Università: il tassello mancante nella ripartenza dell’Italia

Lo scorso 6 giugno il presidente Mattarella ha firmato il Decreto Legge sulla scuola, il documento che arriva dopo mesi di diatriba dentro e fuori il ministero: la maturità è salva, con la sola prova orale in presenza, ma il decreto si occupa anche dell’edilizia scolastica (poteri speciali ai sindaci per intervenire sulle strutture prima della riapertura), dei test di ingresso per le facoltà, a settembre, dell’esame di terza media, che consisterà nella sola tesina discussa online e addirittura delle elementari, dove i bambini non saranno più valutati con voti numerici ma con giudizi.

Sembra insomma che ogni fascia scolastica abbia ottenuto i suoi provvedimenti: e l’università?

Negli ultimi tre mesi il ministro dell’Università e della Ricerca, Gaetano Manfredi, si è fatto sentire pochissimo e vedere quasi mai: un’assenza che si è fatta tanto più sentire in un momento critico come questo, in cui tanto gli studenti quanto i docenti hanno dovuto riadattarsi alle nuove modalità di didattica a distanza, esami in streaming, lauree da remoto e molto altro, senza indicazioni chiare su dove si stesse dirigendo la nave.

“Il ministro scomparso”, così l’ha denominato una lettrice di Repubblica in una lettera a Concita De Gregorio del 30 aprile: «ho iniziato una sorta di esperimento personale […]: ogni volta che in una conversazione si parla di Covid e del governo, mi piace chiedere al mio interlocutore ‘ma tu lo sai chi è il ministro dell’università?’. Per ora, nessuno mi ha saputo rispondere».

Il ministro Manfredi è entrato in carica dopo che il precedente ministro, Lorenzo Fioramonti, si dimise nel dicembre 2019 dopo appena tre mesi di governo perché nella legge di Bilancio per il 2020 era previsto un miliardo in meno di quanto lui aveva chiesto per l’Università.

In questa debolezza del ministero c’è dell’incongruità, soprattutto in un Paese come il nostro in cui si inneggia spesso alla necessità di puntare su studio e ricerca per migliorare anche il mondo del lavoro ed evitare la fuga di cervelli.

Eppure, nei vari passaggi di fase 1-2-3, con cui l’Italia si disponeva a ripartire, poca attenzione è stata dedicata all’università, e le indicazioni fornite sono state rare e mai precise: solo nelle ultime settimane è stato fornito qualche chiarimento in più, soprattutto per il timore di un crollo delle iscrizioni a settembre – si rischia il 20%.

Ma anche in questo caso, molti discorsi intrisi di positività e poca concretezza: domenica scorsa, in un’intervista a Sky Tg24, il ministro ha parlato di didattica mista, in presenza e in digitale, per la ripartenza di settembre, di un allungamento dell’orario per le lezioni e di un maggior numero di aule: provvedimenti che sembrano la soluzione migliore, per evitare blocchi di plexiglass a separare centinaia di studenti compressi in un’auletta, ma poco realizzabile nel concreto, almeno per quanto riguarda la Statale.

Il problema del sovraffollamento nelle aule è da noi così serio che difficilmente sarà risolvibile allungando l’orario di lezione – che comunque copre già l’intera giornata, dalle 8 alle 18.30.

Tra le misure da discutere a breve c’è anche la questione degli studenti stranieri e dei fuorisede che, a detta del ministro, chiederanno di proseguire la didattica a distanza.

Questa è, simbolicamente, l’altra problematica per l’università: il fatto che troppo spesso, al di là dell’insegnamento e del superamento di esami, vada perso il valore dell’università come comunità, luogo di incontro, confronto, crescita culturale e personale, tutte cose che non possono essere rimpiazzate meramente con la didattica virtuale. Nonostante questa sia stata ciò che ha permesso di salvare l’anno accademico, nonostante l’università si sia adattata a mezzi che nessuno avrebbe mai ritenuto possibili (laurearsi dal divano di casa? Fatto), nel pensare alla ripartenza non si deve sopravvalutare la comodità di questa soluzione.

Frequentare corsi restando nella propria città può essere economicamente conveniente, ma chiedete a qualsiasi fuorisede perché ha scelto di studiare in un’altra città e vi dirà che l’ha fatto anche per viverla, quella città.

Una scelta come quella di Cambridge in questo senso appare l’esatto opposto del tenere in conto l’aspetto formativo della presenza: l’icona del sistema universitario britannico ha deciso che le lezioni saranno online fino all’estate del 2021, e le tasse saranno riscosse nella loro interezza, una mossa che appare poco digeribile in un ateneo nella cui tariffa è compreso anche l’alloggio nel campus.

Nell’ambito della tassazione in Italia è stata pensata qualche modifica: la fascia d’esenzione sarà estesa a 20.000 euro d’ISEE, mentre la fascia 20-30.000 otterrà una riduzione.

La speranza insomma è che i molti spunti su cui si sta ancora dibattendo si trasformino in indicazioni precise entro l’estate, in modo da permettere a docenti e studenti, a chi si deve iscrivere per la prima volta e a chi deve capire se annullare o no un affitto, cosa succederà a settembre.

In generale però resta una nota amara, che sa un po’ di invettiva contro il sistema ma che invece è la constatazione di una realtà: in questi mesi ogni telegiornale o programma televisivo ha avuto uno spazio dedicato al calcio, che doveva ripartire al più presto, ne è stato discusso così a lungo che anche gli ignoranti del settore come me hanno appreso i termini specifici, Bundersliga, Figc, Serie A, playoff.

Di università invece, al tg, ne abbiamo sentito parlare sì e no tre volte.

Michela La Grotteria
Made in Genova. Leggo di tutto per capire come gli altri vedono il mondo, e scrivo per dire come lo vedo io. Amo le palline di Natale, la focaccia nel cappuccino e i tetti parigini.

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