Il virus ci ha resi più ecosostenibili?

Foto di copertina: Gary Strokes, co-fondatore di Ocean Asia, sulla spiaggia dell’isola di Soko – foto REUTERS, 7 marzo 2020.


L’attenzione dei media fino a poco prima della diffusione della pandemia era concentrata prevalentemente su tematiche ambientali, sulla scia dei Fridays for Future promossi da Greta Thunberg la sensibilità ecosostenibile di parte della popolazione mondiale sembrava crescere, anche se molto limitatamente. A febbraio la crisi sanitaria dovuta al Coronavirus è apparsa prepotentemente in prima pagina, prevaricando qualsiasi altra notizia; il conseguente lockdown, con provvedimenti di blocco della mobilità e delle attività produttive, ha portato a una riduzione dei livelli di inquinamento. Ovviamente terminata la quarantena tutto sta tornando come prima.

La necessità di intervenire concretamente a livello ecologico non si è automaticamente sospesa durante gli scorsi tre mesi, anzi, ha continuato e continua ad essere più urgente che mai.

Sì perché il Covid non ha fatto sparire l’inquinamento atmosferico, non ha eliminato la dispersione della plastica negli oceani, ma l’ha incrementata a causa dell’aumento esponenziale della produzione e dell’uso delle mascherine chirurgiche monouso. La maggior parte di queste protezioni è fatta di propilene e materie plastiche che non si degradano velocemente ed essendo materiali leggeri sono anche facilmente frammentabili. Le mascherine, infatti, non sempre vengono smaltite in modo adeguato e in parte finiscono in mare com’è successo in Asia, dove tra marzo e aprile un gruppo di ricercatori dell’associazione Ocean Asia ne ha recuperate centinaia durante alcune ricerche sull’inquinamento marino. Hanno sommerso le spiagge di Hong Kong e dell’isola di Soko, e a tal proposito Tracey Read, co-fondatrice del gruppo Plastic Free Seas, aveva lanciato l’allarme tramite la Reuters: “People think they’re protecting themselves but it’s not just about protecting yourselves, you need to protect everybody and by not throwing away the mask properly, it’s very selfish”.

A fine aprile il WWF ha calcolato che se anche solo l’1% delle mascherine non viene smaltito correttamente significherebbe 10 milioni di mascherine al mese disperse nell’ambiente e considerando che il peso di ogni mascherina è di circa 4 grammi si avrebbe una dispersione di oltre 40mila chilogrammi di plastica in natura. La presidente del WWF Italia Donatella Bianchi ha fatto un appello rivolgendosi in particolar modo alle istituzioni: “Proprio per difendere il Mediterraneo che ogni anno già deve fare i conti con 570 mila tonnellate di plastica che finiscono nelle sue acque (è come se 33.800 bottigliette di plastica venissero gettate in mare ogni minuto) chiediamo alle istituzioni di predisporre opportuni raccoglitori per mascherine e guanti nei pressi dei porti dove i lavoratori saranno costretti ad usare queste protezioni per operare in sicurezza”. Sulla stessa scia Legambiente ha lanciato una campagna sull’uso corretto di mascherine e guanti, indirizzando la popolazione verso alternative ecologiche come le mascherine in stoffa lavabili (anche se non dotate di filtro impediscono la dispersione di goccioline garantendo quindi un minimo di protezione) e l’utilizzo di guanti biodegradabili.

Le alternative maggiormente ecosostenibili infatti esistono e non solo per quanto riguarda questo tipo di protezioni.

Qualsiasi ambito lavorativo si è dovuto adattare alle nuove regole per evitare la diffusione e la contaminazione del virus. Ristoranti e bar hanno dovuto abbandonare i menu cartacei e convertirsi ai menu digitali accessibili tramite il QR code che solitamente si può trovare su un foglio plastificato posto al centro dei tavoli. Molti locali, tuttavia, hanno optato per soluzioni più originali e soprattutto green, come un ristorante di Peschici affacciato sul mare, Al Trabucco da Mimì, che ha sfruttato quello che la natura ha da offrirgli: i sassolini delle spiagge. Il QR code è impresso sopra la pietra così da evitare materiali in plastica usa e getta.

Possibilità più ecosostenibili sono state escogitate anche per quanto riguarda il distanziamento tra tavoli in sostituzione del famigerato plexiglas. Secondo vari ristoratori questo divisorio trasparente oltre a non essere particolarmente sostenibile a livello ambientale rende anche l’atmosfera piuttosto asettica, infatti molti hanno pensato che una buona alternativa possono essere distanziatori green come piante e fioriere, anche delle aziende florovivaiste si sono subito mosse in tal senso.

In Italia le associazioni ambientaliste non si sono fermate qui. Durante l’avvio della Fase 2 hanno offerto ai sindaci delle città italiane consigli per opzioni ecologiche anche per quanto riguarda la mobilità. Il virus circola ancora e molte persone non si sentono più sicure sui mezzi pubblici preferendo sfruttare di più la propria auto e la bicicletta. Garantire maggiore sicurezza su autobus, tram, metropolitane e treni distanziando ordinatamente i passeggeri continua ad essere fondamentale, oltre alla necessità di aggiungere nuovi percorsi ciclabili in tutte le regioni.

Il Comune di Milano aveva annunciato l’intenzione di rivedere la gestione delle strade destinando più spazio a pedoni e biciclette. Il progetto, presentato il 29 aprile, prevede la trasformazione di 35 km di strade entro la fine dell’anno. La prima fase attuativa di questa strategia ha puntato sulla realizzazione di circa 23 km di percorsi ciclabili partendo con l’itinerario San Babila – Sesto Marelli realizzato in sola segnaletica (non delimitato da cordoli ma solo da strisce disegnate a terra). Questa prima pista ciclabile è entrata in funzione in corso Buenos Aires facendo però nascere polemiche in seguito a un incidente avvenuto a fine maggio che ha visto coinvolta una donna che la percorreva, la quale è stata investita da un auto. Fortunatamente la ciclista non ha subito gravi danni ma lo scontro ha acceso la discussione già sollevate dalle lamentele di commercianti e automobilisti. Il sindaco di Milano Beppe Sala ha comunque rilanciato il progetto una settimana fa, dichiarando in un’intervista a Il Giorno di vedere, in un futuro, corso Venezia e corso Buenos Aires senza parcheggi, come i grandi viali delle città europee.

Probabilmente la prospettiva di vivere in città totalmente ecosostenibili è ancora lontana però l’attuazione di progetti ambientali di qualsiasi tipologia deve essere sempre perseguita; perché gran parte delle cause dei problemi umani derivano proprio dalla scarsa attenzione che si continua ad avere verso il pianeta che ci ospita.

Elena Gentina
Studentessa di lettere moderne. Amo la musica, la letteratura e il cinema. Vivo tra le nuvole ma cerco di capire quello che sta a terra.

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