In pullman contro la segregazione razziale

L’omicidio di George Floyd in Minnesota ha portato per l’ennesima volta molti cittadini a protestare animosamente contro il razzismo endemico nella società statunitense. Le proteste delle comunità afroamericane attraversano tutta la storia recente degli Stati Uniti e quella che raccontiamo oggi è una delle tante, troppe tappe che hanno caratterizzato la lotta dei movimenti per i diritti civili.

Il 4 maggio 1961 negli Stati Uniti iniziò il primo tour dei Freedom Riders, attivisti partiti da Washington DC e diretti a New Orleans; la loro azione di protesta consisteva nell’attraversare gli stati del sud in pullman con passeggeri di etnie diverse mischiati tra loro al fine di violare le leggi Jim Crow che imponevano, tra gli altri divieti, la segregazione razziale sui mezzi pubblici.

La protesta nasceva soprattutto dal fatto che gli stati del sud non rispettavano una sentenza della Corte Suprema, il caso Boynton contro Virginia, che l’anno precedente aveva dichiarato incostituzionale la segregazione razziale nei ristoranti e sugli autobus interstatali.

Il viaggio dei Freedom Riders accese i riflettori sulla sistematica violazione delle sentenze federali negli stati del sud e soprattutto sui soprusi della polizia che arrestava chiunque non rispettasse le leggi statali razziste e spesso e volentieri, come nel caso dei Freedom Riders, interveniva per sedare le violenze della popolazione locale contro i “trasgressori” della legge in colpevole ritardo, lasciando di fatto mano libera ai violenti.

Il primo di questi innumerevoli atti di violenza avvenne ad Anniston, in Alabama, dove alcuni membri del Ku Klux Klan fermarono il pullman dei Freedom Riders e gli diedero fuoco cercando prima di bloccare le porte di uscita e poi, quando i passeggeri riuscirono ad uscire, massacrandoli di botte.

Nel frattempo la protesta si allargava e altri pullman si mettevano in moto.

A protezione dei Freedom Riders intervenne direttamente Byron White, un giudice della Corte Suprema, che intimò al governatore dell’Alabama John Patterson di garantire la sicurezza degli attivisti. Il loro viaggio poté così continuare e il bus si rimise in moto con tanto di scorta al seguito: destinazione Montgomery. Giunti alla stazione della capitale dell’Alabama gli attivisti vennero accolti da un altro gruppo inferocito di manifestanti che li aggredirono a suon di bastonate mandando molti di loro all’ospedale.

La notte seguente, in una chiesa di Montgomery, Martin Luther King tenne davanti a una folla di millecinquecento persone un discorso di denuncia dei fatti accaduti, mentre all’esterno un gruppo di tremila bianchi stava preparando l’assalto la chiesa, che fu scongiurato solo dall’intervento della polizia federale, accorsa in Alabama dopo l’assalto di Anniston.

Lo stesso copione continuò in altri stati del sud dove all’arrivo dei Freedom Riders esplodevano sistematicamente violenze e si moltiplicavano gli arresti per violazione delle leggi statali di segregazione razziale, a volte le incarcerazioni erano talmente tante da riempire intere prigioni.

In questo periodo molti attivisti contestarono le azioni del governo Kennedy in materia di diritti civili ritenute troppo morbide. Nonostante questo nel settembre del 1961 fu applicata una disposizione del presidente Kennedy che imponeva linee guida più severe per impedire la segregazione razziale. Ma tutto questo evidentemente non era ancora abbastanza.

Nel 1963 il Presidente si impegnò nell’approvazione di una legislazione a favore dei diritti civili e in un discorso al Congresso disse:

La discriminazione razziale ostacola la nostra crescita economica impedendo il massimo sviluppo e la massima utilizzazione della nostra mano d’opera. Essa nuoce inoltre alla nostra leadership mondiale dal momento che noi violiamo nel nostro Paese i principi che predichiamo all’estero […] non è semplicemente a causa della guerra fredda o del disagio economico provocato dalla discriminazione che noi ci siamo impegnati a raggiungere una vera uguaglianza di possibilità di vita tra bianchi e neri. La ragione principale è che questa lotta è giusta.

Dopo l’assassinio di Kennedy, Lyndon Johnson continuò questa battaglia e il 2 luglio del 1964 venne approvato dal Congresso il Civil Rights Act che vietava la segregazione razziale e ogni tipo di discriminazione su base etnica, religiosa e sessuale. L’anno seguente venne approvato il Voting Rights Act una misura volta ad assicurare il diritto di voto agli afroamericani.

Era la vittoria delle proteste nonviolente e della disobbedienza civile, ma la strada per sconfiggere definitivamente il razzismo purtroppo era ancora in salita e lo è tuttora.

Luca D'Andrea
Classe 1995, studio Storia, mi piacciono le cose semplici e le storie complesse.

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