Quale lavoro nel mondo di domani?

Il 12 maggio il proprietario di una pizzeria di Ploaghe, in provincia di Sassari, ha distrutto con una mazza il suo locale perché non vedeva prospettive di riapertura nel contesto post epidemia. 

Secondo l’uso ormai invalso, l’uomo ha girato un video poi finito sul web in cui lo si vede impegnato nella devastazione e lo si sente spiegare il suo gesto. Quelle immagini potrebbero diventare uno dei simboli della distruzione delle possibilità di lavoro alla quale stiamo assistendo, che non va confusa col dramma delle chiusure imposte dall’epidemia. Tutte le pizzerie, infatti, sono state chiuse per l’emergenza, e questo è un grave problema congiunturale; ma alcune non potranno riaprire nel contesto del new normal ad esempio perché l’afflusso di clienti potrebbe ridursi, oppure perché arriveranno meno turisti o ci saranno meno impiegati che escono dall’ufficio in pausa pranzo, essendo molti passati in tutto o in parte allo smart working.   

Se il video della pizzeria mostra un episodio, ci sono poi tante notizie che propongono riferimenti più ampi alla distruzione delle possibilità di lavoro che abbiamo davanti.

In un articolo apparso sul New York Times del 21 aprile (The Death of the Department Store) ad esempio si spiega che moltissimi centri commerciali negli USA hanno chiuso o sono sull’orlo della chiusura perché i fatturati sono crollati e non si prevede, nemmeno in caso di ripresa generale dell’economia, un ritorno ai livelli precedenti la crisi.  

Nel caso della pizzeria di Ploaghe, vediamo un esempio di come l’epidemia e le sue conseguenze abbiano tolto prospettive ad attività che erano fiorenti. È ciò che sta succedendo in molti settori, come quello del trasporto aereo che non tornerà, almeno nel breve periodo, ai livelli di prima, a causa delle restrizioni e del minor ricorso a spostamenti fisici su lunga distanza, fattore a sua volta connesso a un ridimensionamento di diverse attività: si pensi, per fare un esempio di nicchia ma significativo, alla previsione di Anna Wintour secondo cui in futuro si faranno meno sfilate di moda. 

Nel caso dei centri commerciali, invece, come si legge nel pezzo del New York Times, la crisi del settore era già in atto per la concorrenza dell’e-commerce ma, a causa dell’epidemia, essa si è ulteriormente accentuata (o, detto altrimenti, ha avuto un’accelerazione) col rapido passaggio, in buona misura irreversibile, di molti acquirenti dai negozi fisici a quelli online. 

Si tratta sempre di lavoro che scompare. Non temporaneamente, per una crisi che poi verrà superata, bensì strutturalmente. Basti pensare all’impatto dello sviluppo dello smart working, anche questo un fenomeno che si stava già manifestando ma che l’epidemia ha drammaticamente accentuato: diverrà, non in piccola misura, un dato strutturale capace di svuotare gli aerei come i taxi, gli alberghi come i bar sotto gli uffici (e persino i negozi di scarpe, perché davanti a un monitor può essere necessaria la cravatta ma non di certo la scarpa classica).

Questo avviene in un contesto in cui già per altre ragioni molti lavori stavano rapidamente scomparendo o divenendo più rari. Qualche esempio dalla quotidianità: tutti noi abbiamo assistito in pochi anni alla comparsa nei supermercati di casse automatiche al posto di commessi, o lo svuotamento di impiegati nelle segreterie di scuole e università, in favore delle pratiche da compilare online, in autonomia.

McKinsey per segnalare la crisi del commercio tradizionale ha proposto una di quelle formule che restano impresse: the age of darwinism

Questo riferimento a Darwin, già di per sé un po’ inquietante (perché comunque parla di sofferenze ed esclusioni), potrebbe portarci a non vedere tutta la crudezza di quello che abbiamo davanti; e per di più a indurci a ragionare nei termini, per citare un classico, della “distruzione creatrice” di cui parla Schumpeter nel suo Capitalismo, socialismo e democrazia del 1942, dove alla distruzione corrisponde appunto creazione.

Ma a quale creazione di lavoro stiamo assistendo? Il new normal di cui tanto si parla, al di là di qualche lavoro al limite dello sfruttamento (pensiamo al processo milanese concernente Uber Eats), non propone, per quel che riusciamo a intravedere, una creazione di opportunità paragonabile alla distruzione. Tenendo come riferimento l’evoluzione biologica, non si vedono nuovi lavori sostituirsi agli antichi ma piuttosto un’estinzione di mestieri su larga scala, come quella che circa 250milioni di anni fa cancellò almeno il cinquanta per cento delle specie animali.

Il nostro, come altri governi, per ora sta operando più o meno efficacemente per affrontare la crisi congiunturale derivante dalla chiusura di molte attività per l’epidemia. E’ comprensibile che sia così, che si guardi soprattutto all’emergenza, che si vada a puntellare l’esistente versando denaro a chi è in difficoltà così da ridurre la disperazione, salvare per quanto possibile la domanda di beni e servizi (il cui crollo porterebbe a disastri ulteriori) e rendere possibile una ripartenza dell’economia. Poi forse si avvieranno grandi programmi di opere pubbliche per creare un po’ di lavoro in più. Ma di fronte alla distruzione di possibilità di lavoro che rischia di caratterizzare il new normal, questo potrà non bastare.

Molti sembrano pensare che, se l’economia ripartirà, emergeranno nuovi, diversi lavori capaci di sostituire quelli persi; ma è drammatico il fatto che non si riesca neppure a immaginarli questi lavori, al di là dei vaghi riferimenti di rito al digitale (che hanno poi sempre un sapore un po’ elitario). Qualcuno propone con decisione di investire nel pubblico, come Piketty in un’intervista al Corriere.

Al di là del doveroso rilancio dell’istruzione, accrescere la spesa pubblica secondo la logica keynesiana sembra ragionevole essenzialmente sul piano congiunturale, meno su quello strutturale. Non pochi contano su un ricorso crescente e per tempi lunghi su ammortizzatori come il reddito di cittadinanza; ma senza la prospettiva di un lavoro decente è inevitabile che la vita stessa delle persone entri in crisi e cresca il malcontento. Sullo sfondo vediamo lo spettro di un venir meno del fondamento su cui si reggono i sistemi politici: la promessa credibile da parte dei governanti di un futuro migliore per tutti.  E la storia ci propone esempi infiniti dei crolli derivanti del venire meno di tale fondamento (per farne uno recente: non è forse crollata anche per questo l’Unione sovietica?).    

Carlo Codini
Nato nel 2000, sono uno studente di lettere. Appassionato anche di storia e filosofia, non mi nego mai letture e approfondimenti in tali ambiti, convinto che la varietà sia ricchezza, sempre.

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