Cosa era e cosa ne sarà del teatro?

Cosa era e cosa ne sarà del teatro?

Questa emergenza sanitaria sta arrecando danni in molti settori e certamente il mondo dello spettacolo live è tra quelli che più di tutti ne sta subendo di consistenti, per evidenti ragioni che ne hanno pregiudicato la fruizione in questi ultimi mesi. Si parla dunque di concerti e di teatro.

È sotto occhi di tutti che molti artisti di ogni luogo si lamentino della poca partecipazione politica a questo declino e del poco parlare che se ne fa per le strade, in particolare per il mondo del teatro.

La domanda sorge spontanea: cosa ne sarà del teatro?

Il 15 giugno, secondo quanto disposto dal decreto legislativo, i teatri potranno riaprire seguendo le numerose limitazioni imposte dal ministero dopo la chiusura coattiva degli ultimi mesi: ma la questione che si pone Gabriele Vacis, attore e regista, nonché direttore della scuola del teatro stabile di Torino, è pungente e insidiosa: i teatri erano realmente aperti prima dell’emergenza Covid19?

Vacis sprona tutti gli artisti a valutare quanto davvero il loro lavoro fosse recepito e necessario per la comunità, che non sembra davvero patire la murazione della quarta parete.  

Gabriele Vacis

In una conferenza online tenuta da Corrado d’Elia e Sergio Maifredi sulla pagina Facebook “Racconti in tempo di peste” due ospiti illustri quali Eugenio Barba, regista e fondatore dell’Odin Theatre di Holstebro in Danimarca, e Julia Varley, una delle sue più importanti attrici, ci raccontano la loro opinione a riguardo: “Noi non abbiamo mai pensato di essere necessari per Holstebro, ma sono tutti i cittadini di Holstebro che ci hanno reputato necessari per il bene della società e per la coesione comunitaria. Non pensiamo che spetti all’artista indicarsi necessario per la società”.

Eugenio Barba

Per tornare alle parole di Vacis, come ci riporta l’attore e autore Natalino Balasso in un recente video sul suo canale YouTube, bisognerebbe aprire i teatri tutto il giorno e rendere pubbliche anche le prove che sono molto più appassionanti dello spettacolo, se si vuole davvero essere necessari.

Vacis presuppone nelle sue parole uno scarto tra le prove rispetto allo spettacolo, che sembra quasi un risultato compresso di un’entità che ha molto più da dire.

Bisognerebbe biasimare il pubblico se sono gli artisti stessi che la pensano in questo modo?

Eugenio Barba ammette che da quando esiste il biglietto, ossia da quando il pubblico è pagante, nella storia del teatro gli artisti si sono ritrovati a dover compiacere il pubblico, a dover recitare quello che i paganti si aspettavano: ma come si può davvero sapere che cosa vuole la società?

Proprio per questo gli artisti ripiegano in qualcosa che oggettivamente è apprezzabile o intellegibile, ossia il bello, gli stereotipi caratteriali, comportamenti prevedibili e non troppo disturbanti.

Così facendo l’artista perde la necessarietà che lo lega al teatro, alla propria arte, unico e solo legame che secondo Eugenio Barba è degno del termine necessario in quest’ambito.

Il teatro è necessario per l’artista ed è proprio questo legame che, se reso noto, legherebbe la società, il pubblico adesso.

Le prove e il training teatrale sono proprio il luogo in cui per l’artista tutto è possibile, dove sbagliare è giusto e non una sconfitta. È il luogo dove l’artista può davvero cambiare.

In un mondo in cui la televisione o il cinema propongono prodotti perfetti grazie al linguaggio che lo consente, è forse possibile che l’attore teatrale non conceda a se stesso di sbagliare e di provare realmente anche in uno spettacolo, perdendo così quel motore che davvero lega pubblico e artista? Forse è davvero questa l’essenza del teatro: l’arte delle prove, dei tentativi dell’errore.

Solo quando ogni artista avrà il coraggio di far cogliere la sua necessarietà di fare arte allora il teatro tornerà a fiorire e a essere un motore che plasma la società, che pone problemi e crea un atteggiamento. 

Articolo di Simone Muciaccia

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