Cosa vogliamo dal teatro

Cosa vogliamo dal teatro

Dal 23 al 25 giugno 2020 si è svolta al Chiostro Nina Vinchi del Piccolo Teatro Grassi la lettura di due racconti di Vasilij Semënovič Grossman, La Madonna Sistina e La cagnettaproposti e interpretati da Sonia Bergamasco.

Sono testi narrativi, non scritti per una messa in scena, e dunque l’attrice ha dovuto scegliere quale tipo di approccio avere col testo: le possibilità sono tre.

La prima consiste nella lettura non teatrale, una lettura che dà informazioni testuali e narrative, e prevede dunque una particolare attenzione alla completezza sintattica e a tutti i fatti soprasegmentali, per rendere in maniera chiara e non fraintendibile il testo. È un’interpretazione che non dà nulla in più allo spettatore rispetto alla lettura che potrebbe fare da solo a casa. 

La seconda è la lettura di interesse che si potrebbe definire anche “lettura sentita”. L’attore scorge nella lettura di un testo un messaggio, scorge una verità che cercherà nel migliore dei modi di far emergere nella lettura, grazie a una sua interpretazione che consiste nell’evidenziare certe frasi, nel creare un ritmo particolare e volto alla descrizione di una sua idea riguardo al testo. 

È una lettura che cambia l’ascoltatore perché lo rende partecipe e attivo all’interno del dialogo con l’attore.

Infine, si riconosce un terzo tipo di lettura: la lettura teatrale. È una lettura irrazionale e coraggiosa perché intrisa di quella paura che caratterizza tutte le grandi azioni di un essere umano.

Non è una lettura, ma è una porzione di vita perché potrebbe essere sbagliata: è un’interpretazione che pone l’attore in una condizione scomoda in quanto gli viene richiesto, nel proferire ogni singola parola, di creare una delle tante possibilità in cui la vita si può svolgere e attraverso cui la vita potrebbe punirti o ricompensarti.

Durante la lettura del racconto La cagnetta, che può essere collocata nella sua totalità all’interno della prima categoria di lettura, si avverte un solo barlume di vita, di teatro: nel lamento finale della cagnetta, appena tornata dallo spazio e abbandonata alla sua solitudine, l’attrice ha voluto provare a ululare come avrebbe potuto fare il povero animale: sembrava una pugnalata, un errore di lettura rispetto alla perfetta interpretazione in dizione di cui ci aveva dato prova fino a quel momento, ma è stato uno stupendo errore. Un lamento che partiva timido per poi intensificarsi durante la sua durata. Si poteva percepire la paura di stare soli, di essere abbandonati. Si poteva percepire il rancore dell’abbandono ma anche l’amore per il suo padrone-tiranno ritrovato. Quella timidezza iniziale nessuno l’avrebbe mai provata in una lettura solitaria e forse quel timore iniziale non era neanche ricercato; quella timidezza la si deve al coraggio dell’attrice che ha osato, per un istante, vivere piuttosto che lavorare. È stato l’istante più bello del racconto.

Il racconto successivo, La Madonna Sistina, è sembrato essere aderente alla perfezione al racconto di tipo due. L’attrice con un preambolo inziale ci parla di fatti e di considerazioni preventive per guidarci al racconto, per poi fornirci con un’ottima lettura il suo punto di vista sul racconto, meraviglioso, di Grossman.

Vasilij Semënovič Grossman

Una questione però sorge: è davvero il teatro il luogo giusto per questo tipo di letture o interpretazioni?

Perché è di interpretazione del testo che si parla e non solo di letture, essendo il teatro di oggi pieno di interpretazioni ambigue e poco vive, teatrali.

Questo non è però il caso de il Cyrano sulla luna di Luca Chieregato, diretto e interpretato da Pietro De Pascalis e andato in scena lo scorso venerdì 26 giugno al Castello Sforzesco. Accompagnato da un testo formidabile, De Pascalis ci ha donato intensi attimi di coraggio e di paura e risulta chiaro che la sua regia è volta a svelarci nella maniera più cruda e sincera la verità della vita; non solo, ma l’intero spettacolo si configura come una dialettica con la verità essendo incentrato su un amore mai svelato. Un amore che il protagonista riusciva a comunicare solo a parole scritte senza mai firmarsi. 

Ma quello che l’attore ci ha regalato è stato un atto di coraggio: capire come questo uomo avvolto nell’incompleta insicurezza, avrebbe potuto dirle. Trovare quel coraggio per dire quelle parole che il personaggio del racconto ha trovato solo dopo una vita.

E allora se il coraggio dell’azione, delle parole non in quanto tali ma unte di coraggio, hanno cambiato la vita di un uomo, perché non potrebbero cambiare anche la nostra, dato che noi, esseri empatici, possiamo condividere con chi guardiamo e ascoltiamo le sue emozioni, i suoi sentimenti e il suo coraggio?

Articolo di Simone Muciaccia.

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