“Favolacce”, l’apparente fiaba italiana

Favolacce sostituisce il sentimentale “C’era una volta, tanto tempo fa…” con “C’è un paese, non molto tempo fa…”: il passato diventa drammaticamente il presente, e il luogo si posiziona vicino al nostro convivente spazio.

Il film è la lucida volontà da parte dei giovani registi, Damiano e Fabio D’Innocenzo, di raccontare una storia di paese che cela una visibile e architettata morale, fatta di contraddizioni e sentimenti nevrotici.

I protagonisti sono gli stessi artefici del male generazionale che porta il film a un livello fantasioso: distaccato in sceneggiatura ma avvolgente in regia. Dopo due anni l’esordio de La terra dell’abbastanza, i fratelli più influenti del cinema italiano, nati sotto la luce del genere crime, riscrivono la loro carriera con un prodotto diversamente drammatico, ma efficace e d’impatto. Questa volta tutto accade online sulla piattaforma sperimentale MioCinema, il portale istituito apposta per ovviare alla chiusura delle sale in questo periodo.

Favolacce -– Orso d’argento per la migliore sceneggiatura alla Berlinale e candidato a dieci Nastri d’Argento -– in poco più di un’ora e mezza ci porta nella periferia a sud di Roma, dove la vita estiva ha un ritmo quieto, ma non troppo; in un ordinario quartiere, infatti, vivono le (apparentemente) normali famiglie che siamo abituati a vedere tutti i giorni nei luoghi della nostra vita. È però una quotidianità immediatamente rotta dai difetti preponderanti dei nuclei abitativi, con soggetti di ogni tipo: la giovane neomamma sconclusionata, il professore deluso, la famiglia distrutta dai litigi dei coniugi, un’altra incompleta e disgregata dai rimorsi di una vita, un’altra ancora terribilmente patriarcale e bigotta.

Già nelle prime scene la pace apparente è distrutta, compromessa dai viscidi e insidiosi problemi della società odierna. Ed è proprio in Favolacce che la fiaba dei sentimenti, maligna e drammatica, si compie: i protagonisti sono ben studiati e figurativamente espressivi di due generazioni, adulti e bambini condividono uno spazio troppo prigioniero per i primi e insalubre per i secondi; è una scena infatti imparziale, intrisa di arretratezza e mancante del florido sviluppo necessario per ognuno (funzionale in questo caso la ottima scenografia a opera di Paola Peraro, Emita Frigato e Paolo Bonfini). 

La rivolta dei fanciulli è dunque inevitabile, costituisce una critica generazionale che è chiaramente la direttrice fondante della pellicola, ideata dai due giovani registi (classe ’88); gli stessi infatti confermano, dopo la presentazione a Berlino del film, che all’opera ci stanno lavorando da molto tempo: “[…] Avevamo scritto questa storia a 19 anni, e ci siamo detti che dovevamo girarla ora che stiamo diventando vecchi, dopo sarebbe stato tardi”.

Ne nasce così un bisogno di rendere protagonisti i bambini delle famiglie, come quella dei Placido: Dennis (Tommaso Di Cola) e Alessia (Giulietta Rebeggiani); ma lo è anche la drammatica Viola Rosa (Giulia Melillo), o ancora Geremia Guerrini (Justin Korovkin) succube di un padre che decide ogni singolo passo della sua vita. La piccola borghesia italiana è insomma messa a ferro e fuoco da un principio d’instabilità che nasce dagli adulti: essi sono spaventati, insicuri, psicologicamente malati; in questo caso attori del calibro di Barbara Chichiarelli, interprete di Dalila Placido, e il fantastico Elio Germano, il quale ci dona un Bruno Placido che soverchia il resto del cast, sono essenziali nella loro compostezza e chiari messaggeri delle paure provate dagli “adulti” presenti nel film.

Del resto è il vuoto che comanda: le comparse sono pressoché nulle, inesistenti, il senso di abbandono ci viene proposto letteralmente anche con una scenografia fatta di ampi spazi, riassunta oltremodo nelle inquadrature che prediligono, non a caso, i campi totali.

In poche righe di diario Favolacce smonta l’apparente benessere della classe media, ne racconta i suoi contorni più affiatati e drammatici, non per forza isolati in un complesso di case fuori Roma, anzi è ovunque, segue il corso della storia e dello spazio. La sua narrazione è chiusa in un libro che non può essere ricondotto a un singolo caso, non può nemmeno essere allungata, ma bensì trasmigrata da quartiere in quartiere, da favola in favola, da famiglia in famiglia; si chiude il quadro del racconto, ma chi ci dice che la storia finisce lì? La brutta favola incombe in quanto germe presente e futuro del nostro vivere, e c’è né davvero per tutti.

Andrea Marcianò
Classe '99, nato sul Lago di Como, studente in scienze della comunicazione, amante di cinema e televisione. Mi piace osservare il mondo dall'esterno come uno spettatore.

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