Nove domande con Rocco Civitarese

La fine del liceo, l’estate prima di essere proiettati nel mondo adulto, l’intensità dei primi amori e le scelte che forgeranno il proprio futuro: tutto questo vivono i protagonisti di Giaguari invisibili, esordio di Rocco Civitarese uscito per Feltrinelli nel 2018, mentre lui stesso stava affrontando queste esperienze. Semifinalista al Premio Campiello e menzione speciale al Calvino, oggi studia Medicina a Pavia e continua a scrivere.

Copertina "Giaguari invisibili"
Giaguari invisibili di Rocco Civitarese

Come ci si sente a essere un ventenne scrittore nel 2020? Ne abbiamo parlato con lui, in nove domande.

1. Puoi spiegarci il senso del titolo?

I protagonisti di Giaguari Invisibili, Pietro, Anna, Davide e Giustino provano a fare uno scatto in avanti. Pietro e Anna vorrebbero entrare a Medicina, Davide è un gigante che vorrebbe giocare a basket ai massimi livelli e Giustino vuole diventare fumettista. Per riuscirci devono trasformarsi in giaguari, pestarsi i piedi a vicenda, lottare: altrimenti rischiano di sparire, diventare invisibili. 

“Giaguari invisibili” è una citazione dalla poetessa Szymborska: ma è strano come col passare del tempo questo titolo sembri dirmi cose cui non avevo pensato. Ero sicurissimo parlasse del futuro dei protagonisti: quello che devono fare per riuscire e quello che succederà se non tirano fuori i denti. Ora invece mi sembra più la fotografia di come loro sono in quell’istante, a diciotto-diciannove anni: invisibili perché non sanno chi sono, ma allo stesso tempo casinisti come poi, nella vita, non si è più. 

Un ultimo spunto, suggestivo e per me completamente inedito, eliminerebbe qualunque connotato negativo dall’aggettivo “invisibili”: invisibilità non come paura, annullamento, ma come mezzo. Per un giaguaro che caccia la sua preda, la capacità di camuffarsi e sparire nel verde è addirittura più importante degli artigli. L’invisibilità diventa un punto di forza.

2. I protagonisti del libro smaniano dalla voglia di uscire da Pavia, che sentono come provinciale: anche per te è stato così? E dopo la fine del liceo è cambiato il tuo modo di vivere e scrivere la città?

Ho sempre smaniato molto, ma sono uno che appena può se ne va in giro, quindi la mia voglia di andarsene non è mai riuscita ad accumularsi a tal punto da farmi dire: non ne posso più. E poi tutto complottava per farmi restare: per Medicina Pavia è ottima, ci sono i miei migliori amici, di nuovi ne ho conosciuti in collegio… L’importante era andare via di casa, e in quello sono riuscito.

La città è una vera protagonista del libro. Il Ticino e le sue “cento” torri si animano. È la mia città, la conosco, la trovo perfetta per ambientare una storia. Quando provo a inserire personaggi che sono “fuori dalla mia portata”, o a utilizzare scenari che non mi appartengono, le pagine non suonano autentiche. Per questo Pavia ospita ancora i miei nuovi racconti, ma lo faccio, sì, in modo diverso, dando solo pochi tocchi di colore, senza renderla viva e importante come in Giaguari.

3. Tu studi medicina: come coniughi le tue due passioni, scienza e scrittura?

Dipende. La prima sessione, un anno fa, mi ha ammazzato. Non ho scritto e letto una pagina per sei mesi. È stata tosta. Per quanto riguarda il tempo da dedicare allo studio e alla scrittura, si alternano periodi in cui sono inconciliabili, e altri in cui sono più rilassato e recupero. D’estate cerco di leggere e scrivere il più possibile, mi porto avanti. 

Invece è diverso per quanto riguarda la “natura” delle due cose, la medicina e la scrittura. Medicina mi dà un sacco di ispirazione, mi permette di immaginare nuovi modi per agitare un personaggio, per farlo respirare, per fargli venire un ricordo. Alle volte, sui libri di studio, scopro frasi che quasi mi intimidiscono per loro bellezza. Per esempio esiste una famiglia di neuroni il cui lavoro, di notte, è impedire che i sogni piantino radici nella nostra memoria. Se questo non avvenisse, la mattina dopo crederemmo di avere vissuto quello che abbiamo sognato, non distingueremmo più i sogni dai ricordi.

4. Credi che si possa dire di te quello che si dice di Sally Rooney, che è “autrice del mondo dei Millenial”?

Sally Rooney è una scrittrice che amo molto. Da un paio di anni i suoi libri sono i primi titoli che mi vengono in mente quando consiglio un libro a un amico. Scrive benissimo di sé, senza andare a pescare trame strappalacrime o “facili”. Per me è la narrativa come dovrebbe essere. Non sapevo ci si riferisse a lei come l’autrice dei Millenial. Quanto a me, parlare in modo universale mi fa paura. Non credo di potere rappresentare tutti i ragazzi d’Italia.

Non credo che uno scrittore debba farlo, o sforzarsi di rappresentare tutti, o essere il più trasversale possibile.

Io racconto la storia di un gruppo di diciottenni un po’ veri e un po’ inventati, che appartengono a una determinata classe sociale, hanno fatto il liceo ecc. Ci sono centinaia di realtà che non conosco. Io ho raccontato la mia. Semplicemente mi sembra un controsenso che un racconto che parla di amore, rabbia, istinto e sogni possa fungere da identikit di una generazione precisa, quando le emozioni sono la magia grazie alla quale due persone prese a caso da due parti opposte della terra possono riconoscersi.

5. Il tuo stile è dinamico e brillante, i dialoghi sembrano estratti dal copione di un film e la narrazione è alternata a passi che hanno qualcosa del flusso di coscienza: ti ha ispirato qualche autore per questo tipo di scrittura?

Niccolò Ammaniti prima di tutti. Ho iniziato a scrivere mentre mi divoravo tutti i suoi libri uno dopo l’altro. Ho attraversato una prima fase in cui praticamente lo imitavo, poi ho avuto la fortuna di ricevere ottimi consigli e ho scoperto Fante, Capote, Roth.

Leggendo altro sono riuscito a distaccarmi e trovare, per ora, il mio modo di raccontare. Si potrebbe dire che da Ammaniti ho rubato il taglio cinematografico, da Fante ho imparato che, quando si scrive, la vittoria è creare un personaggio vicino al lettore, da Capote alcuni meccanismi per evocare le emozioni dei personaggi negli oggetti, e Roth, con la sua prosa, ogni volta che lo leggo sembra dirmi: ok, adesso guarda come si fa. 

6. Tre libri preferiti?

Ti prendo e ti porto via di Niccolò Ammaniti. Chiedi alla polvere di John Fante. Stoner di John Williams, potente.

7. Tre film?

L’ultimo dei Mohicani, Il gladiatore, Romeo+Juliet. Visti e rivisti.

8. Tre canzoni?

Ancora tu di Battisti. You rock my world, Michael Jackson. Time after time (live), Miles Davis.

9. Stai lavorando a un nuovo romanzo? E per te il periodo di isolamento è stato stimolante in quanto a scrittura, o l’hai trovato limitante?

Una noia mortale. A livelli di ispirazione sotto zero, però devo ammettere che mi ha dato un sacco di tempo libero per sistemare qualcosa che già esisteva e al quale, più che nuove idee, serviva e serve tanto lavoro di revisione. È una prima bozza di cui sono soddisfatto, ma chissà quanto ancora dovrà cambiare. Diciamo che so che racconta di una pianista, ma che non so ancora cosa farle suonare.

Michela La Grotteria
Made in Genova. Leggo di tutto per capire come gli altri vedono il mondo, e scrivo per dire come lo vedo io. Amo le palline di Natale, la focaccia nel cappuccino e i tetti parigini.

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