, Roy Fitzgerald (Jake Picking), venuto da Winetka, Illinois, con la stessa ambizione, e Claire Wood (Samara Weaving), la figlia del produttore decisa a dimostrare a dei genitori piuttosto scettici la propria vocazione per la recitazione.

Ma ci sono anche il regista di origini filippine Raymond Ainsley (Darren Criss, il Blaine Anderson di Glee), l’aspirante sceneggiatore Archie Coleman (Jeremy Pope) e l’attrice di talento ma relegata a ruoli stereotipati Camille Washington (Laura Harrier, apparsa in BlacKkKlansman di Spike Lee).

E in nome dei propri sogni si è disposti a fare qualsiasi cosa.

Lo sa bene Ernie West (Dylan McDermott), arrivato a Hollywood anni prima con l’intenzione di diventare una stella del cinema e che nella storia gestisce una pompa di benzina nota ai grandi nomi dello show-business per i servizi supplementari offerti dagli aitanti impiegati celandoli dietro la parola d’ordine “Dreamland“. 

Ne è perfettamente consapevole anche l’agente di talento Henry Willson (il celebre Jim Parsons), che non esita a ricorrere a ricatti di ogni tipo pur di raggiungere il proprio obiettivo, ossia trasformare giovani promettenti in grande stelle del cinema.

Se alcuni personaggi sono totalmente fittizi, seppure ispirati a persone vere, altri che compaiono su questo sfondo storicamente ben individuato e ricreato sono invece realmente esistiti nella Hollywood di quegli anni: Roy Fitzgerald non è altro che il nome di battesimo di Rock Hudson, attore notoriamente omosessuale scoperto proprio da Henry Willson, e compaiono anche l’attrice sino-americana Anna May Wong e Hattie McDaniel, vincitrice dell’Oscar nel 1940 come migliore attrice non protagonista per la sua interpretazione di Mami in Via col vento (pellicola rappresentata anche dalla comparsa di Vivien Leigh).

Tre figure importanti, perché rappresentano delle minoranze all’epoca oggetto di stigma: l’omosessualità era infatti illegale – seppure largamente praticata in privato – e per gli artisti di etnie diverse era estremamente difficile ottenere ruoli lontani dagli stereotipi.

È da qui allora che Murphy smette di raccontare un’epoca passata per cedere il passo alla riscrittura: gli Ace Studios, temporaneamente guidati da una donna (altro fatto inedito per l’epoca), Avis Amberg (Patty LuPone, grande interprete di musical a Broadway e Londra), produrranno, non senza dubbi e ostacoli di ogni tipo, Meg, una pellicola dentro alla serie che ha molto in comune con quest’ultima: diretta da un regista per metà filippino, scritta da uno sceneggiatore di colore e omosessuale, ha come interprete secondaria un’attrice di origini cinesi e per protagonista una ragazza afro-americana.

Il film è un successo, non solo per le statuette vinte all’Oscar, ma perché apre Hollywood stessa a una nuova era nella quale alcuni cliché saranno progressivamente abbandonati.

L’anacronismo della trama rispetto all’ambientazione è evidente ma, contrariamente alle aspettative, non manca di una propria coerenza: l’impressione dello spettatore è quella di trovarsi davanti a una Hollywood “possibile” dove viene colta l’occasione di riscrivere la storia dell’industria del cinema, rendendo possibile a tutti la realizzazione di diventare una stella negli anni più belli di questo mondo.

Articolo di Carla Ludovica Parisi.

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